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Beati Martiri Spagnoli Clarettiani di Barbastro Beatificati nel 1992

13 agosto (celebrazione di gruppo)

>>> Visualizza la Scheda del Gruppo cui appartiene

Barbastro, Spagna, 2/18 agosto 1936

Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria (o Clarettiani) di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Morirono in 51, esclusi due studenti di nazionalità argentina e sette fratelli coadiutori (sei anziani e uno scambiato per un laico), uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto. Sono stati beatificati il 25 ottobre 1992 da san Giovanni Paolo II. Le loro reliquie sono venerate dal 1939 nella chiesa che i Missionari Claretiani hanno dedicato al Cuore Immacolato di Maria, nella stessa casa in cui vissero.



I Clarettiani di Barbastro
La congregazione dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, o Clarettiani dal nome del fondatore, sant’Antonio Maria Claret y Clarà, aveva instaurato nel 1869 una casa nella cittadina di Barbastro, presso Huesca, nell’omonima diocesi, suffraganea di quella di Saragozza, in Aragona.
All'inizio dell'insurrezione in Spagna, che diede poi avvio alla guerra civile, i Clarettiani avevano trasferito a Barbastro gli studenti di teologia dell'ovest del paese, allo scopo di procurare ad essi un posto sicuro nei difficili momenti che tutti ritenevano inevitabili.

Nella persecuzione della guerra civile
Iniziarono, difatti, ben presto, in diverse città della Spagna, atti di vandalismo contro chiese e conventi, sotto lo sguardo indifferente delle deboli e indecise autorità della repubblica.
A Barbastro fu proibito l'uso delle campane, la consuetudine di portare le salme dei defunti in chiesa, e di intonare pubblici canti funerari. Il cimitero, proprietà del capitolo, fu sequestrato, e distrutto il seminario con la sua cappella.
Il 18 giugno 1936 la comunità dei Clarettiani era composta da 60 religiosi, di cui 9 sacerdoti, 39 studenti e 12 fratelli coadiutori. Di essi furono risparmiati 2 studenti perché di nazionalità argentina, 6 fratelli coadiutori perché molto vecchi e malati, 1 fratello coadiutore cuoco perché, vestendo in borghese, fu ritenuto un operaio.
I superiori, conforme alla legge vigente, per fare abbreviare di tre mesi agli studenti il servizio di leva, avevano cominciato a farli addestrare da due militari in pensione, con l'uso, però, soltanto di fucili di legno.
Il governatore militare della piazza aveva assicurato che non avrebbero avuto fastidi, invece, quando il 19 luglio 1936 ebbe inizio la rivoluzione a Barbastro, diretta dal comitato centrale di Barcellona, cominciarono le inquietudini.

Imprigionati nel collegio degli Scolopi
Nella mattina del 20 i religiosi fecero, in chiesa, un'ora di adorazione davanti al SS. Sacramento per ottenere protezione dal cielo e, nella serata, circa 60 miliziani, armati, invasero l'Istituto con il pretesto di cercare le armi che vi erano nascoste. Accorsero padre Felipe de Jesús, superiore, padre Juan Diaz, prefetto del teologato e padre Leonzio Pérez, economo.
Nonostante le accurate ricerche e il mancato ritrovamento delle armi, i religiosi furono perquisiti e poi trasferiti nel collegio degli Scolopi, e sistemati a pian terreno, nel salone degli atti accademici, cosicché uomini e donne poterono vomitare contro di loro i più volgari insulti attraverso le finestre prospicienti la piccola piazza del municipio.
Padre Luis Masferrer, sacerdote da pochi mesi, aveva approfittato di una circostanza propizia per salire alla cappella, e prendere con sé il SS. Sacramento onde evitarne la profanazione. Durante la perquisizione erano, difatti, rimaste aperte le porte di casa e, mentre i religiosi erano costretti a restare uniti nel cortile interno dell'Istituto, la plebaglia si era già impadronita della casa.

Un martirio comunitario
Dal salone degli atti, nel quale i Clarettiani subirono indicibili torture morali, essi uscirono in quattro schiere per essere trasportati in camion, legati con le mani incrociate dietro le spalle, e a due a due per le braccia con corde e fili di ferro, sul luogo della fucilazione senza un processo, senza una difesa, senza una sentenza, ma soltanto in seguito a un appello nominale dei vari gruppi.
Più volte i miliziani, prima di farli salire sul camion, promisero loro la libertà se avessero accettato di andare a combattere contro i fascisti, cioè gli insorti nazionalisti militari. Nessuno degli studenti accettò la proposta. I comunisti li fucilarono, tra la mezzanotte e le 4 del mattino, al lume dei fari del camion, senza la presenza di testimoni.
Di mano in mano che scendevano dal camion li mettevano in fila, prima nel cimitero, di fronte alla fossa aperta, e poi sul ciglio della strada che conduceva a Berbegal. Dopo qualche minuto li mitragliavano e davano loro con la rivoltella il colpo di grazia.
I Clarettiani che restavano nel salone-prigione in attesa del martirio, durante la notte si abbracciavano, si baciavano vicendevolmente la fronte e i piedi, piangevano di gioia al pensiero che sarebbero stati fucilati presto, e si raccomandavano a coloro che li avevano preceduti nella gloria.
Morirono al grido di «Viva Cristo Re!», «Viva il Cuore di Maria!», pregando, con nelle mani il crocifisso e la corona del rosario, per i loro nemici e perdonandoli. Prima di farli seppellire, coperti di calce viva, da zingari e da becchini, i miliziani ebbero cura di strappare i denti d'oro dalla bocca di coloro che li avevano.

Il sacrificio dei superiori
I primi a dare la vita per Dio furono i tre superiori già nominati, rinchiusi prima nel carcere del Municipio e poi in quello delle Cappuccine. I comunisti poterono così mandare ad effetto il loro piano di «tagliare la testa ai capi della fabbrica dei corvi». Il loro martirio ebbe luogo all'alba del 2 agosto 1936, nel cimitero vicino all'ospedale.
In seguito alle proteste dei medici, le fucilazioni furono fatte anche sulla strada di Berbegal. I malati rimanevano scossi al crepitio dei fucili e al gemito dei condannati a morte.
Padre Felipe de Jesús Munárriz era nato in Allo (Navarra) il 4 febbraio 1875 da una famiglia profondamente cristiana. Aveva fatto la prima professione dei voti tra i Clarettiani di Cervera nel 1891, era stato ordinato sacerdote in Vitoria nel 1898 e, per oltre 20 anni, si era dato alla formazione dei giovani aspiranti alla vita dei Missionari Claretiani. Morì in qualità di superiore, carica che egli esercitò molto paternamente. Fu un fratello coadiutore di fervente carità, di eminente pietà, di tenera devozione alla SS. Vergine secondo il metodo di san Luigi Maria Grignion de Montfort.
Padre Juan Diaz Nosti era nato nelle Asturie il 18 febbraio 1880. A 13 anni era entrato nel postulantato di Barbastro, nel 1897 aveva emesso i voti a Cervera e, nel 1906, era stato ordinato sacerdote nel duomo di Saragozza. Ebbe esimie doti di oratore, che esercitò nella predicazione, nonché di re, che esercitò nell'insegnamento. Morì, difatti, mentre faceva scuola di teologia morale agli studenti del 5° corso.
Padre Leoncio Pérez Ramos era nato il 12 settembre 1875 in Muro de Aguas (Logrono), aveva fatto il noviziato e la professione religiosa nel 1893 a Cervera, ed era stato ordinato sacerdote in Miranda de Ebro, nel 1901. Per tutta la vita andò soggetto a frequenti emorragie, motivo per cui fu costretto a limitare la sua attività al ministero delle confessioni.

La perseveranza dei giovani studenti
I miliziani avevano separato i tre superiori dagli studenti con la speranza di riuscire più facilmente nell'intento di farli apostatare. Invece nessuno rinnegò la propria vocazione, benché non mancassero loro allettamenti, promesse, minacce e, persino, la profferta di prostitute nude.
Essi attribuirono a una speciale Provvidenza del Signore il fatto che i comunisti non tolsero loro gli oggetti di devozione che portavano con sé: il breviario, il crocifisso, la corona del rosario, le medaglie.
Fino al 26 luglio furono persino in grado di fare, di nascosto, la comunione con le ostie che venivano loro distribuite insieme al pane e alle stecche di cioccolato. Quando agli Scolopi non fu più permesso di celebrare la Messa, si limitarono a farla spiritualmente.

Il coraggio e le privazioni
Il seminarista Faustino Pérez Garcia, venticinquenne, il 12 agosto 1936 lasciò scritto, sopra uno sgabello di legno: «Trascorriamo il giorno in fratello coadiutore silenzio e preparandoci a morire domani. In questa sala, testimone delle nostre dure angustie, si sente soltanto il mormorio delle orazioni. Se parliamo lo facciamo per animarci a morire come martiri; se preghiamo, lo facciamo per perdonare ai nostri nemici. Salvali, Signore, non sanno quello che fanno».
Quei candidati al martirio soffrirono, senza lamenti e in conformità a quello che Dio permetteva, della scarsezza del cibo, della privazione del vino, del razionamento dell'acqua, dell'afa estiva, della più assoluta mancanza di biancheria, di cattivi odori e del riprodursi dei parassiti.
Di notte furono costretti a dormire per terra o sui banchi essendo stati privati dei letti, dei materassi e dei cuscini forniti loro dagli Scolopi. Di essi beneficiarono i miliziani giunti di rinforzo alle guardie.

Al martirio cantando
Il 13 agosto il gruppo condannato a morte era formato da 19 studenti, sotto i 25 anni, e da padre Luis Masferrer, di 24 anni. Nell'uscire dall'improvvisato carcere, il seminarista Juan Echarri, ventitreenne, disse ad alta voce a coloro che rimanevano: «Addio, fratelli, arrivederci in cielo». Altri, a pieni polmoni, si misero a gridare: «Viva Cristo Re».
I miliziani, inferociti, a loro volta urlarono: «A morte, bricconi e canaglie. Vedrete che cosa vi accadrà al cimitero». Nel salire sul camion un altro studente gridò ancora una volta: «Viva Cristo Re». Un comunista, imbestialito, con il calcio del fucile gli assestò un colpo talmente forte che gli spostò la mandibola verso l'alto. Per tutta risposta, gli studenti condannati a morte attraversarono la città cantando a squarciagola inni religiosi.

Le ultime testimonianze
Sulle pareti del salone, sullo scenario, sulla scaletta, su pezzi di legno, su carta di cioccolato, i Claretiani avevano lasciato scritto la testimonianza dei loro ultimi sentimenti religiosi.
Otto giorni dopo il martirio dei suoi superiori, il seminarista Ramón Illa confidò ai familiari: «Felici loro e quelli che li seguirono. Io non cambierei il carcere con il dono dei miracoli».
Nel foglio saluto-ricordo di Francisco Castàn Meseguer, fratello portinaio, si legge: «Viva Dio! Non ho mai pensato di essere degno di grazia tanto singolare!».
Il seminarista José Figuero scrisse ai genitori: «Presto sarò martire di Gesù Cristo. Non piangete la mia morte perché morire per Cristo è vivere eternamente».
Il seminarista José Brengaret Pujol affermò: «I.H.S. Viva Cristo Re! Se Dio vuole la mia vita, gliela dono volentieri, per la Congregazione e per la Spagna. Muoio tranquillo... muoio innocente: non appartengo a nessun partito».
Infine, una mano sconosciuta, sul lato verticale di un parallelepipedo di legno scrisse: «O Cristo, i morituri ti salutano».

La lettera alla Congregazione
Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrisse una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio.

«Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare "Viva Cristo Re!" Risponde la plebaglia rabbiosa "Muoia! A morte!" Ma nulla li intimidisce. Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero "Viva Cristo Re". Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.

I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poiché portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.

Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perché il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo.
Addio, amata Congregazione! I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti, Faustino Pérez cmf».


La causa di beatificazione
L’apertura del processo informativo circa il martirio di padre Felipe de Jesús Munárriz Azcona e cinquantuno compagni accadde il 20 maggio 1947 nella diocesi di Barbastro, mentre la chiusura fu il 23 settembre 1949. L’8 febbraio 1961, invece, fu promulgato il Decreto sugli scritti.
La dichiarazione di validità del processo, con Decreto del 9 febbraio 1990, portò alla trasmissione della “Positio super martyrio” alla Congregazione delle Cause dei Santi nello stesso anno.
A seguito della riunione della commissione teologica (4 febbraio 1992) e di quella dei cardinali e vescovi della Congregazione (4 febbraio 1992) si arrivò, il 7 marzo 1992, alla promulgazione del Decreto sul martirio. La beatificazione avvenne a Roma, a opera del Papa san Giovanni Paolo II, il 25 ottobre 1992.

L’elenco del gruppo
Nel fornire di seguito l’elenco completo dei nomi, suddiviso in base alle date di martirio (per i martiri nativi della Catalogna, il nome proprio è riportato secondo la dizione castigliana), rimandiamo talvolta a schede più specifiche, dove sarà possibile trovare maggiori informazioni sui vari martiri.

65380
Felipe de Jesús Munárriz Azcona, sacerdote, 61 anni
Leoncio Pérez Ramos, sacerdote, 60 anni
Juan Díaz Nosti, sacerdote, 56 anni
† Barbastro, 2 agosto 1936

65990
Gregorio Chirivas Lacamba, fratello coadiutore, 56 anni
Nicasio Sierra Ucar, sacerdote, 45 anni
Sebastián Calvo Martínez, sacerdote, 33 anni
Pedro Cunill Padrós, sacerdote, 33 anni
Wenceslao Clarís Vilaregut, diacono, 29 anni
José Pavón Bueno, sacerdote, 27 anni
† Barbastro, 12 agosto 1936

66070
Secundino Ortega García, sacerdote, 24 anni
Javier Luís Bandrés Jiménez, chierico, 23 anni
José Brengaret Pujol, chierico, 23 anni
Manuel Buil Lalueza, fratello coadiutore, 21 anni
Antolín Calvo y Calvo, chierico, 23 anni
Tomàs Capdevila Miró, chierico, 22 anni
Esteban Casadevall Puig, chierico, 23 anni
Eusebio Maria Codina Millà, chierico, 21 anni
Juan Codinachs Tuneu, chierico, 22 anni
Antonio Dalmau Rosich, chierico, 23 anni
Juan Echarri Vique, chierico, 23 anni
Pedro García Bernal, chierico, 25 anni
Hilario Llorente Martín, chierico, 25 anni
Alfonso Miquel Garriga, fratello coadiutore
Ramon Novich Rabionet, chierico, 23 anni
José Ormo Seró, chierico, 22 anni
Salvador Pigem Serra, chierico, 23 anni
Teodoro Ruiz de Larrinaga García, chierico, 23 anni
Juan Sánchez Munárriz, chierico, 23 anni
Manuel Torras Sais, chierico, 21 anni
† Barbastro, 13 agosto 1936

66140
Luís Masferrer Vila, sacerdote, 24 anni
José Amorós Hernández, chierico, 23 anni
José Maria Badía Mateu, chierico, 23 anni
Juan Baixeras Berenguer, chierico, 22 anni
José Blasco Juan, chierico, 24 anni
Rafael Briega Morales, chierico, 23 anni
Francisco Castán Meseguer, fratello coadiutore, 25 anni
Luís Escalé Binefa, chierico, 23 anni
José Figuero Beltrán, chierico, 25 anni
Ramon Illa Salvia, chierico, 22 anni
Luís Lladó Teixidor, chierico, 24 anni
Manuel Martínez Jarauta, fratello coadiutore, 23 anni
Miguel Masip González, chierico, 23 anni
Faustino Pérez García, chierico, 25 anni
Sebastian Riera Coromina, chierico, 22 anni
Eduardo Ripoll Diego, chierico, 24 anni
José Ros Florensa, chierico, 21 anni
Francisco Roura Farró, chierico, 23 anni
Alfonso Sorribes Teixidó, chierico, 23 anni
Agustín Viela Ezcurdia, chierico, 22 anni
† Barbastro, 15 agosto 1936

66580
Jaime Falgarona Vilanova, chierico, 24 anni
Atanasio Vidaurreta Labra, chierico, 25 anni
† Barbastro, 18 agosto 1936


Autore:
Guido Pettinati ed Emilia Flocchini


Note:
Per approfondimenti: www.martiresdebarbastro.org

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Aggiunto il 2017-01-25

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