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Sant' Antonio di Padova Sacerdote e dottore della Chiesa

13 giugno

Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231

Fernando di Buglione nasce a Lisbona. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra i Canonici Regolari di Sant'Agostino. Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio. Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell'eremo di Montepaolo. Su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna e poi nell'Italia settentrionale e in Francia. Nel 1227 diventa provinciale dell'Italia settentrionale proseguendo nell'opera di predicazione. Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentondosi male, chiede di rientrare a Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell'Arcella. (Avvenire)

 

Patronato: Affamati, oggetti smarriti, Poveri

Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco

Emblema: Giglio, Pesce

Martirologio Romano: Memoria di sant’Antonio, sacerdote e dottore della Chiesa, che, nato in Portogallo, già canonico regolare, entrò nell’Ordine dei Minori da poco fondato, per attendere alla diffusione della fede tra le popolazioni dell’Africa, ma esercitò con molto frutto il ministero della predicazione in Italia e in Francia, attirando molti alla vera dottrina; scrisse sermoni imbevuti di dottrina e di finezza di stile e su mandato di san Francesco insegnò la teologia ai suoi confratelli, finché a Padova fece ritorno al Signore.

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Il periodo trentennale (1190-1220), in cui Fernando di Martino de’ Buglioni visse, in Portogallo, coincide con il periodo a cavallo tra la fine del secolo XI e la prima parte del XII secolo. È uno spazio di tempo in cui l’intera Europa vive dei profondi cambiamenti sociali e culturali, storici e religiosi, economici e politici. Basti pensare: alla nascita dei Comuni e delle società urbane; alla trasformazione della produzione agricola; allo sviluppo del commercio specialmente via mare; alla nascente borghesia con la costituzione di notai e avvocati, che si aggiungevano alle già presenti classi dei cavalieri, dei nobili e del clero.
In questo quadro appena abbozzato, anche l’istituzione della Chiesa vive profondi cambiamenti di rinnovamento spirituale culturale e artistico. Ne sono un semplice esempio: il richiamo alle origini della fede evangelica; la costruzione di “cattedrali” di gotico stile, attorno alle quali si viveva una vita più intensa sia a livello spirituale che culturale, con la formazione delle prime scuole, come in precedenza lo erano stati alcuni importanti monasteri; il fenomeno tanto discusso delle crociate per la conquista dei luoghi Santi; la coincidenza dei grandi Papi, come Innocenzo III e Gregorio IX, sia per la difesa del potere della Chiesa e sia pe l’attuazione della grande riforma ab imis della stessa cristianità, come mostrano la nascita di ordini sia contemplativi, come i cistercensi, sia apostolici, come i Canonici regolari di Sant’Agostino, e in particolare gli Ordini Mendicanti, come domenicani e francescani.
 
LA VITA

La tradizione e alcune antiche fonti vogliano che i coniugi Martino de’ Buglioni e Maria Taveira, nella città di Lisbona, il 15 agosto del 1190, diedero alla luce il loro primogenito, cui al fonte battesimale posero nome Fernando. Nome di origine germanica, trapiantato nella penisola iberica, con il significato di “audace, coraggioso nella pace”, ossia “coraggioso nel sostenere la pace”: presago di un futuro grandioso e di grande auspicio. Della sua infanzia non si conosce nulla di certo.
Comunemente, come data di nascita viene riportata l’anno 1195; tuttavia, per ragioni indirette, ossia per la ratio studiorum dell’epoca, e per l’età canonica richiesta per ricevere l’ordine sacro, fissata intorno ai 30 anni dal diritto canonico dell’epoca, dev’essere anticipata con molta probabilità, almeno al 1190. Poiché la residenza della nobile famiglia era nei pressi della cattedrale di Lisbona, è logico pensare che abbia avuto la prima educazione culturale e anche quella spirituale dai Canonici della cattedrale; oltre a seguire, come tutti i giovani nobili del tempo, la carriera delle armi, secondo la tradizione della famiglia, che era di origine nobile.
Difficile precisare l’occasione che abbia orientato il giovane Fernando alla scelta della vita religiosa. Nelle allegre comitive giovanili, si possono trovare compagni predisposti sia alla vita religiosa che a quella delle armi, come anche si possono sperimentare situazioni di mediocrità morale, di superficialità e di corruzione sociale; di facili amori e amorose delusioni. Tutti elementi che hanno potuto orientare Fernando, alla sua maggiore età dei 18 anni, a fare qualche scelta di esperienza personale. Come di fatto, è avvenuto tra i Canonici Regolari di Sant’Agostino, e così entrò nel monastero di San Vincenzo di Fuori, ossia ubicato fuori le mura della sua città nativa.
  
Tra gli agostiniani
A San Vicenzo di Fuori dimorò per circa due anni, come prova esperienziale della nuova scelta di vita, dedicata alla preghiera, allo studio e alla preparazione del ministero apostolico. Infastidito, però, dalle continue visite degli amici, con i quali più nulla aveva a che spartire, chiese e ottenne di trasferirsi altrove, sempre all’interno dell’Ordine agostiniano, per completare gli studi per la preparazione al sacerdozio. Fernando affrontava così il suo primo grande viaggio, di circa 230 chilometri, quanti separano Lisbona dal nel grande convento di Santa Cruz, in Coimbra, allora capitale del Portogallo. Fernando aveva 22 anni. Il nuovo ambiente religioso era formato da una numerosa comunità di circa 70 membri. Il corso di studi durava almeno 8 anni, dal 1212 al 1220. E sono gli anni più importanti e delicati per la formazione umana intellettuale e spirituale di Fernando, il quale, poteva fare affidamento non solo su valenti maestri universitari, ma anche su una ricca e aggiornata biblioteca conventuale.
Fernando si dedicò completamente allo studio delle scienze umane teologiche e bibliche. Impegno che gli serviva anche per estraniarsi dalle tante e difficili tensioni che attraversava la detta comunità religiosa. Gli anni trascorsi a Santa Cruz di Coimbra lasciarono una traccia profonda nella fisionomia psicologica e nell’iter esistenziale del futuro apostolo. Già per indole, Fernando appare un uomo appartato, geloso del suo silenzio interiore, come rinchiuso nei suoi impegni di lavoro che gli lasciavano ben poco spazio per altre attività. Diventò, anche per libera scelta, un uomo privo di ambizioni sociali; restìo a ogni ostentazione ed esibizione di sé e delle sue doti; diffidente delle polemiche, indifferente alle esteriorità di qualunque tipo, a meno che non fosse sospinto dal dovere di testimoniare la verità. Dagli studi di Coimbra uscì un uomo maturo ed esperto in ogni campo dello scibile umano, oltre che teologico, sostanziato di Bibbia e di tradizione patristica. 

Ferdinando sacerdote
A Coimbra, Fernando ricevette l’ordine presbiteriale, che gli fu conferito nella stessa chiesa di Santa Cruz, probabilmente nel 1220, all’età circa 30 anni, come volevano le norme ecclesiastiche dell’epoca per l’accesso al ministero sacerdotale. Essendo ben versato nelle Sacre Scritture e nella predicazione, gli si prospettava una buona carriera all’interno dell’Ordine. Purtroppo, due avvenimenti contribuirono a scrivere una storia diversa per il neo sacerdote agostiniano don Fernando.

Difficoltà in comunità
Al re Alfonso I succedette, sul trono del Portogallo, il figlio Sancho I, e, alla sua morte (1211), il nipote Alfonso II. Mentre Alfonso I era un re devoto e rispettoso del potere religioso; i suoi successori, invece, tesero a intromettersi nelle decisioni ecclesiastiche a vari livelli decisionali, finanche negli affari interni al monastero di Santa Cruz in Coimbra. Alfonso II nominò come priore di Santa Cruz una persona che potesse supportare la sua nuova linea politica, indipendentemente dagli effettivi interessi specifici per la vita religiosa spirituale e ascetica della vita del monastero, e anche dalla scarsa capacità di gestire il relativo patrimonio della stessa entità ecclesiastica. In breve tempo, infatti, le sostanze del ricchissimo monastero con uno stile di vita dissoluto fu completamente sperperato. Le sue gesta scandalizzarono non solo la comunità locale, ma fu raggiunto persino dalla scomunica di papa Onorio III; che, tuttavia, a causa della distanza da Roma e all’appoggio del re, non sortì alcun effetto pratico per la vita del monastero.
A poco a poco, però, la comunità monastica di Santa Cruz finì per spaccarsi in due correnti: da una parte i sostenitori del nuovo priore; e dall’altra, coloro che desideravano condurre una vita sobria e dedicata alla contemplazione della vita religiosa e allo studio. Tra questi ultimi, figura spicca anche il giovane don Fernando, che aveva una speciale predisposizione sia alla vita contemplativa e sia allo studio delle discipline umane e sacre.

Primo incontro con il francescanesimo
Nel 1219 Francesco d’Assisi approntò una spedizione missionaria alla volta del Marocco, con l’intento di convertire i musulmani d’Africa. I membri della spedizione, tre sacerdoti - Berardo, Pietro ed Ottone - e due fratelli laici - Adiuto e Accursio - transitarono anche da Coimbra.
Non è certo se Don Fernando abbia conosciuto personalmente il gruppetto di questi francescani approdati in terra lusitana. Certo, ne sentì parlare, e ne subì il fascino. Da prima, essi si portarono a Siviglia, in Spagna, dove iniziarono a predicare la fede di Cristo nelle moschee. Vennero malmenati, fatti prigionieri e condotti davanti al sultano Miramolino, e, in seguito, trasferiti in Marocco con l’ordine di non predicare più in nome di Cristo. Nonostante questo divieto, essi continuarono a predicare il Vangelo nelle loro moschee, e, per questo, furono di nuovo imprigionati e sottoposti più volte alla fustigazione. Non curante del pericolo, sfidarono le autorità religiose del luogo e anche la suscettibilità religiosa del popolo che, ben presto, il 16 gennaio 1220, vennero decapitati e i loro corpi furono barbaramente trucidati ed esposti all’aperto, in pasto agli uccelli. La Provvidenza ha voluto, però, che i loro resti mortali di martiri venissero recuperati custoditi e racchiusi in due cofani d’argento e portati dall’Infante Pedro e dal suo seguito fino a Ceuta, da qui trasportati ad Algesiras, indi a Siviglia e finalmente traslati a Coimbra, dove furono collocati nella stessa chiesa agostiniana di Santa Cruz, nella quale tuttora sono custoditi e venerati. Tutto questo contribuì a porre il movimento francescano al centro dell’attenzione del popolo portoghese.
La richiesta da parte di don Fernando di entrare a far parte dei seguaci di Francesco d’Assisi maturò in previsione di una forte vocazione alla missione e, in particolare, al martirio di sangue, sull’esempio dei cinque frati martirizzati.

Frate Antonio missionario
Nel settembre 1220, Fernando lasciò le bianche vesti lanose degli agostiniani per rivestirsi della grezza tunica di bigello e un cordiglio ai fianchi. Per l’occasione, abbandonò anche il nome di battesimo per assumere quello di “Antonio”, in onore dell’eremita egiziano titolare del romitorio di Santo Antonio de Olivares, presso cui vivevano i francescani. Tuttavia, è simpatico ricordare che il cambio del nome in “Antonio”, di origine etrusca, risulta solo nominale, dal momento che, etimologicamente, ha lo stesso significato di Fernando: “coraggioso, inestimabile che combatte per la pace!”. E don Fernando lo sapeva bene!
Dopo un breve periodo di studio della regola francescana, frate Antonio parte alla volta del Marocco. L’itinerario da lui seguito, per via di terra e via di mare, è sconosciuto. Molto probabilmente, secondo le consuetudini francescane, frate Antonio era accompagnato da un confratello, rimastoci però ignoto, anche se la tradizione lo chiama Filippino di Castiglia. Arrivato nei territori del sultano Miramolino, a Marrakesh o in altra località, sarà stato accolto in casa di qualche cristiano, ivi residente per ragioni di commercio o altro. Volendo rivolgersi ai musulmani, si doveva conoscere correntemente la lingua araba, cosa non ardua per un lisbonese dell’epoca, oriundo da una zona bilingue. Diversamente, poteva fare affidamento sul compagno: se non entrambi, almeno uno doveva essere esperto in quell’idioma.
Frate Antonio non poté dare corso al suo progetto di predicazione, perché fortemente condizionato da una non meglio specificata malattia tropicale, forse, la malaria, provocata certamente da una vita di penitenza e dalle scarse norme di igiene. Male che lo accompagnerà per tutta la sua vita. Per recuperare almeno in parte la salute, decise di ritornare in patria, senza però abbandonare il suo ideale di martirio.
Fu dunque costretto a ritirarsi dal Marocco, prendendo a ritroso la via del mare. Ma, a causa di un’imprevista violenza dei venti contrari, la nave fu trascinata fino alla lontana Sicilia. I due Frati, che le tradizioni raccontano essere sbarcati a Milazzo (Messina), furono soccorso da alcuni pescatori, e portati nel vicino convento francescano della zona. Qui, frate Antonio apprese che a maggio, in occasione della Pentecoste, Francesco aveva convocato tutti i suoi frati per il Capitolo Generale, che si doveva celebrare in Assisi dal 30 maggio all’8 giugno del 1221. L’invito a parteciparvi era esteso a tutti i frati. Così, nella primavera del 1221, frate Antonio insieme ai frati di Messina cominciarono a risalire l’Italia a piedi, per raggiungere Assisi.
Frate Antonio era uno sconosciuto fraticello straniero, giovane e senza incarichi di governo, fisicamente provato. La sua convalescenza siciliana durò circa due mesi. Ad Assisi, rimase ugualmente sconosciuto a tutti, perché entrato solo da pochi mesi nell’Ordine; passò i nove giorni dell’adunanza appartato e solingo, immerso nell’osservazione e nella riflessione. Era uno dei tanti, nulla aveva che lo distinguesse. Al momento del commiato non fu preso in considerazione da nessuno dei “ministri”. Quando furono partiti quasi tutti per le rispettive residenze, frate Antonio fu notato da frate Graziano, ministro provinciale della Romagna. Saputo che il giovane frate era anche sacerdote, lo pregò di seguirlo.

Eremita a Montepaolo
In compagnia di fra Graziano da Bagnacavallo e d’altri confratelli romagnoli, frate Antonio arriva a Montepaolo (Forlì) nel giugno 1221. Le giornate nell’eremo trascorrevano in preghiera mediazione lavoro e umili servizi. Durante questo periodo, frate Antonio poté confrontare meno la dottrina che l’esperienza della sua nuova vocazione francescana, approfondire l’esperienza missionaria bruscamente interrotta, rinvigorire l’impegno ascetico, affinarsi nella contemplazione, esercitarsi nel nuovo carisma. La fonte più accredita riferisce che frate Antonio rimase a Montepaolo, fino alla Pentecoste (22 maggio) o al massimo fino a settembre dello stesso anno.
Data la visione prevalentemente sacrale e di prestigio, in cui era tenuto la figura del sacerdote, i confratelli trattavano frate Antonio con grande venerazione e profondo rispetto e sincera stima, perché spezzava loro il Pane celeste. Un giorno, avendo visto che uno dei compagni aveva trasformato una grotta in una cella solitaria, frate Antonio gli chiese con insistenza che la cedesse a lui. Il buon confratello accondiscese all’appassionato desiderio del giovane sacerdote portoghese. Così tutte le mattine, compiute le preci comunitarie, frate Antonio si affrettava alla volta di tale grotta (ancor oggi devotamente conservata), per vivere solo con Dio, solo in rigore di penitenze e intima preghiera, in prolungate letture della Bibbia e riflessioni. Per le ore canoniche e per i pasti si riuniva in comunità con i confratelli.
Nella sua fervida dedizione alla penitenza stremò tanto la sua fragile salute con digiuni veglie, e flagellazioni, che più d’una volta, al suono della campanella che lo chiamava alle riunioni, vacillava e spesso era sul punto di cascare, se non fosse stato sorretto dalla premura dei suoi confratelli. Frate Antonio si accorse che dell’ideale i suoi fratelli coniugavano alla perfezione preghiera lavoro e servizio reciproco.
Lui, che contributo poteva offrire, oltre a quello che già dava?
Ne parlò con il suo guardiano. E questi concluse: di tenere ordinato e pulito sia le povere stoviglie di cucina e sia gli angusti spazi abitativi.

L’ora della chiamata
Nel settembre 1222, si tenevano a Forlì le ordinazioni sacerdotali di religiosi domenicani e francescani. Prima che il drappello degli ordinandi si recasse nella cattedrale cittadina per ricevere gli ordini sacri dal vescovo Alberto, si era soliti rivolgere un discorso esortativo ai candidati e a tutti gli ospiti. Tra coloro che furono interpellati a tale compito, nessuno volle accettare la delicata responsabilità né domenicani né francescani. In tanto, il momento della cerimonia sacra stava per cominciare, e tutti ricusarono d’improvvisare l’esortazione di circostanza.
Il superiore di Montepaolo conosceva bene le doti di frate Antonio.
L’interpellato tentò di rifiutare l’invito, ma, di fronte alle insistenze del superiore, piegò il capo e prese serenamente la parola. Man mano che il discorso si dipanava in sonante latino, le espressioni si facevano più calde e suadenti, originali ed emozionanti. Egli rivelava, per amore del Signore, la profonda cultura biblica, la salda dottrina teologica e la coinvolgente spiritualità. Commozione, esultanza, e, soprattutto, stupore e ammirazione invase l’intero uditorio sacro, che osannava entusiasta al Signore, che rivela ed esalta la potenza degli umili e dei semplici.
Le sacre ordinazioni si svolsero con grande gioia secondo il programma dei lavori dell’assise capitolare. Ormai, però, tutti gli occhi erano puntati sulla rivelazione del fraticello portoghese, obliato eremita, che in maniera così impensata si era proposto al centro dell’attenzione del popolo di Dio e della sua fraternità. Non risalì più a Montepaolo, che per dire addio alla sua grotta, per riabbracciare i suoi confratelli, e raccomandarsi alla loro simpatia e alle loro preghiere.

Antonio predicatore

Dopo l’esperienza rivelativa, inizia per frate Antonio una nuova missione di predicatore in Romagna. Parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechizzazione con l’opera pacificatrice; insegnava la scienza sacra ai confratelli, attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i sostenitori di eresie.
La Romagna, all’epoca, era una regione funestata da una guerriglia civile endemica: le fazioni, maggiori e minori, avvelenavano le città e i clan familiari, disgregando le strutture comunali e seminando dovunque sospetti, congiure, colpi di mano, vendette. Non bastava questa situazione civile, ma anche sul piano religioso si pativa la calamità delle sette, prima fra tutte, nelle sue diverse ramificazioni, quella dei Catari. La Chiesa reagiva scarsamente e male, a causa della sua poco credibilità esemplativa e per la mediocrità della forza dottrinale e spirituale dei suoi figli. Buon gioco avevano dunque gli eretici che diffondevano teorie distorte e dubbi pericolosi. Proprio a Rimini ha luogo l’episodio riportato dalla tradizione, secondo il quale frate Antonio vinse la pervicacia di un eretico, che non voleva credere nella presenza reale di Cristo nell’Eucaristia. L’episodio della mula!

Teologo a Bologna
Per invito obbedienziale dei superiori, frate Antonio fu inviato a predicare nelle città e nei villaggi della Romagna. Sul finire del 1223, gli viene chiesto anche di insegnare teologia a Bologna. Per due anni, all’età di 33-35 anni, come teologo insegna le basilari verità di fede al clero e ai laici, attraverso un metodo semplice, ma efficace. Partiva cioè dalla lettura del testo sacro per giungere a una interpretazione che interpellasse e parlasse alla fede e alla vita dell’uditorio. Frate Antonio è, dunque, il primo insegnante di teologia del neonato Ordine francescano, il primo anello di una catena di teologi, predicatori e scrittori, che nei secoli daranno alla Chiesa onore e santità.

“Antonio, mio vescovo”
Francesco d’Assisi voleva con prudenza che i suoi frati si dedicassero allo studio della teologia. Per frate Antonio, viste la sua solida fede e la sua integrità morale, e anche le nuove disposizioni della Chiesa, “ordinò” di insegnare teologia ai suoi frati. Ecco il testo critico, secondo l’edizione curata da Kajetan Esser (Die Opuscula des HL. Franziskus von Assisi, Grottaferrata (Romae) 1976, p. 153; ed. minor in latino, Opuscula Sancti Patris Francisci Assisiensis, Grottaferrata (Roma) 1978, pp. 94-95), in una personale traduzione e interpretazione:
“Io, frate Francesco, mando il saluto a frate Antonio, mio vescovo.  E gli ordino (avendone i requisiti) di insegnare sacra teologia ai frati, a condizione che lo studio non spenga lo spirito di preghiera e di devozione (anzi lo vivifichi sempre più), come è stabilito nella Regola” (G. Lauriola, Introduzione a Francesco d’Assisi, ed. La Scala – Noci 1986, pp. 141-146).
Il grande storico di cose anche francescane, Raoul Manselli, scorge in questo patentino un “testo di portata normativa” che “ha un valore e un significato essenziale per tutta la storia dell’Ordine e va inteso e spiegato, quindi, nella sua intera portata” (R. Manselli, San Francesco, Bulzoni Editore, Roma 1980, pp. 280-288); e, secondo il mio parare, è la prima ratio studiorum dei Frati Minori (Introduzione a Francesco d’Assisi, p. 146, che cita, in nota, l’espressione di Alessandro IV nella bolla Exultante Spiritu, del 28 marzo 1257, che concedeva anche ai professori francescani di poter insegnare teologia).

Una lezione di frate Antonio
Come teneva la lezione frate Antonio?
Secondo il metodo dell’epoca, nelle sue spiegazioni vi era una prevalenza del senso allegorico. Costante era il riferimento alla Bibbia. Lo stile faceva leva sulla chiarezza dei concetti, sull’essenzialità dell’espressione lineare e semplice, rifuggente da inutili ridondanze. Preoccupazione principale: riuscire persuasivo e pratico, coinvolgendo interamente la persona, utilizzando non solo argomenti di ragione, ma investendo anche il sentimento e l’immaginazione, con esempi tratti dal mondo classico e dal regno della natura, prendendo spunto volentieri dai dettami del vissuto quotidiano.

Il grande momento padovano
 A Padova, frate Antonio fece un paio di soggiorni ravvicinati relativamente brevi: il primo, fra il 1229 e il ‘30; il secondo, fra il 1230 e il ‘31, durante il quale venne precocemente a morte. Sommando i due periodi, si arriva a mettere insieme una serie di dodici mesi o poco più. Come dire che il missionario non trascorse nella sua patria di elezione che un anno, in due puntate.
Padova gli servì come scriptorium dei suoi commentari biblico-liturgici. Si può ipotizzare che trovasse, oltre a un valido sussidio nelle biblioteche, anche dei collaboratori a livello di scrivani e magari di aiutanti nella stesura del testo. I Sermones antoniani vanno considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca medievale. E ancora, la città euganea interessava vivamente a frate Antonio per la sua università. Egli aveva un debole per i centri culturali, come aveva prediletto, prima le università di Bologna, Montpellier, Tolosa, Vercelli.  Lui stesso era, sia pure fuori da strutture burocratiche, un emerito cattedratico. Ma dire università era soprattutto sinonimo di concentrazione di elementi giovanili. E frate Antonio era un esperto “pescatore di giovani”. Presentendo che il suo peregrinare sulla terra volgeva al termine, egli aspirava a reclutare nuove leve nell’oneroso entusiasmante incarico di portatori del Vangelo. La terra veneta viveva una pace malferma, e Antonio sentiva forte l’invito a intervenire, moltiplicando ogni sforzo per scongiurare il riattizzarsi dei conflitti socio-politici, e anche per porre riparo all’avanzata degli eretici.

Nell’eremo di Camposampiero
Diversi i motivi per cui frate Antonio si ritirò nel romitorio di Camposampiero. Il primo è sottaciuto, ma intuibile. Dopo l’intenso, sfibrante lavoro della predicazione della quaresima e del periodo pasquale, le forze erano pressoché esauste. Seconda motivazione, espressa dalla Vita prima di Sant’Antonio o Assidua (15, 2), composta da un frate anonimo per la canonizzazione di frate Antonio, il 30 maggio 1232, ed echeggiata dagli agiografi successivi. Bisognava sospendere la predicazione e la disponibilità per chi veniva a confessarsi o consigliarsi, allo scopo di lasciar libera la gente per attendere alle occupazioni rurali, essendo imminente il tempo della mietitura. Terzo motivo: isolarsi in una località tranquilla e difficilmente accessibile, al fine di seguitare e, chissà, ultimare la stesura dei Sermoni festivi. Quarto movente: allontanarsi dagli occhi affettuosamente scrutatori dei confratelli padovani, che avrebbero potuto allarmarsi notando le sue condizioni di salute in crescente peggioramento e soffrirne. Quinto scopo, il più alto e desiderato: quello di sottrarsi alla morsa della vita attiva, frastornante e alienante se protratta sopra certi livelli, per tuffarsi nell’orazione, nel raccoglimento dello spirito, in vista del grande appuntamento.
Si può ipotizzare che frate Antonio abbia lasciato Padova il lunedì 19 maggio, e pertanto il suo soggiorno a Camposampiero sia durato, compresa l’ipotetica parentesi dell’andata-sosta-ritorno da Verona, sui 25 giorni.

La morte
Nella tarda primavera del 1231, frate Antonio fu colto da malore. Deposto su un carro trainato da buoi venne trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire. Giunto però all’Arcella, un borgo della periferia della città, la morte lo colse. Spirò mormorando: “Vedo il mio Signore”. Era il 13 giugno. Aveva 41 anni!
Venne sepolto a Padova, nella chiesetta di santa Maria Mater Domini, il rifugio spirituale del Santo nei periodi di intensa attività apostolica. Prima di un anno dalla morte, la fama dei tanti prodigi compiuti, convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo Santo, il 30 maggio 1232, a Spoleto. 

LE OPERE

La redazione dei Sermones

La Vita Prima di Sant’Antonio o “Assidua” (di un frate anonimo scritta per la canonizzazione di frate Antonio, nel 1232), afferma che frate Antonio scrisse i suoi Sermones per le domeniche durante il suo soggiorno a Padova (11, 3), dove frattanto nacque un profondo e vicendevole affetto tra gli abitanti e lui, ma invano vi cercheremmo una espressione cronologica precisa, poiché il “quando” resta nel vago. Quanto al luogo di residenza, è S. Maria Mater Domini. Nessuna base documentale suffraga la candidatura dell’Arsella, ubicazione sostenuta da alcuni autori, che peraltro non producono alcuna prova certa. L’Assidua (11, 7), parlando dell’infaticabile zelo per le anime che incalzava Antonio a darsi interamente all’apostolato, annota ch’egli seguitava il lavoro pastorale sino al tramonto del sole, molto spesso restando digiuno. Predicava, insegnava, ascoltava le confessioni. Nel suo apostolato, Antonio era accompagnato da alcuni compagni, e nell’ultimo periodo in particolare dal beato Luca Belludi.
Nell’ultimo periodo di vita, Antonio mise per iscritto due cicli di “Sermoni”, intitolati rispettivamente “Sermoni domenicali” e “Sermoni Mariani e dei Santi”, destinati ai predicatori e agli insegnanti degli studi teologici dell’Ordine francescano. In questi Sermoni, egli commenta i testi della Scrittura presentati dalla Liturgia, utilizzando l’interpretazione patristico-medievale dei quattro sensi, quello letterale o storico, quello allegorico o cristologico, quello tropologico o morale, e quello anagogico, o escatologico. Questi sensi, nella visione odierna, sono dimensioni dell’unico senso della Sacra Scrittura e che è giusto interpretarla cercando le quattro dimensioni della sua parola. Questi Sermoni sono testi teologico-omiletici, che riecheggiano la predicazione viva, in cui Antonio propone un vero e proprio itinerario di vita cristiana. L’ultima edizione: Sant’Antonio di Padova, I Sermoni, Ed. Messaggero, Padova 1994, pp. 1260.

Il Pensiero
Dalla vastità delle tematiche trattate durante l’intero anno liturgico, è difficile tracciare una sintesi, per ovvi motivi. Tuttavia per dare un esempio del suo profondo pensiero, si scelgono alcuni temi principali trattati nei Sermoni. Piace segnalarne due in particolare: uno circa la Vergine Maria e l’altro sulla Preghiera. Al primo, dedica 6 “sermoni”, dai quali è bello evidenziare alcune interpretazioni veramente originali sia circa l’Immacolata Concezione sia circa l’Assunzione al cielo della Vergine.
Per il primo riferimento scrive: “La beata Vergine viene chiamata de petra deserti (Is 16,1). Pietra, perché impossibile a essere solcata dall’aratro. Il dragone, cioè il diavolo, coltivatore di ombre, come dice Salomone, non poté trovare in essa traccia di colpa…”. Per l’Assunzione, invece: “Io glorificherò il luogo dove ho posto i miei piedi, disse il Signore per Isaia (60, 13). Il luogo dove il Signore pose i suoi piedi (cioè la sua umanità) fu la beata Vergine, dalla quale prese umana carne. Questo luogo è stato dal Signore glorificato, esaltando Maria al di sopra dei cori degli Angeli. Da ciò si rende manifesto che la Vergine fu assunta in cielo anche con il corpo, che fu il luogo dove pose i piedi il Signore…” [I Sermoni, pp. 1086. 1109-1110; D. Scaramuzzi, Parla il Santo di Padova, (a cura di G. Lauriola), ed. Mezzina, Molfetta 1995, pp. 75. 78-79]. Molto bella è anche la definizione della Vergine Maria come “Capolavoro dell’Altissimo, perché la fece più bella di tutti i mortali, più santa di tutti i santi…” (Ibidem, p. 1085; p. 74). Per questo Sant’Antonio è ricordato tra i teologi dell’Assunta, da Pio XII nella bolla dogmatica Munificentissimus Deus (1 novembre 1950).
Per la preghiera, invece, la cosa è più difficile, perché ne parla in tante parte dei Sermoni; tuttavia, per avere un’idea generale e anche originale della sua concezione orante, è sufficiente presentarla come un rapporto di amore, che spinge l’uomo a colloquiare dolcemente con il Signore, creando una gioia ineffabile, che soavemente avvolge l’anima in orazione. Come condizioni per pregare ricorda che è necessario un’atmosfera di silenzio che non coincide con il distacco dal rumore esterno, ma è un’esperienza interiore, che mira a rimuovere le distrazioni provocate dalle preoccupazioni dell’anima, creando il silenzio nell’anima stessa.
Quattro sono le fasi di una sana preghiera ben articolata, secondo Antonio: obsecratio,  oratio, postulatio, gratiarum actio. Ossia: aprire con fiducia il proprio cuore a Dio; parlare affettuosamente con Lui, vedendolo presente; poi, presentare i nostri bisogni; e, infine, lodarlo e ringraziarlo (Ibidem, pp. 307-311; pp. 155-157).
Questo insegnamento di Antonio sulla preghiera è uno dei tratti specifici della teologia spirituale francescana, di cui egli è stato l’iniziatore, in quanto ha evidenziato e assegnato il ruolo all’amore divino, che entra nella sfera degli affetti, della volontà, del cuore, e che è anche la sorgente da cui sgorga una conoscenza spirituale, che sorpassa ogni conoscenza. Infatti, è amando che si conosce. Scrive ancora Antonio: “La carità è l’anima della fede, che la tiene viva; venendo meno l’amore, la fede muore” (Ibidem, p. 576; pp. 122-133). Fa capolino il primato assoluto della volontà, che poi troverà ampio sviluppo in Giovanni Duns Scoto, il “Rappresentante più qualificato della Scuola Francescana” (Paolo VI, Alma parens, 14 luglio 1966, n. 8)
A fondamento di questi due particolari pensieri antoniani, c’è sempre il mistero di Cristo, che per Antonio costituisce il centro della vita e del pensiero, dell’azione e della predicazione. In questo, sembra un antesignano dell’inizio del cristocentrismo, tratto caratteristico della teologia francescana, che poi in Giovanni Duns Scoto troverà la perfetta realizzazione e sistemazione. Per Antonio, non solo i misteri della Natività sono un punto centrale dell’amore di Cristo per l’umanità, ma anche la visione del Crocifisso ispirano pensieri di riconoscenza verso Dio e di stima per la dignità della persona umana. 
Scrive, infatti: “Cristo, che è la tua vita, sta appeso davanti a te, […] perché tu guardi nella croce come in uno specchio... Lì potrai constatare che le tue ferite sono veramente mortali e che nessuna medicina avrebbe potuto guarirle, se non il sangue del Figlio di Dio. Se osserverai attentamente, lì potrai scoprire quanto grande è la tua dignità umana e quanto sei prezioso […]. Mai un uomo può scoprire la sua dignità che allo specchio della Croce” (Ibidem, pp. 1193-1194; pp. 52-53).
Simpatiche sono anche le immagini con cui frate Antonio spiega la centralità di Cristo nella vita: “Cristo sta al centro di ogni cuore; sta al centro perché da lui, come dal centro, tutti i raggi della grazia si irradiano verso di noi che camminiamo all’intorno” (Ibidem, p. 230; p. 64); “Il cerchio raffigura Cristo Gesù che, come il cerchio, è ritornato da dove era partito: è partito dal Padre… ed è ritornato al trono del Padre… Il cerchio… è la croce di Cristo Gesù” (Ibidem, pp. 287-288).

Dottore della Chiesa
Tra i contemporanei e nelle generazioni immediatamente successive, frate Antonio fu ritenuto maestro di sapienza cristiana, biblista impareggiabile, autore di opere insigni. Uno storico dice che Antonio possedeva un talento così eminente, da poter servirsi della memoria al posto dei libri, e che si sapeva esprimere con un’abbondante grazia di linguaggio mistico […]. La profondità insospettata del suo parlare accresceva lo stupore dell’uditorio. Tutta la curia romana ebbe modo di ascoltarlo e lo stesso Gregorio IX lo chiamò Arca del Testamento.
Nel fervore delle celebrazioni due volte centenarie, il VII della morte 1231-1931 e il VII della canonizzazione 1232-1932, l’Ordine Francescano ha richiesto ancora una volta il riconoscimento del titolo di Dottore, già riconosciuto da Gregorio IX fin dal giorno della canonizzazione (30 maggio 1232), come ricorda la stessa Lettera Apostolica Esulta, Lusitania felix di Pio XII (16 gennaio 1946), che conferma a Sant’Antonio di Padova il titolo di “Dottore della Chiesa universale” e liturgicamente quello di Doctor Evangelicus.
Del Pontefice Gregorio IX, si ricordano due episodi: uno riguarda la testimonianza di aver chiamato frate Antonio ancora vivente “Arca del Testamento” e “Scrigno delle Scritture”; e l’altro l’intonazione dell’antifona dei Dottori della Chiesa - O Doctor optime, Ecclesiae sanctae lumen; beate Antoni, divinae legis amator, deprecare pro nobis Filium Dei [O Dottore della Chiesa, beato Antonio, amatore della divina parola, prega per noi il Figlio di Dio] - in onore del novello Santo (30 maggio 1232). E questo fu il motivo per cui nella Liturgia si cominciò a tributargli il culto proprio dei Dottori della Chiesa; e anche l’arte cominciò a riprodurre il Santo con un libro aperto in mano.
L’opera, cui la critica ha riconosciuto il merito di essere stato “un prezioso contributo per la causa del Dottorato antoniano” e “una fonte di consultazione di tutti gli studiosi del Santo”, è certamente quella di Diomede Scaramuzzi, La figura intellettuale di S. Antonio di Padova. I suoi scritti. La sua dottrina (Roma 1934). Il saggio consta di due parti: l’una, di carattere storico-critico, affronta le questioni preliminari inerenti alla collocazione storica e culturale di Antonio, all’autenticità e genuinità degli scritti, all’originalità della dottrina e all’influsso esercitato sui contemporanei e sui posteri; l’altra, di carattere dottrinale, è una ricostruzione sistematica di testi in latino, scelti con gusto e perspicacia, contenenti le principali tesi teologiche, morali mistiche e religiose, tratte dagli scritti del Santo, così da risultare una particolare Summula. Gli argomenti riguardano: Dio, l’uomo, Cristo Gesù, la Vergine, la vita morale e soprannaturale, l’al di là…
Toccò a papa Pio XII l’onore di concludere affermativamente la procedura storico-giuridica, cosa che egli compì il 16 gennaio 1946 con il Breve Apostolico Exsulta, Lusitania felix. Non bisogna stupirsi del ritardo, ben sette secoli e più, subìto da sant’Antonio prima di accedere al culto di Dottore. Infatti il riconoscimento apostolico non era altro che una conferma di una prassi consolidata nella Chiesa fin dai primi anni dalla morte del Santo.

Il culto
Sant’Antonio da Padova è tra i santi più noto e amato nel mondo. Milioni di pellegrini e devoti, provenienti da ogni parte della terra, visitano ogni anno la sua Basilica a Padova. Non vi è chiesa al mondo che non abbia un altare, un dipinto, una statua, un affresco, una nicchia a Lui dedicati. Per non parlare poi delle piccole statue e dei santini presenti in vari luoghi, prime fra tutte le abitazioni private. Nel 1920 Benedetto XV elegge Sant’Antonio da Padova “patrono particolare e protettore della Custodia di Terra Santa”. Sant'Antonio è patrono anche del Portogallo, del Brasile, e di numerose città in Italia, Spagna e Stati Uniti…
Al termine dei festosi e solenni funerali del 17 giugno 1231, il corpo del Santo venne sepolto nella chiesetta Santa Maria Mater Domini del conventino francescano della città; probabilmente non interrato, ma anzi un po’ sopraelevato, in maniera che i devoti, sempre più frequenti e numerosi, potessero vederne e toccarne l’arca-tomba.

Traslazioni
La più importante traslazione avvenne l’8 aprile del 1263, quando, terminata una fase decisiva della costruzione della nuova chiesa, si procedette a trasferirvi il venerato corpo. San Bonaventura da Bagnoregio, allora Ministro generale dei francescani, presiedette la cerimonia. Nell’esaminare i sacri resti, prima di riporli in una nuova cassa di legno, si accorse che la lingua del Santo era rimasta incorrotta. A tale scoperta Bonaventura esclamò: “O lingua benedetta, che sempre hai benedetto il Signore e l’hai fatto benedire dagli altri, ora si manifestano a tutti i grandi meriti che hai acquistato presso Dio”. In quell’occasione, l’arca con i resti mortali del Santo venne collocata probabilmente al centro del transetto, sotto l’attuale cupola conica (dell’Angelo), davanti al presbiterio.
Un’altra traslazione avvenne nel 1310, allorché ultimata la nuova cappella dedicata al Santo, all’estremità sinistra del transetto, le sacre spoglie vi furono solennemente trasportate. Una terza Traslazione, tra il 14 o 15 febbraio del 1350, il Cardinale Guido de Boulogne-sur-Mer, Legato Pontificio, si recò a Padova per adempiere un voto, era infatti stato guarito dalla peste, e donò un prezioso reliquiario nel quale, lui stesso, procedette a sistemare l’osso mandibolare. Un ultimo probabile temporaneo trasloco si ebbe agli inizi del ‘500, quando venne demolita la cappella gotica del Santo, per far posto alla nuova cappella rinascimentale, inaugurata, seppure incompiuta, nel 1532.

Quarta traslazione e ricognizione
Un’importante indagine sui resti del Santo fu iniziata il 6 gennaio 1981, in occasione del 750° anniversario della morte di sant’Antonio. Una commissione religiosa e una commissione tecnico-scientifica, entrambe nominate dalla Santa Sede, curarono l’apertura della tomba ed esaminarono quanto vi rinvennero. Rimossa una lastra laterale di marmo verde, si trovò una grande cassa di legno d’abete, avvolta in preziosi drappi.
Essa conteneva un’altra cassa più piccola in legno, dentro cui in diversi involti, sistemati in tre comparti, avvolti in drappi preziosi e con scritte indicative, c’erano:
- lo scheletro, ad eccezione del mento, dell’avambraccio sinistro e di altre parti minori (da secoli conservate in altri reliquiari particolari):
- la tonaca,
- la “massa corporis”, cioè le ceneri: qui sono state individuate le fragili parti dell’apparato vocale del Santo, quasi a riconfermare il prodigio della lingua incorrotta.
I resti di Sant’Antonio furono poi ricomposti in un’urna di cristallo ed esposti, dalla sera del 31 gennaio alla sera della domenica 1° marzo 1981 (per un totale di 29 giorni) alla venerazione dei devoti. Al termine dell’ostensione l’urna di cristallo venne rinchiusa in una cassa di rovere e riposta nella secolare tomba-altare della cappella dedicata a sant’Antonio.
Alcuni reperti, in particolare la tonaca e le reliquie dell’apparato vocale di sant’Antonio, sono tuttora esposti nella Cappella delle Reliquie.

Ostensione del 2010

Infine, dal 15 al 20 febbraio del 2010, per sei giorni i fedeli hanno potuto venerare le Spoglie mortali di Sant’Antonio esposte nella Cappella delle Reliquie della Basilica del Santo, prima del loro ritorno alla Cappella dell’Arca una volta terminato il restauro iniziato nel 2008.

Autore: P. Giovanni Lauriola ofm

 


 

È uno dei Santi più amati e venerati della cristianità. La Basilica di Padova, dove si trovano le sue spoglie mortali, è meta ogni anno di milioni di pellegrini provenienti da ogni parte del mondo. Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa. È patrono di poveri e affamati. Il suo emblema è il giglio bianco con il quale viene raffigurato. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano, che ha dipinto il ciclo dei Miracoli di sant'Antonio da Padova nella Scuola del Santo a Padova, e Donatello. Antonio fu canonizzato l'anno seguente la sua morte dal papa Gregorio IX.
La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini. Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua del Santo incorrotta, ed è conservata nella cappella del Tesoro presso la basilica della città veneta di cui è patrono. Sant'Antonio è anche patrono del Portogallo, del Brasile, della Custodia di Terra Santa e di numerose città in Italia, Spagna e Stati Uniti.

Le origini e l'ingresso nell'ordine agostiniano
Fernando di Buglione nasce a Lisbona il 15 agosto 1195 da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione. A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all'Ordine dei Canonici regolari di Sant'Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all'ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219, a 24 anni. Quando sembrava dover percorrere la carriera del teologo e del filosofo, decide di lasciare l'ordine dei Canonici Regolari di Sant'Agostino perché mal sopportava i maneggi politici tra i canonici regolari agostiniani e re Alfonso II, anelando ad una vita religiosamente più severa.  

La scelta dei francescani e la missione in Marocco
Il suo desiderio si realizza allorché, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi. Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confida loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell'abate, eremita egiziano. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s'imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi. Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce.  

L'incontro con san Francesco
A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Il ministro provinciale dell'ordine per l'Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell'eremo composto da una chiesolina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all'ordinazione di nuovi sacerdoti dell'ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili.

Predicatore contro le eresie
Ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito di preghiera. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell'Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e quest'ultima data pone le basi della scuola teologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola. Quando è in Francia, tra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell'Ordine, Francesco nel frattempo è morto, è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell'Italia settentrionale.

Fautore della “riforma” per i debitori insolventi
Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali.
A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico.

Predicatore papale e le visioni mistiche
Convinto assertore del dogma dell’assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito "arca del Testamento". Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d'asma ed è gonfio per l'idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231. Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.

La morte e la disputa delle spoglie
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto. Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano "guerre intestine" tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari, infine il padre provinciale decide che la salma sia portata a Mater Domini. Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni documentati da testimoni.

I miracoli operati da vivo
Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede, recisa, fece ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato, rese innocui cibi avvelenati, predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia, fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio.


Autore:
Maurizio Valeriani

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Aggiunto/modificato il 2018-03-02

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