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Lisciano, Ancona, 1158 circa - Convento di Lens, Pas-de-Calais, 10 luglio 1234 circa
Fra Pacifico è una delle figure più affascinanti della prima generazione francescana: un poeta colto, incoronato dall'imperatore come "Re dei versi", che abbandona la gloria delle corti per seguire il Poverello d'Assisi e diventare egli stesso "giullare di Dio". La sua vita attraversa due mondi - quello raffinato della lirica cortese marchigiana e quello radicale della nascente fraternità francescana - e li tiene uniti in una sintesi originale. Missionario in Francia, visitatore delle Clarisse, testimone oculare delle stimmate di Francesco e forse revisore del Cantico delle Creature, Pacifico incarna l'incontro tra cultura e santità, tra la parola del poeta e il silenzio dell'adorazione. La sua memoria, custodita dal Martirologio francescano al 10 luglio, ricorda un uomo che seppe trasformare la propria arte in lode.
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Guglielmo Divini nacque intorno al 1158 a Lisciano, piccolo borgo nel territorio di Ascoli Piceno, in quella Marca d'Ancona che allora era crocevia di culture e corti. Giovane di buona famiglia, si distinse presto per il talento poetico e musicale: compose canzoni mondane e si esibì come trovatore, diventando ben presto il più celebre cantore del suo tempo. Le cronache — riprese da Tommaso da Celano e da Bonaventura da Bagnoregio — narrano che fu incoronato dall'imperatore con il titolo di "Re dei versi", onore che lo poneva al vertice della tradizione poetica italiana nascente. Secondo alcune testimonianze locali, l'incoronazione sarebbe avvenuta nel 1208 a Palermo per mano del giovane Federico II, che lo riconobbe «maestro e re dei versi italiani per essere stato il primo di tal professione in Italia». Guglielmo viveva immerso nel mondo, circondato da amici e ammiratori, «dimentico di sé e del tutto all'oscuro di Dio», come scriverà con efficacia Tommaso da Celano.
L'incontro decisivo a San Severino La svolta arrivò tra il 1212 e il 1213. Francesco d'Assisi, di ritorno dal mancato viaggio in Oriente, sostava nella Marca e predicava presso il monastero di claustrali di Colpersito, a San Severino Marche. Guglielmo si recò lì per far visita a una parente monaca, accompagnato dal suo corteo di amici e ammiratori. Le fonti raccontano che, mentre osservava da lontano quel frate sconosciuto, ebbe una visione straordinaria: vide due spade luminosissime disegnare una croce sul corpo di Francesco, una dalla testa ai piedi, l'altra trasversale sul petto. Pur non conoscendolo di persona, Guglielmo riconobbe in quel segno un mandato divino. Quando Francesco prese la parola, la sua predicazione colpì Guglielmo come una spada essa stessa: lo ammonì con dolcezza sulla vanità della sua vita e sul giudizio imminente. La risposta fu immediata e radicale: «Che bisogno c'è di aggiungere altro? Veniamo ai fatti. Toglimi dagli uomini e rendimi al grande Imperatore!». Il giorno seguente Francesco gli impose il saio e lo chiamò «frate Pacifico», perché «lo aveva ricondotto alla pace del Signore». Molti dei suoi antichi compagni di vanità, edificati da quella conversione, seguirono il suo esempio.
Primo discepolo e testimone dei segreti di Francesco Fra Pacifico divenne uno dei compagni più intimi del Poverello. Nell'estate del 1213 era al suo fianco quando il cavaliere Giovanni di Capana donò il Monte della Verna. Nel 1214, pregando nella chiesetta di Bovara presso Trevi, ebbe la celebre visione mistica: vide il cielo riempirsi di troni, uno dei quali «più bello degli altri, ornato di pietre preziose e tutto raggiante di gloria»; una voce gli rivelò che quel trono, un tempo destinato a Lucifero, era ora riservato «all'umile Francesco». Fu lui a vedere il tau luminoso risplendere sulla fronte del santo e, cosa ancor più significativa, fu tra i pochissimi ai quali Francesco mostrò e lasciò toccare le stimmate ancora in vita, prima che la morte le sigillasse per sempre. I Fioretti gli dedicano il capitolo XLVI, narrando un'altra sua estasi durante la quale vide l'anima di frate Umile da Soffiano salire al cielo. La Compilazione di Assisi ricorda inoltre che Francesco, nei momenti di maggiore consolazione spirituale, «voleva mandare a chiamare frate Pacifico — che nel secolo veniva detto "il re dei versi" ed era gentilissimo maestro di canto —» perché guidasse i frati nel cantare le lodi del Signore per le piazze, come veri «giullari di Dio».
La missione di Francia e l'obbedienza all'Ordine Nel 1217 Francesco, organizzando l'espansione dell'Ordine, affidò a Pacifico la missione di fondare conventi nella regione franco-belga, allora riservata direttamente dal santo. Pacifico vi rimase fino al 1223, gettando le basi di quella che sarebbe diventata la provincia di Francia settentrionale. Rientrato in Italia, nel 1221 fu eletto visitatore delle Damianite (le future Clarisse), sostituendo frate Filippo Longo. Nel 1227 papa Gregorio IX gli affidò in modo particolare la cura del monastero delle clarisse di Siena. Dopo il 1230, però, frate Elia da Cortona, ministro generale, lo richiamò nuovamente oltralpe perché riprendesse la guida della provincia francese. Pacifico obbedì, come sempre aveva fatto, senza cercare onori né stabilità.
Gli ultimi anni e la morte a Lens Gli ultimi anni di fra Pacifico si consumarono nuovamente nel freddo e nella fatica delle fondazioni francesi. Morì nel convento di Lens, nel Pas-de-Calais, il 10 luglio di un anno che la tradizione francescana colloca intorno al 1234. Le cronache non tramandano circostanze straordinarie sulla sua fine: è probabile che se ne sia andato come aveva vissuto negli ultimi decenni, nell'obbedienza silenziosa e nella lode. La sua memoria fu fissata al 10 luglio nel Martirologio francescano, e da lì è passata al culto della Chiesa.
Autore: Enrico Quiri
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