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Beato Raimondo Lullo Terziario francescano, martire

29 giugno

Palma di Maiorca, Isole Baleari, Spagna, 1235 – nel mare di fronte a Maiorca, 29 giugno 1316

Nasce a Maiorca nel 1235 da famiglia nobile. In gioventù intraprende la carriera politica al seguito del figlio del re d’Aragona. Si sposa ed ha due figli, ma intorno ai trent’anni entra nell’Ordine francescano dedicandosi allo studio e a viaggi di conoscenza, con lo scopo diffondere il cristianesimo soprattutto tra i musulmani. Fonda un collegio per far studiare l’arabo ai francescani e scrive numerosi trattati di formazione missionaria che gli varranno il titolo di «dottore illuminato». Parte poi verso il Medio Oriente dove tenta la via della conciliazione tra cristiani d’Oriente e d’Occidente e nel Nord Africa a predicare tra i musulmani, con spirito tenace anche oltre le difficoltà e gli insuccessi. Muore nel 1316 tornando dall’Africa, e viene sepolto con grandi onori a Maiorca. La fama popolare di beato circonda la sua figura subito dopo la morte, ma solo nel 1850 Pio IX ne approverà il culto, che già gli veniva tributato in Catalogna e nell’Ordine francescano. (Avvenire)

Martirologio Romano: Nel braccio di mare di fronte all’isola di Maiorca, beato Raimondo Lullo, religioso del Terz’Ordine di San Francesco e martire, che, uomo di grande cultura e di illuminata dottrina, per propagare il Vangelo di Cristo instaurò con i Saraceni un fraterno dialogo.


Alcuni appunti su Raimondo Lullo di Palma di Maiorca (ivi nato 1233 e morto nel 1315). Non è una figura molto conosciuta in ambito ecclesiale, eppure è riuscito a ritagliarsi un posto nella storia della filosofia (e teologia) e nella mistica. Per alcuni aspetti la considero una figura moderna, attuale, interessante, anche per capire certe problematiche (fede-ragione: rapporto con i musulmani) che, guarda caso, presenti ancora oggi e non risolte, ma che lui ha studiato e... tentato di risolvere. Per la verità, la storia dice anche con risultati non esaltanti. Ma è degno lo stesso del nostro ricordo perché lui almeno si è impegnato alla soluzione, con tutta la sua intelligenza e l'amore

Raimondo, segui me!

Era di una ricca e nobile famiglia catalana e ricevette un'educazione nella adeguata. Per molti anni visse la vita di corte, fatta di lusso, feste e bei vestiti. Raimondo, poeta e cavaliere di corte non si sentiva a disagio. Gli piaceva quella vita e la celebrava anche nelle poesie d'amore. Si sposò ed ebbe anche due figli. Sembrava contento della propria vita e di se stesso… Qualcuno Altro no!
Verso i 30 anni ecco la crisi religiosa. L'origine? Strane visioni del Cristo Crocifisso che per ben cinque volte gli sussurrò: "Raimondo, segui me!". Prima non ci badò, dubitando di tutto; poi non ci volle credere. Alla fine si arrese. Conversione totale. Fine di quella vita. D'accordo con la moglie e dopo aver lasciato beni sufficienti anche per i figli, lasciò lusso e agiatezza, feste di corte e i bei vestiti, vendette parte dei beni, e si mise in cammino. Visitò santuari e chiese, vivendo in preghiera e povertà, per alcuni anni. E riprese a studiare e a ricercare.

Rapporto ragione-fede e… musulmani

Per due anni (1287-1289) Raimondo fu anche insegnante all'Università di Parigi (poi Roma e Napoli). Così ebbe l'opportunità di esporre i capisaldi della propria dottrina, dando lettura pubblica dell'Ars Magna (i posteri per i suoi scritti lo chiameranno Doctor Illuminatus).
Essendo essenzialmente uomo di azione, anche la sua riflessione era concentrata su come rendere più efficiente ed efficace, più convincente e più convertente l'azione del missionario. Essendo, secondo lui, la predicazione del Vangelo un'altissima missione non poteva essere lasciata solamente all'abnegazione e alla buona volontà del singolo. Occorreva preparare e prepararsi. Il suo pensiero (teso quasi a fondare scientificamente la missione) e la sua azione ne hanno fatto un precursore di quella che oggi si chiama Missionologia.
Da convertito insomma voleva diventare un convertitore, sempre con la ragione e con l'amore. Sentiva profondamente che alla missione però si doveva arrivare non solo con la predicazione e con il dialogo (fatto con amore) ma anche con la cultura (argomentazioni razionali). Furono questi i due orizzonti che segnarono tutto il pensiero e l'azione di Raimondo. Si impegnò quindi ad approfondire la filosofia, la teologia, a studiare l'arabo e ad enucleare le tecniche della logica, considerandola l'arte universale. Forse in questo è stato ispirato da San Pietro, l'ex pescatore che, in una sua lettera, esortava i primi cristiani ad "essere pronti a dare ragione della speranza" che avevano e che li faceva vivere e morire diversi dagli altri. Questo suo invito ebbe successo nei secoli seguenti: ricordiamo, tra gli altri, Giustino, filosofo e martire, e il grande Agostino. Anche Raimondo era conscio di quello che, secoli dopo, avrebbe scritto Giovanni Paolo II (Beato) nell'Enciclica Fides et Ratio: "La Fede e la Ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità".

Missionario coraggioso e…

Non solo uno studioso, un professore di successo, ma anche missionario. Primo tentativo a 60 anni: altro che pensione! Era a Genova per imbarcarsi per Tunisi. Missione? Tra i musulmani, per predicare e testare le proprie teorie. Ma la prospettiva della morte (probabile) lo terrorizzò. Rimase a Genova, in preda ad una grave crisi psicologica e vicino alla follia. Vinta la paura partì finalmente. Ma venne quasi subito espulso. Una delusione: altro che dialogo. In seguito, nel 1307, si recò nell'odierna Algeria. Sperava in una sorte migliore. Le intenzioni erano ottime, la preparazione anche. Ma i musulmani non erano cambiati: lo arrestarono, lo picchiarono, lo imprigionarono. Fine della missione. Ultimo tentativo a 80 anni nel 1314. Ancora Tunisi: qui dedicò i propri scritti al sovrano tentando di nuovo la via del dialogo, con la ragione e con l'amore. Le cose non andarono meglio: fu lapidato. Per fortuna sua venne raccolto da mercanti genovesi e riportato in patria, dove morì nel 1315. Martire per la fede? Forse, almeno un po' sì. Nel 1850 Pio IX gli confermò il titolo di Beato, meritato per questo coraggio nel vivere e predicare il Vangelo.


"Non amare è morire
Dimmi, o Pazza d'amore,
se il tuo Amato non ti amasse più,
che cosa faresti allora?
Io continuerei ad amare,
per non morire.
Perché non amare è morire.
Amare è vivere."

Beato Raimondo Lullo

 

Autore: Mario Scudu sdb

 


 

Gli è andato bene tutto: famiglia nobile e ricca, e di conseguenza un’ottima educazione; poi l’amicizia col secondogenito del re d’Aragona, don Giacomo, che eredita dal padre il singolare e poco duraturo “Regno di Maiorca”, con le Isole Baleari, le regioni di Montpellier e di Perpignano. Di questo re, lui diventa una sorta di primo ministro; si sposa, gli nascono due figli. Ma sui trent’anni lascia tutto e si mette furiosamente a studiare: filosofia, teologia, lingua araba. Viaggia molto, andrà otto volte a Roma e lo scopo della sua esistenza è ormai uno solo: diffondere il cristianesimo intanto tra i musulmani presenti nelle Baleari, ma andarlo pure a predicare in Africa. Ed è tra i primi a capire che bisogna conoscere bene a fondo la cultura dei popoli che si vogliono evangelizzare.
Fonda innanzitutto un collegio per far studiare l’arabo ai francescani; suggerisce a Roma metodi di formazione missionaria che saranno più tardi adottati da Propaganda Fide: scrive trattati di filosofia e teologia in latino, poesie in lingua catalana, e poi parte verso il Medio Oriente (Cipro, Rodi, Siria, Palestina) tentando di riavvicinare i cristiani d’Oriente e d’Occidente, i “greci” e i “latini”. Va nel Nord Africa per convertire i musulmani, parlando la loro lingua: si è preparato all’impresa scrivendo un trattato sulla ricerca comune della verità, ha scritto anche poesie nella sua lingua nativa, ma con verseggiatura araba; ed è personalmente ben visto dal califfo di Tunisi... L’impresa però fallisce. Così come falliscono i suoi tentativi di riconciliazione tra i cristiani, e i suoi progetti per una crociata in Terrasanta. Il suo amore per il Cristo, "in quella natura meridionale traboccante di sogni grandiosi e di attive risorse, si traduce in un’appassionata volontà di lavorare con tutti i mezzi alla salvezza degli infedeli" (Fliche-Martin, Storia della Chiesa, vol. XIII, p. 433).
Gli va male tutto, umanamente parlando. Anche la sua scuola di lingua araba chiude dopo un ventennio. Tuttavia nessun insuccesso lo scuote. Al concilio di Vienna (1311-1313) propone di fondere in uno solo tutti gli ordini di cavalieri cristiani, e non gli danno retta. Sarà poi chiamato dai posteri Doctor illuminatus, ma i contemporanei non sembrano apprezzare i suoi lumi.
Falliscono ancora due suoi tentativi missionari in Nord Africa, conclusi da arresti ed espulsioni. Anzi, si diffonderà anche la voce che a Bouge (attuale Algeria) egli sia stato lapidato a morte. Ma si tratta di leggenda. Raimondo Lullo muore a Maiorca, di ritorno dall’Africa, e viene sepolto con grandi onori nella chiesa di San Francesco. La fama popolare di beato circonda la sua figura subito dopo la morte, e poi nei tempi successivi: ma anche gli sforzi di farlo beatificare falliscono. Nel 1850, infine, Pio IX approverà il culto come beato, che già da tempo gli veniva tributato in Catalogna e nell’Ordine francescano.


Autore:
Domenico Agasso


Fonte:
Famiglia Cristiana

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Aggiunto il 2016-12-15

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