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Servi di Dio 40 Seminaristi Martiri Burundesi Allievi del Seminario di Buta

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Buta, Burundi, 30 aprile 1997

Il 30 aprile 1997 vennero assassinati 40 giovanissimi allievi del Seminario di Buta (diocesi di Bururi), appartenenti alle etnie hutu e tutsi, per non essersi voluti separare gli uni dagli altri.Jolique Rusimbamigera, studente nel Seminario di Buta, seppur ferito gravemente scampò al tragico massacro. Un anno dopo rese la seguente testimonianza:"Erano tantissimi, mi sono sembrati cento. Sono entrati nel nostro dormitorio, quello delle tre classi del ciclo superiore, e hanno sparato in aria quattro volte per svegliarci... Subito hanno cominciato a minacciarci e, passando fra i letti, ci ordinavano di dividerci, hutu da una parte e tutsi dall'altra. Erano armati fino ai denti: mitra, granate, fucili, coltellacci...Ma noi restavamo raggruppati! Allora il loro capo si è spazientito e ha dato l'ordine: "Sparate su questi imbecilli che non vogliono dividersi". I primi colpi li hanno tirati su quelli che stavano sotto i letti... Mentre giacevamo nel nostro sangue, pregavamo e imploravamo il perdono per quelli che ci uccidevano. Sentivo le voci dei miei compagni che dicevano: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Io pronunciavo le stesse parole dentro di me e offrivo la mia vita nelle mani di Dio".



Dopo i martiri per la fede, quelli della purezza e della carità, dal 30 aprile 1997 abbiamo anche i “martiri dell’amicizia”. In quella data, infatti, 40 seminaristi del Burundi sono stati massacrati in nome dell’amicizia e della fratellanza che volevano difendere a tutti i costi, offrendo così una testimonianza preziosa per il nostro tempo, ancora caratterizzato dalla divisione etnica, dall’odio razziale e dalle discriminazioni. La “Svizzera dell’Africa” (come un tempo era considerato il Burundi) negli Anni Novanta è attraversata da profondi e sanguinosi scontri tribali, che oppongono la maggioranza etnica prevalente degli Hutu ai minoritari Tutsi. Scandalosamente ciò avviene in un paese al 99% cristiano e per oltre il 75% cattolico. Inevitabile che la situazione dell’intero paese si rifletta anche nelle scuole e nei seminari, con una rigida suddivisione dei dormitori, degli spazi di gioco e delle aule tra le due etnie. Mentre molti istituti devono chiudere i battenti per le forti tensioni interetniche, il seminario di Buta, nel sud del Burundi. diventa un’isola felice e un concreto esempio di serena convivenza, grazie al nuovo rettore che lavora molto per abbattere le frontiere e per creare un clima di amicizia tra gli studenti. Il suo sapiente accompagnamento spirituale riesce pian piano a far superare il clima di odio e di vendetta che si respira ovunque. Inutile dire che, se da un lato l’esperienza di questo seminario dimostra con i fatti che l’amore di Cristo è più forte delle barriere razziali, dall’altro finisce per rappresentare il più solenne smacco per i “signori della guerra”, che proprio sull’impossibilità dell’intesa tra hutu e tutsi fondano il loro infernale progetto di violenza e di morte. “Dio è buono e noi lo abbiamo incontrato”, cantano e ripetono i seminaristi, al ritorno da un ritiro nella loro ultima Pasqua che ha fornito basi ancor più solide alla loro spiritualità. In un clima surreale, con il seminario costantemente presidiato dai militari tutsi, sotto la martellante istigazione alla violenza propagandata dalla televisione, con le notizie a raffica di massacri e genocidi della popolazione civile che fanno vivere in un clima di costante terrore e di preoccupazione per la sorte delle loro famiglie, i seminaristi cercano di farsi vicendevolmente forza e coraggio, cercando di mantenere pressoché inalterato il ritmo delle loro attività e soprattutto la loro unione, al di là dell’odio etnico che la politica cerca di instillare. Tutto questo fino all’alba del 30 aprile 1997, quando i ribelli hutu, ubriachi e drogati, irrompono nel dormitorio in cui tutti i seminaristi si sono rifugiati: stanno attuando non solo un’operazione di rappresaglia e di pulizia etnica, piuttosto vogliono dimostrare come sia stata fallimentare l’idea di far convivere le due etnie, convinti come sono che l’esperimento non possa reggere di fronte alla minaccia di morte. Per questo ordinano ai ragazzi, armi in pugno,  di dividersi in due gruppi, Hutu da una parte e Tutsi dall’altra. I ragazzi non si muovono: non perché paralizzati dalla paura, piuttosto perché convinti che di fronte all’amicizia non si possono fare distinzioni etniche: l’amico resta tale, indipendentemente da come te lo vogliano rappresentare. Scornati e forse disorientati dalla inaspettata reazione, gli assassini scatenano l’inferno, mentre i ragazzi, tutsi e hutu indifferentemente, restano abbracciati tra loro, si sostengono a vicenda, si aiutano come possono. “Padre, perdonali, perchè non sanno quello che fanno”, li sentono anche sussurrare Alla fine, su quel pavimento, immersi nel loro sangue, si contano 40 morti: tutti ragazzi tra i 15 e i 20 anni, crivellati di colpi, sventrati dalle granate, finiti con il machete. La loro non è stata una morte casuale, piuttosto il risultato “di un’atmosfera, della cultura, dell’educazione che erano state forgiate da mesi…. Non è in quella notte tragica che quegli studenti hanno scoperto il dramma del loro Paese. Vi avevano già riflettuto sopra. Il loro comportamento è il prodotto di quella maturazione” , dicono adesso di loro. È per questo che dei “martiri dell’amicizia” o della “fratellanza”  è stata introdotta la causa di beatificazione, mentre sulle loro tombe e nella cappella di quel seminario, da allora intitolata a Maria Regina della Pace, proseguono ininterrottamente i pellegrinaggi dei burundesi che vengono ad invocare la pace per il loro Paese.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Il Burundi è un paese dalle dimensioni di una provincia italiana, con una popolazione di 6 milioni di abitanti appartenenti a 3 diverse etnie : Hutu (85%), Tutsi (14%) e TWA (1%). La lingua nazionale è il kirundi. Il 75% della popolazione si professa cattolica, il 24% protestante, mentre i rimanenti sono mussulmani ed animisti.
Il dramma sta nel fatto che coloro che si dicono cristiani si uccidano tra loro per ragioni politico-etniche. Vale a dire che non hanno nel Vangelo un punto di riferimento.
La guerra che imperversa dal 1993 ai giorni nostri a toccato tutti i settori della vita nazionale. I cristiani che tentano di testimoniare la loro fede sono le prime vittime delle sue barbarie. Questi testimoni della fede sono numerosi in un paese che muore in silenzio, dove un genocidio in stile ruandese è sempre rampante.
Questo paese, come tutti gli altri paesi del mondo, ha il diritto di essere amato, ma ahimè, è stato abbandonato nel dimenticatoio della storia.Aldilà dell’odio, della vendetta e dell’ingiustizia, si assiste inoltre alla riuscita dell’opera di Cristo nei suoi piccoli fratelli seminaristi della Chiesa Burundese, martiri della fratellanza cristiana.
Al sorgere dell’alba del 30 aprile 1997, verso le ore 5,30, una banda armata del Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia (C.N.D.D.) attaccò il seminario di Buta percuotendo a morte 40 allievi in un dormitorio in cui le varie etnie erano mescolate.
Si verificò un interessamento generale in tutto il paese e nel mondo intero. Il Santo Padre Giovanni Paolo II inviò un messaggio di condoglianze al vescovo della diocesi di Bururi, rivolte anche a tutta la Chiesa del Burundi in lutto.
In effetti questi 40 seminaristi, di età compresa tra i 15 ed i 20 anni, selvaggiamente assassinati nel sonno mattutino, appartenevano a varie diocesi burundesi. Questo attacco suscitò tante più emozioni di quanto il Seminario di Buta si era reso celebre per la salvaguardia dell’unità tra le due etnie (Hutu e Tutsi) dopo l’inizio della guerra civile, nell’ottobre 1993.
Mentre molte scuole chiudevano le porte ed altre vivevano ossessionate delle stragi interetniche, il Seminario di Buta grazie al particolare sforzo degli educatori e degli stessi allievi restò un’isola di pace nell’oceano di odio e di vendetta in cui viveva il paese.
Ciò che ha stupito molti è il modo in cui questi allievi sono morti. E’ per tale motivo che vengono chiamati i “martiri della fratellanza”.
Un mese prima dell’attacco, tutti i seminaristi ritornavano da un ritiro di particolare profondità svoltosi durante il Triduo Pasquale. La Pasqua era stata celebrata in un clima di euforia e gioia fuori del normale.
Dopo le vacanze, dal 20 al 24 aprile 1997, la classe seconda come ogni anno aveva un ritiro di discernimento vocazionale con i membri Focolare della Carità di Giheta. Al termine del ritiro, questa classe animata da uno spirito del tutto nuovo sembrò aver lanciato il colpo d’inizio della preparazione a questa morte santa di questi innocenti. Pieni di allegria e di gioia, essi non avevano che queste parole sulla bocca: “Dio è buono, noi l’abbiamo incontrato”. Parlavano del Paradiso come se né arrivassero, del sacerdozio come avessero essere ordinati immediatamente. Il loro impegno indefettibile al servizio della Chiesa fino alla morte fu il loro canto.
Qualcosa di molto forte passò dai loro cuori, rendendosene conto, ma senza sapere esattamente cosa. Presero la decisione di parlarne sistematicamente ai loro compagni in modo formale con l’accordo dei superiori. Il Movimento di preghiera abbraccia tutto il seminario. Da tal giorno essi pregheranno, canteranno, danzeranno alla Chiesa felici di aver scoperto un tesoro, il Paradiso come essi dicevano. La vigilia della loro morte molti non lavorarono; piuttosto pregarono, incoraggiando quelli che avevano paura di morire, dicevano che era l’unico modo di arrivare al cielo.
Quando l’indomani gli assassini li sorpresero a letto, ordinarono loro di separarsi, gli “Hutu da una parte ed i “Tutsi” dall’altra. Essi volevano ucciderne solamente una perte, ma i giovani seminaristi si rifiutarono categoricamente, preferendo dunque morire insieme. Il loro progetto diabolico era arenato, gli uccisori si scagliarono dunque sui ragazzi e li massacrarono a colpi di fucili e di granate. Allora si sentirono alcuni allievi cantare Salmi di lode ed altri parlare in lingua madre dicendo: “Perdona loro Signore, perché non sanno quello che fanno”. Altri ancora, anziché combattere o tentare di salvarsi, cercarono piuttosto di aiutare i loro fratelli agonizzanti, sapendo bene che in tal modo li avrebbe attesi la medesima sorte. Coloro che sono scampati a questo massacro testimoniano che i loro compagni morirono in una serenità fuori del comune, in pace, senza angoscia.
La loro morte fu come un passaggio dolce e leggero, senza dolore, senza rumore e senza quella paura che avevano provato alla vigilia. Essi sono morti come “martiri della fratellanza”, onorando così anche la Chiesa del Burundi, che ha perso molte figlie e molti figli a causa dell’odio e della vendetta etnici.
Il 2 maggio 1998 il Seminario Minore di Buta celebrò il termine del lutto per i 44 seminaristi uccisi un anno prima. Sempre in tale giorno, il vescovo di Bururi consacrò durante la Messa una chiesa dedicata alla loro memoria in presenza di una folla immensa composta da parenti delle vittime, preti, religiosi e religiose, amici e conoscenti del Seminario di Buta.
Il memoriale di questi martiri della fratellanza” è stato dedicato a “Maria Regina della Pace”.Erano inoltre presenti a questa festa il Presidente della Repubblica, il Nunzio Apostolico e tre vescovi di altre diocesi.
Da quel giorno il nuovo santuario è divenuto un luogo di pellegrinaggio in cui i burundesi vengono a pregare per la riconciliazione del loro popolo, per la pace, la conversione e la speranza universali.Possa la loro testimonianza di fede, di unità e di fratellanza portare lontano ed il loro sangue divenire un seme per la pace in Burundi e nel mondo intero.
Jolique Rusimbamigera, studente nel Seminario di Buta, seppur ferito gravemente scampò al tragico massacro. Un anno dopo rese la seguente testimonianza, che fu letta anche duarante la commemorazione ecumenica dei Testimoni della Fede del XX secolo presieduta da Giovanni Paolo II il 7 maggio 2000 al Colosseo: “Erano tantissimi, mi sono sembrati cento. Sono entrati nel nostro dormitorio, quello delle tre classi del ciclo superiore, e hanno sparato in aria quattro volte per svegliarci... Subito hanno cominciato a minacciarci e, passando fra i letti, ci ordinavano di dividerci, hutu da una parte e tutsi dall'altra. Erano armati fino ai denti: mitra, granate, fucili, coltellacci... Ma noi restavamo raggruppati! Allora il loro capo si è spazientito e ha dato l'ordine: “Sparate su questi imbecilli che non vogliono dividersi". I primi colpi li hanno tirati su quelli che stavano sotto i letti... Mentre giacevamo nel nostro sangue, pregavamo e imploravamo il perdono per quelli che ci uccidevano. Sentivo le voci dei miei compagni che dicevano: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". Io pronunciavo le stesse parole dentro di me e offrivo la mia vita nelle mani di Dio”.


Ecco i nomi dei 40 seminaristi martiri:

- Jean-Thierry Arakaza
- Bernard Bahifise
- Gilbert Barinakandi
- Alain-Basile Bayishemeze
- Sébastien Bitangwaniman
- Remy Dusabumukama
- Robert Dushimirimana
- Eloi Gahungu
- Léonidas Gatabazi
- Willermin Habarugira
- Désiré Ndagijimana
- Audace Ndayiragije
- Pie Ndayitwayeko
- Pascal Hakizimana
- Joseph Harerimana
- Jean-Marie Kanani
- Pacifique Kanezere
- Adronis Manirakiza
- Jules Matore
- Longin Mbazumutima
- Joseph Muhenegeri
- Jimmy-Prudence Murerwa
- Emery Ndayumvaneza
- Alexis Ndikumana
- Boniface Nduwayo
- Désiré Nduwimana
- Phocas Nibaruta
- Prosper Nimubona
- Diomède Ninganza
- Patrick Nininahazwe
- Egide Niyongabo
- Prosper Niyongabo
- Protais Niyonkuru
- Pasteur Niyungeko
- Alphonse Ntakiyica
- Pierre-Claver Ntungwanayo
- Gédéon Ntunzwenimana
- Lénine Nzisabira
- Oscar Nzisabira
- Gabriel Sebahene


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto il 2013-05-12

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