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Servo di Dio Helder Camara Vescovo

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Fortaleza, Brasile, 7 febbraio 1909 Recife, Brasile, 27 agosto 1999

Vescovo cattolico del Nord Est del Brasile, dal 1966 ha guidato e animato innumerevoli azioni non violente intraprese dai più poveri per la difesa dei loro diritti e della loro terra, scontrandosi con le pretese dei latifondisti, che vedevano in lui un pericoloso perturbatore dell’ordine pubblico. Scelse di vivere in povertà nella periferia della metropoli lasciando ai poveri il suo palazzo vescovile. Appena compiuti i 75 anni furono subito accolte le sue dimissioni. Alcuni sacerdoti tra i suoi più stretti collaboratori furono uccise e lui pure più volte minacciato di morte. Fu ispirandosi a lui che San Giovanni XXIII dichiarò: “la Chiesa Cattolica è Chiesa di tutti ma soprattutto dei poveri”.



Dopo il via libera dato all’ormai imminente beatificazione dell’arcivescovo Oscar Romero, la Santa Sede ha già approvato anche l’introduzione della causa di canonizzazione di Dom Hélder Câmara, il vescovo brasiliano amico dei poveri morto nel 1999. Il nihil obstat della Congregazione vaticana per le Cause dei Santi all’avvio della causa – così scrive oggi Stefania Falasca su Avvenire - è stato già firmato il 25 febbraio scorso. Insieme con l’accelerazione finale data al processo di beatificazione del vescovo martire salvadoregno, il nuovo atto della Santa Sede riguardante il “piccolo vescovo” di Olinda e Recife sembra davvero porre fine alla sistematica rimozione dalla memoria ecclesiale tentata negli ultimi lustri nei confronti di alcune tra le figure più amate e popolari del cattolicesimo latinoamericano post-conciliare.
Negli ultimi giorni, la stampa brasiliana aveva già presentato come “semaforo verde” per la causa una lettera del cardinale Angelo Amato all’attuale arcivescovo di Olinda e Recife, dom Fernando Saburido, protocollata con data 16 febbraio 2015, in cui in realtà il Prefetto del Dicastero vaticano per le cause dei santi si limitava a informare di essere in attesa delle valutazioni sulla “fattibilità” della causa provenienti da altri uffici e organismi della Curia romana. Un equivoco che da solo lascia intuire l’impazienza con cui l’avvio della causa è atteso da ampi settori del cattolicesimo brasiliano. In effetti, pochi giorni dopo la lettera interlocutoria del 16 febbraio, la Congregazione per le Cause dei Santi ha effettivamente decretato che non ci sono impedimenti per l’inizio della fase diocesana del processo di beatificazione, che avrà come attore l’arcidiocesi del nordest brasiliano di cui dom Hélder è stato arcivescovo e dove è morto novantenne alla fine di agosto di 15 anni fa.
La richiesta d’introdurre la causa di canonizzazione era stata formulata e inviata a Roma nel maggio scorso dallo stesso arcivescovo Saburido, a nome e con l’appoggio di tutto l’episcopato brasiliano. La missiva era accompagnata da un profilo biografico essenziale in cui si ricordava tra l’altro il lavoro pastorale e sociale compiuto dall’amato  «vescovo dei poveri» nei «movimenti studenteschi e operai, leghe comunitarie contro la fame e la miseria», che gli era costato l’ostracismo del governo militare brasiliano al tempo della dittatura.
In realtà, da giovane, Hèlder aveva militato con fervore nelle file dell’ Ação Integralista Brasileira, il Partito fascistoide brasiliano con venature spiritualiste che negli anni Trenta del secolo scorso propugnava una “terza via” tra capitalismo e comunismo e teorizzava l’abbandono dell’egoismo borghese attraverso una “Rivoluzione interiore” necessaria per integrarsi nella comunità nazionale, concepita come una grande famiglia. A destrutturare le impalcature ideologiche integriste contriburono le ore di preghiera notturna che come sacerdote lo accompagnarono per tutta la vita, così come la messa quotidiana «celebrata sempre come se fosse la prima» e il lavoro pastorale prima nelle favelas di Rio de Janeiro e poi nelle aree depresse del Nord-est.
I profili biografici mettono in luce il suo contributo decisivo alla nascita della Conferenza episcopale brasiliana, già nel 1950, e del Celam nel 1955. Ma è al Concilio Vaticano II che la traiettoria spirituale di dom Hélder – Arcivescovo di Olinda e Recife dal 1964, anno del golpe che instaura il regime militare in Brasile – lo porta a scoprire come dato inaggirabile dell’esperienza cristiana l’identificazione tra Cristo e i poveri, che sono carne di Cristo. Fino alle conseguenze più decise sul piano dell’azione e delle priorità pastorali. È su questo versante che le parole del «piccolo vescovo» appaiono più consonanti e familiari con molti accenti della presente stagione ecclesiale.
Nelle società convulse, violente e oligarchiche dell’America Latina di allora, che pure Hélder Câmara definiva «il Continente cristiano del Terzo Mondo», la sconcertante priorità da affrontare era sempre quella di dover combattere le forme più primitive di oppressione e la miseria «che distrugge l’immagine di Dio che è in ogni uomo».«Se fossi vescovo di Amsterdam o di Parigi» disse una volta dom Hélder a un gruppo di parlamentari europei in visita a Recife «la mia pastorale sarebbe diversa. Ma il Papa mi ha affidato questo territorio, dove i diritti dei poveri vanno rivendicati senza alcun compromesso»
Negli anni Settanta del secolo scorso Dom Hélder Câmara denunciò l’uso sistematico della tortura contro i dissidenti politici in Brasile. I militari bandirono il suo nome nei mezzi di comunicazione dell’epoca. Per tutta la vita i suoi detrattori politici e ecclesiastici continuarono a affibbiarli il marchio del “vescovo rosso”. «Quando io do da mangiare a un povero» ripeteva lui «tutti mi dicono bravo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista e sovversivo».

Autore: Gianni Valente

Fonte: Vatican Insider

 


 

Ha attraversato tutto il secolo, divenendone uno dei più importanti protagonisti e testimoni.
Dom Helder Camara, simbolo di tante battaglie,ma soprattutto paladino di un ideale supremo e irrinunciabile, quello della giustizia, fratello dei poveri contro ignoranza e miseria. Dom Hélder è stato prima di tutto, un cristiano: in ogni fratello e sorella che incontrava vedeva la presenza divina. Manifestava questa sua persuasione principalmente nel rapporto con i più poveri ed emarginati. Accoglieva l’altro come un fratello, vedendo in lui il volto di Gesù.
Un vescovo scomodo, ma soprattutto un uomo dal cuore grande e coraggioso.
La sua figura esile e persino gracile, un po' tremante ed accartocciata dal tempo, contrasta a prima vista con la grandezza del suo pensiero e della sua opera, con il mito che negli anni ne ha fatto il simbolo di tante battaglie per la giustizia, la pace, il riscatto dei più poveri. Alla vigilia dei novant'anni, mons Helder Camara, vescovo emerito di Recife, conserva ancora una luce speciale degli occhi, una semplicità e un'immediatezza che trasmettono istintivamente serenità ed entusiasmo. Soprattutto quando si rivolge ai giovani, affidando loro un futuro ancora tutto da costruire. "Il domani è nelle vostre mani", ci dice con l'impeto e le severità di chi ti affida una missione, le braccia allargate di chi ha ancora voglia di abbracciare il mondo intero.È stata e resta una figura carismatica, quella di dom Helder.
Helder Pessoa Camara nasce a Fortaleza il 7 febbraio del 1909. Il suo nome significa "cielo sereno", un nome profetico per questo apostolo delle favelas, paladino dei poveri e dei diseredati che, appena ordinato sacerdote, nel 1931, manifesta immediatamente la sua vocazione per i più umili tra gli umili. Si distingue ben presto come uno degli esponenti più significativi della chiesa latino-americana impegnata nel sociale. Nel '52 viene consacrato vescovo e tre anni più tardi arcivescovo ausiliare di Rio de Janeiro. Negli anni Sessanta e Settanta la sua attività si fa frenetica: inizia una serie di battaglie e di campagne per la giustizia e per il riscatto dei poveri contro lo sfruttamento economico e l'oppressione politica e militare. Si scaglia con veemenza contro le macro-imprese multinazionali che monopolizzano l'economia mondiale, relegando milioni di persone in condizioni di vita miserabili. Si batte per un socialismo dal volto umano, ispirato al messaggio evangelico, impegnato a realizzare il bene dell'umanità.
"Quale valida speranza ci può essere di riuscire ad avere un mondo più giusto e più umano? – scrive nel '73 –. È chiaro che la cosa più ragionevole non sarà la distruzione del progresso, ma il cambiamento, anche nei paesi ricchi, di strutture anti-umane, in modo che il progresso tecnologico, che è una gloria umana, sia posto a servizio dell'uomo integrale e di tutti gli uomini".



HA DETTO

"Soltanto le grandi umiliazioni ci fanno retrocedere nel nostro intimo più recondito, là dove le fonti interiori ci bagnano di luce, di allegria e di pace"

"Che incanto, Signore! - che le tue creature che hai creato con le tue mani - gli uccelli e il vento - trasportino da pianta in pianta da albero ad albero i semi di amore e pace."

"L'amore è il profumo dello spirito"

"Speranza è credere nell'avventura dell'amore, puntare sugli uomini e saltare allo scuro fidando in Dio".


Fonte:
Giovani.org

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Aggiunto/modificato il 2015-04-09

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