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San Panfilo e compagni Martiri di Cesarea di Palestina

16 febbraio

† Cesarea, 16 febbraio 309

Martirologio Romano: A Cesarea in Palestina, santi martiri Elia, Geremia, Isaia, Samuele e Daniele: cristiani di Egitto, per essersi spontaneamente presi cura dei confessori della fede condannati alle miniere in Cilicia, furono arrestati e dal governatore Firmiliano, sotto l’imperatore Galerio Massimiano, crudelmente torturati e infine trafitti con la spada. Dopo di loro ricevettero la corona del martirio anche Panfilo sacerdote, Valente diacono di Gerusalemme, e Paolo, originario della città di Iamnia, che già avevano trascorso due anni in carcere, e anche Porfirio, domestico di Panfilo, Seleuco di Cappadocia, di grado avanzato nell’esercito, Teodúlo, anziano servitore del governatore Firmiliano, e infine Giuliano di Cappadocia, che, tornato proprio in quel momento da un viaggio, dopo aver baciato i corpi dei martiri, si rivelò come cristiano e per ordine del governatore fu bruciato a fuoco lento.


San Panfilo presbitero fa parte di un gruppo di 12 martiri di Cesarea di Palestina, commemorati tutti insieme al 16 febbraio, anche nel moderno ‘Martirologio Romano’ e tradizionalmente s. Panfilo è posto a capolista, avendo avuto un culto distinto nei diversi calendari, specie in Occidente.
Il sacerdote Panfilo è citato soprattutto da Eusebio di Cesarea, nella sua “Storia Ecclesiastica”; al tempo dell’imperatore Galerio († 311), con Urbano come governatore di Cesarea, la persecuzione contro i cristiani, infuriava con estrema durezza; fra questi perseguitati vi era Panfilo che Eusebio classifica “il più caro dei miei amici e per il suo valore, il più glorioso dei martiri della nostra età”.
Egli era di nobili origini e sembra che fosse nativo di Berito, poi trasferitosi a Cesarea, dove si dedicò alle scienze religiose, venendo ordinato sacerdote; fu discepolo del filosofo Origene (185-254).
Urbano lo interrogò, volendo conoscere prima le sue cognizioni letterarie e di filosofia e poi lo obbligò a sacrificare agli dei. Panfilo si rifiuta nonostante le minacce e la furia di Urbano, il quale dà ordine di sottoporlo a durissime torture, personalmente dispone che gli vengano applicate delle unghie di ferro ai fianchi, con insistenza e cattiveria; alla fine lo fa gettare in prigione, dove erano detenuti altri cristiani.
Subito dopo Urbano viene destituito dalla carica e sostituito da Firmiliano, comunque Panfilo ed i compagni di cella, restano in prigione circa due anni; dopo questo tempo arrivano cinque cristiani egiziani Elia, Geremia, Samuele, Isaia e Daniele, i quali insieme a Panfilo e altri due compagni di prigione, Valente e Paolo, vengono condotti davanti al giudice e come ormai è risaputo per tutti i martiri, essi sono sottoposti all’interrogatorio, alle torture, prima gli egiziani e poi gli altri e alla fine condannati alla decapitazione.
Il racconto di s. Eusebio prosegue nominando Porfirio, che protesta pubblicamente per la condanna, il quale viene arrestato e subirà per primo la decapitazione. Successiva vittima fu Seleucio che veniva a comunicare a Panfilo la morte di Porfirio, arrestato e condannato anche lui, viene giustiziato sbrigativamente; dopo viene l’esecuzione di tutti gli altri; i martiri vittime della persecuzione sono diventati dieci, a loro si aggiungono Teodulo e Giuliano.
I corpi dei dodici martiri, per ordine di Firmiliano restano esposti alla fame delle bestie per quattro giorni e quattro notti, ma dopo tale tempo essi rimasero intatti, così ebbero dei funerali adeguati e deposti in una tomba. I martiri rimasero vittime della persecuzione iniziata nel 307, quindi morirono tutti insieme il 16 febbraio dell’anno 309, ma alcuni studiosi calcolano che fosse il 310.
Il gruppo pur subendo le prevedibili contraddizioni, legate alla lontananza nel tempo e degli errori che lungo i secoli e millenni, si sono verificati nelle traduzioni e trascrizioni, sono riportati in tutti i Martirologi Orientali ed Occidentali.
Anche le reliquie sono state poi divise, di alcuni di essi Panfilo, Teodulo, Porfirio, Paolo, le reliquie furono portate a Costantinopoli per la dedicazione della prima chiesa di S. Sofia ai tempi dell’imperatore Costante (320-350).
A conclusione, ricordiamo i nomi dei dodici santi martiri di Cesarea di Palestina, cui l’odio anticristiano di ottusi governatori della zona, tolse loro la vita terrena, ma aprendo per sempre il godimento eterno dei cieli e il ricordo perenne del loro sacrificio, che dopo 2000 anni, viene ancora celebrato.
I cinque egiziani Elia, Geremia, Isaia, Samuele e Daniele che avevano accompagnato un gruppo di cristiani condannati alle miniere della Cilicia; Giuliano originario della Cappadocia che al ritorno da un viaggio si avvede dei corpi dei martiri e si avvicina per baciarli, venendo arrestato e poi arso a fuoco lento; Seleucio dal fisico eccezionale, che fa da nunzio per la morte di Porfirio e che già soldato dell’armata romana, era divenuto emulo degli asceti; Porfirio adolescente servo, decapitato e fatto a pezzi; Teodulo vecchio cristiano, servitore della casa del governatore che venne crocifisso; Valente, Paolo e Panfilo decapitati dopo due anni di acuta e tormentata prigionia.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2003-07-29

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