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Santa Elisabetta Fedorovna Granduchessa, monaca e martire

18 luglio (Chiese Orientali)

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Bessungen, Germania, 1° novembre 1864 – Alapaevsk, Siberia, Russia, 18 luglio 1918

La principessa Elisabetta Alessandra Luisa Alice d’Assia-Darmstadt, figlia del Granduca d’Assia Ludovico IV e di Alice Maud Mary di Gran Bretagna, sposò il 15 giugno 1884 il Granduca di Russia Sergei Alexandrovich, assumendo così il nome di Elizaveta Fedorovna. Rimasta vedova nel 1905, entrò in convento, ma volendo poi condividere le sorti della famiglia imperiale morì anch’essa martire dei bolscevichi nel 1918. La Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca) l’ha canonizzata nel 1992, mentre già nel 1981 tale provvedimento era stato adottato dalla Chiesa Russa all’Estero. Questa santa compare nel grande mosaico-icona della cappella Redemptoris Mater fatta realizzare in Vaticano da papa Giovanni Paolo II.

Etimologia: Elisabetta = Dio è il mio giuramento, dall'ebraico


Santa Elisabetta Fedorovna costituisce una figura assai singolare nel vasto panorama della santità nelle Chiese orientali: principessa tedesca di confessione luterana, sposò un membro della famiglia imperiale Romanov e si convertì all’ortodossia. Fattasi poi monaca, morì martire dei bolscevichi e perciò fu canonizzata dal Patriarcato di Mosca. Papa Giovanni Paolo II la considerò degna di venerazione anche da parte cattolica, quale donna esemplare del XX secolo, e la fece inserire nello splendido mosaico-icone della cappella Redemptoris Mater in Vaticano insieme a molti altri santi d’Oriente e d’Occidente di ogni tempo.
La principessa Elisabetta Alessandra Luisa Alice d’Assia-Darmstadt, figlia del Granduca d’Assia Ludovico IV e di Alice Maud Mary di Gran Bretagna, nacque presso Bessungen, in Germania, il 1° novembre 1864. Il suo casato discendeva da Santa Elisabetta d’Ungheria, langravia di Turingia nel XIII secolo. Sin dalla nascita Elisabetta fu educata nella fede luterana, ma il suo destino era evidentemente legato alla Russia. Il 15 giugno 1884 fu infatti data in sposa al granduca Sergej Aleksandrovic e dieci anni dopo anche la sua sorella minore andò in sposa all’ultimo zar russo, San Nicola II.
Nel 1891 Sergej Aleksandrovic fu nominato governatore generale di Mosca e la moglie dovette seguirlo in tale città. Proprio in tale anno, senza alcuna pressione, bensì spinta da un sincero desiderio del cuore, Elisabetta si convertì all’ortodossia assumendo così il nome di Elizaveta Fedorovna. Già durante la sua permanenza a Pietroburgo Elisabetta aveva intrapreso numerose attività benefiche, ma dopo il trasferimento a Mosca le opere di carità divennero il principale fine della sua vita. Di animo generoso e sensibile, in lei l’amore per i poveri e gli ultimi si coniugò mirabilmente ad una fede fervente. Nel 1905, in seguito all’assassinio del marito per mano di un terrorista socialista, Elisabetta decise di lasciare il mondo per la vita religiosa: licenziò così il proprio seguito, si ritirò dalla vita mondana e quattro anni dopo fondò a proprie spese nell’attuale capitale russa il Convento della carità di Marta e Maria, auspicando di poter così imitare il modello costituito dalla casa di Lazzaro, Maria e Marta di Betania. Elisabetta tentò di fondere quelli che erano stati i servizi di Marta e di Maria, cioè rispettivamente la compassione operosa e la vita mistica e contemplativa. Sostenuta dal metropolita moscovita Vladimir Bogojavlenskij, la fondazione operata dalla granduchessa divenne in breve tempo attiva in ambito culturale, caritativo, medico ed educativo. Portando in dote alla sua nuova patria il dinamismo sociale tipico del protestantesimo, Elisabetta vi fece così attecchire qualche pillola del patrimonio spirituale occidentale. Sognava inoltre di ottenere nella Chiesa Ortodossa Russa il ripristino dell’antico servizio delle diaconesse, ma dovette desistere dal suo ambizioso progetto in seguito all’opposizione manifestata da alcuni vescovi.
Sul fronte politico bisogna segnalare il tentativo operato da Elisabetta volto a contrastare l’influsso di Rasputin nei confronti della zarina Aleksandra, sua sorella minore, e dello zar Nicola II, ma finì così per urtarsi con la sua congiunta. E’ interessante notare come Elisabetta, pur dedita principalmente ad opere caritative, conservò la stima per la cultura, l’arte e l’antichità. A Mosca aiutò le associazione scientifiche legate alla Chiesa, attivando in tal modo iniziative volte alla salvaguardia dei monumenti dell’arte cristiana antica.
Sin dall’inizio della rivoluzione bolscevica i diplomatici le consigliarono di lasciare la Russia, ma ella rifiutò sempre, nonostante il suo destino fosse ormai segnato in quanto sorella della zarina. Nel 1918 Elisabetta Fedorovna fu deportata insieme alla famiglia imperiale presso Ekaterinburg, negli Urali, seguita dalla consorella Santa Barbara (Varvara) Jakovleva, un’anima pura e profondamente devota verso la sua superiora. Le due prigioniere furono poi trasferite nella vicina cittadina di Alapaevsk con altri principi Romanov. Durante la ritirata dagli Urali, nel pieno della guerra civile, i comunisti presero a giustiziare tutti i membri della famiglia imperiale caduti nelle loro mani. Il 18 luglio Elisabetta, Varvara ed i granduchi loro compagni di prigionia furono condotti fuori della città e gettati in una miniera. Le truppe fedeli allo zar, sopraggiunte sul luogo, scoprirono che in fondo alla miniera Elisabetta, rimasta miracolosamente cosciente, aveva strappato dal proprio abito delle strisce di tessuto per fasciare le ferite di uno dei granduchi. Scesi nella miniera, i soldati trovarono i corpi ormai senza vita.
Nacque spontaneamente un culto popolare di Elisabetta e Varvara, i cui resti dal 1920 trovarono riposo in un monastero ortodosso femminile nella Città Santa. Riconosciuto il loro martirio furono canonizzate nel 1981 dalla Chiesa Russa all’Estero ed infine nel 1992 dalla Chiesa Ortodossa Russa (Patriarcato di Mosca).


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto il 2001-02-01

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