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Servo di Dio Gedeone Corrà Giovane laico

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Salizzole, Verona, 18 settembre 1920 – Flossenbürg, Germania, 18 marzo 1945

Gedeone Corrà nacque a Salizzole, in provincia e diocesi di Verona, il 18 settembre 1920, penultimo di sei figli. Nel 1932 si trasferì con la famiglia a Isola della Scala, dove si adoperò con gioia nell’Azione Cattolica e nel sostegno ai più bisognosi, insieme al fratello maggiore Flavio. Mosso, come lui, da motivazioni profondamente cristiane, decise di arruolarsi nella lotta di liberazione dell’Italia dai nazifascisti. La mattina del 22 novembre 1944 i due fratelli vennero arrestati e condotti, dopo varie tappe, al campo di concentramento di Flossenbürg. Gedeone morì il 18 marzo 1945, per le privazioni subite nel campo, stroncato da una broncopolmonite. Flavio lo seguì il 1° aprile 1945, sia per gli stenti, sia per il dolore di non averlo potuto assistere fino alla fine. I loro cadaveri sono stati bruciati nel forno crematorio del campo e le ceneri disperse. Le inchieste diocesane per le loro cause di beatificazione distinte, volte a dimostrare l’eroicità delle loro virtù, si sono svolte presso la diocesi di Verona dal 14 settembre 2000 al 17 maggio 2003.



“Due cristiani completi”: si è provato a sintetizzare così la loro vita e sembra non esserci definizione migliore per questi due giovani “normali”, innamorati di Cristo e della Chiesa, ma anche di qualche ragazza; studenti di Azione Cattolica; frequentatori di canoniche e di preti, ma anche di allegre scampagnate con gli amici.
Arrivano dalla campagna di Verona, dal paese di Salizzole. Flavio, nato nel 1917, è sicuramente più esuberante di Gedeone, nato tre anni dopo, che è più riservato. Frequentano il liceo e poi si iscrivono alla Facoltà di Matematica e Fisica: Gedeone a Bologna, Flavio a Padova. Il tempo libero è tutto per la parrocchia e per l’Azione Cattolica, di cui il fratello maggiore è presidente e il minore il vice.
Da una parrocchia all’altra, da un circolo ad un altro, da un’adunanza ad un’opera di carità, in un vorticoso accavallarsi di impegni, riunioni e biciclettate, il tutto ispirato ed illuminato dalla prima azione del mattino, quando all’alba, prima della scuola o del lavoro, assistono alla Messa e ricevono la Comunione, che daranno tono e vigore alla loro giornata.
Al saperli così fedeli a Lodi e a Vespri, al Rosario o alle novene, viene quasi naturale ipotizzare per entrambi un futuro da preti o da religiosi. Il più attratto da questa vocazione sembra proprio Flavio, che però si sente attratto anche da Iside, che deve essere bella almeno quanto il suo nome.
Illuminato dal suo parroco che è anche la sua forte guida spirituale, Flavio matura la vocazione al matrimonio. Inizia così un cammino di coppia illuminato dai valori in cui l’Azione Cattolica lo ha formato: purezza, eroismo, donazione.
Anche Gedeone, dal canto suo, ha elaborato una visione di vita in cui «anche nel mondo, si può intonare il canto dell’amore…» e sta portando avanti una relazione con una giovane di Salizzole che sta volgendo verso il fidanzamento e il matrimonio, animato dagli stessi valori proposti dall’ Azione Cattolica.
Insieme a Iside, che condivide la sua fede e i suoi ideali (tanto che anche lei aveva pensato di farsi religiosa), progetta una vita matrimoniale in cui Dio avrà il primo posto e nella quale è già previsto un più o meno lungo servizio missionario all’estero. Prima, però, c’è la “naia”, poi la guerra, infine l’armistizio: i due fratelli rifiutano di farsi reclutare dai tedeschi, come pure di arruolarsi nei repubblichini.
Anche perché con il fascismo sono da sempre in conflitto: Flavio si è fatto spesso redarguire dai gerarchi locali per la sua abitudine a disertare le adunate e Gedeone una volta è stato schiaffeggiato in pubblico perché ad un’esercitazione si è presentato con il distintivo dell’Azione Cattolica al posto di quello del Fascio.
Naturale, quindi, che si aggreghino alle formazioni partigiane: senza armi, però, e senza far del male ad una mosca; semplicemente passando informazioni e compiendo azioni di sabotaggio, che comunque tengono in scacco l’occupante tedesco per più di un anno. «Non è legittimato un potere che si discosta dalla buona notizia del Vangelo», scrive Flavio a proposito del fascismo, mentre Gedeone, ancora più esplicitamente, aggiunge: «Se oggi c’è bisogno di gente che pensi, c’è ancora più bisogno di uomini che operino secondo le loro convinzioni»
Li arrestano la mattina del 22 novembre 1944, probabilmente traditi da qualche “soffiata”. Torturati fin dal primo interrogatorio e trasferiti a Bolzano, nel gennaio 1945 sono internati nel campo di Flossenbürg: già indeboliti nel fisico, ma ancora intatti nella fede, al punto che i tedeschi devono ricorrere a calci, pugni e bastonate per strappare a Flavio la corona del Rosario. Lavoratori nella cava di pietra con turni massacranti, torturati e affamati, utilizzano le forze residue per sorreggere, confortare e far pregare i compagni di sventura.
Il primo a cedere è Gedeone, stroncato il 18 marzo da una broncopolmonite; il 1° aprile, domenica di Pasqua, lo segue Flavio. Le sue ceneri, come quelle del fratello, sono sparse al vento.
Non per l’epilogo, comune a tante vittime del nazismo, la diocesi di Verona ha dato avvio alla causa di beatificazione di Flavio e Gedeone Corrà, quanto piuttosto per la loro limpida e coerente testimonianza cristiana dispiegatasi per tutta la vita che li ha resi e li rende credibili. Cristiani completi, appunto.

Autore: Gianpiero Pettiti

 




Nascita e famiglia
Gedeone Corrà nacque a Salizzole, in provincia e diocesi di Verona, il 18 settembre 1920, figlio di Rodolfo Corrà e Angela Serafini. Il Il padre, agricoltore, man mano che aumentavano le necessità, si dedicò al lavoro di mediatore di bestiame e di terreni agricoli.
La famiglia abitava nella località di Val degli Olmi, a circa tre chilometri e mezzo da Salizzole. La casa era rustica, dotata di una tettoia e una piccola stalla, dove si allevava qualche vitello. In più aveva alcuni ettari di terra.
Da quando il padre cambiò attività, diventando negoziante di vitelli piccoli, alla stalla e ai campi badarono sua suocera Albina e sua moglie, con l’aiuto dei figli, che in tutto furono sei: Noemi, Amelia, Zita, Flavio, Gedeone e Sennen. Quest’ultimo, ordinato sacerdote, divenne vescovo prima a Chioggia, poi a Pordenone.

La sua infanzia
Gedeone trascorse l’infanzia e la prima gioventù nella semplicità e nell’affetto della numerosa famiglia. La vita era quella semplice e faticosa dei contadini, scandita dagli avvenimenti tipici del vivere in cascina e in un piccolo paese di cinquemila abitanti, com’era Salizzole.
A sera tutti recitavano il Rosario e si ripassava il catechismo domenicale. I ragazzi amavano costruire giocattoli da soli per giocare, per lo più piccoli oggetti in legno. Flavio e Gedeone erano addetti al pascolo delle oche.
Quest’ultimo, di carattere più mite del fratello maggiore e meno impulsivo, era più riflessivo e meditativo nelle sue azioni, ma per alcuni aspetti più deciso e sicuro di sé. Era dotato di un sorriso limpido e chiaro e di un fascino riservato; alto e slanciato di statura, ma non troppo robusto di costituzione fisica.
Fece a Salizzole le Scuole elementari, ma volle ripetere la quinta classe per poter accompagnare a scuola il fratello Sennen. Tutti i giorni, a piedi, percorrevano i tre chilometri dalla casa alla scuola in paese.
Nel 1930 ricevette la Cresima a Isola della Scala, dove due anni dopo la famiglia si trasferì per superare, nel nuovo e più grande ambiente, la crisi economica che l’attanagliava.

Dedizione agli studi e all’Azione Cattolica
Gedeone si iscrisse nel 1933 alla Scuola di Avviamento Professionale. Dopo il triennio, si iscrisse al Liceo Scientifico «Angelo Messedaglia» di Verona, dove era già studente il fratello Flavio, che l’aveva aiutato nel passaggio alla nuova scuola.
Insieme a lui, partecipò all’apostolato fra i giovani studenti, in parrocchia e nell’Azione Cattolica. Divenne delegato degli Aspiranti e degli Juniores e anche vicepresidente della numerosa sezione d’Isola della Scala e della Vicaria.

La sua personalità
Non per questo, però, visse all’ombra del fratello. Non si lanciava in un’attività se non dopo aver riflettuto attentamente: decideva solo quando si sentiva realmente convinto. Comprendeva i limiti di Flavio e le differenze caratteriali, ma collaborava volentieri con lui, che, d’altro canto, lo proteggeva e cercava di consigliarlo.
Anche i pochi scritti rimasti di Gedeone servono a far intuire il suo stile personale e l’autonomia con cui compiva le sue scelte. Scrisse ad esempio: Tra i suoi testi, una riflessione: «Si può intonare il canto dell’amore anche nel mondo, importante è avere lo sguardo fisso a Cristo. Esaminare i suoi disegni sopra di noi e seguire la sua volontà. Il nostro fine è arrivare in Paradiso dove il canto dell’amore sarà perfetto».

Il servizio militare e l’università
Nel 1941, alla visita medica per il servizio militare, fu dichiarato rivedibile, con suo rammarico: era infatti longilineo e non molto robusto. Nel 1942, alla seconda visita, fu considerato abile ai servizi sedentari. Intanto, dopo la maturità liceale, s’impiegò presso l’Ufficio del Registro di Isola della Scala.
Di pari passo, si iscrisse all’Università di Bologna nella Facoltà di Matematica e Fisica, la stessa di Flavio, che era però studente all’Università di Padova. Anche tramite la scelta di un ateneo diverso era indizio del desiderio di non voler essere confuso con suo fratello.

L’impegno nella Resistenza
Dovette però interrompere gli studi a causa degli eventi bellici del 1944. Dopo l’8 settembre 1943 fu richiamato dalla Repubblica di Salò, ma non volle rispondere ai bandi di arruolamento tedeschi e della Repubblica di Salò, poi aderì al Comitato di Liberazione Nazionale di Isola della Scala, insieme a Flavio.
Il suo impegno nella Resistenza partigiana si svolse prima come informatore della Missione Militare RYE e poi nel battaglione “Lupo”. Il 28 gennaio 1944 fu al fianco di Flavio a portare soccorso dopo il bombardamento su Isola della Scala, che procurò trentadue morti.

L’arresto
La mattina del 22 novembre 1944, mentre i due fratelli si trovavano entrambi sfollati a Salizzole, vennero arrestati dalle “brigate nere” fasciste. Al momento dell’arresto, Gedeone aveva in mano un quaderno che conteneva alcuni suoi scritti personali. Lo consegnò alla sorella Zita, chiedendole di non leggerlo e di bruciarlo: lei lo fece subito, bruciandolo nel focolare di casa.
Furono trasferiti insieme ad una decina di persone, prima al Comando tedesco di Tarmassia, poi al comando fascista di Verona, dove subirono vari interrogatori. Il 1° dicembre 1944, scortati dai fascisti, furono consegnati alle SS installate nel palazzo INA.
Dopo altri cinque giorni, Flavio e Gedeone, caricati su un camion, vennero portati al campo di raccolta e transito di Bolzano, dove restarono fino al 18 gennaio 1945. La loro ultima lettera ai familiari fu ricevuta il 19 gennaio.

L’arrivo a Flossenbürg
Il 18 gennaio furono stipati insieme a quattrocentoventi prigionieri in sei vagoni ferroviari. Il convoglio partì da Bolzano, diretto al campo di sterminio di Flossenbürg nell’alta Baviera, definito “la fabbrica della morte”.
All’arrivo si contarono più di cinquanta morti, dopo un viaggio di novantasei ore. I due fratelli furono registrati come detenuti politici, coi numeri di matricola KZ 34566 per Gedeone e KZ 34565 per Flavio.
Nel campo la vita era insostenibile, con poco cibo, lavori pesanti nella cava di pietra, senza pulizia personale e senza cure mediche. La conseguenza era un forte deperimento del fisico, che portava alla pazzia o alla morte per stenti, cui si aggiungevano il tifo o altre malattie e le percosse dei famigerati “kapò”, ovvero i detenuti scelti per sorvegliare il lavoro degli altri.
In tanta desolazione fisica e morale, ai due fratelli non mancò mai la fede. Pregavano continuamente e aiutavano e confortavano, per quel che potevano, gli altri prigionieri. La corona del Rosario fu tolta a Flavio fra pugni e calci.

La morte di Gedeone
Ai primi di marzo Gedeone si ammalò di bronchite, ma fu costretto a continuare il lavoro sotto una bufera di neve. Sopravvenne la broncopolmonite: il 15 non riuscì ad alzarsi. Il “kapò” allora lo trascinò nel lavatoio, dove rimase fino a sera, fra lo sterco e i cadaveri.
A Flavio fu impedito di aiutarlo. Quando a sera ritornò al campo non lo trovò più: era stato trasferito alla baracca 17, che aveva funzioni d’infermeria, ma da tutti era chiamata “l’anticrematorio”.
Con l’aiuto di qualcuno, Flavio riuscì ad entrare nella baracca e, in lacrime, abbracciò il fratello moribondo. Scambiò qualche parola con lui, poi venne allontanato. Gedeone resistette senza cure e senza cibo per altri tre giorni: morì il 18 marzo 1945, Domenica di Passione (ovvero la penultima di Quaresima), a venticinque anni.

La morte di Flavio
Flavio aveva cercato inutilmente di rivederlo o di farsi sentire con i suoi richiami ad alta voce. In compenso, riceveva bastonate e, legato, veniva portato con forza al lavoro. Spesso però fuggiva, per assistere al trasporto dei cadaveri portati al forno crematorio.
Flavio crollò in una profonda depressione, da cui non si riprese più. La mattina del 1° aprile 1945, Domenica di Pasqua, rese l’anima a Dio, fra lo sconforto dei compagni che non potevano fare nulla per lui; aveva ventotto anni. Furono poi gli stessi compagni a trasportare il suo corpo al forno crematorio, dove quindici giorni prima era stato condotto quello del suo amato fratello. Le loro ceneri furono disperse.

Il ricordo sul piano civile
L’Azione Cattolica di Isola della Scala, nel primo anniversario della morte di Flavio e Gedeone, pose una lapide commemorativa, a fianco della chiesa abbaziale. A loro sono poi intitolate delle scuole: una a Isola della Scala e una a Salizzole; di recente ne è stata intitolata una anche a Guruè in Mozambico. Le loro iniziative caritative sono oggi condivise dall’ “Opera Fratelli Corrà Onlus”, che ha sede sempre a Isola della Scala.
Flavio e Gedeone ricevettero dopo qualche tempo la laurea alla memoria: il secondo quella in Scienze Matematiche, il 7 dicembre 1946, dall’Università di Bologna. Il primo, invece, quella in Matematica e Fisica, l’11 giugno 1947, dall’Università di Padova.

La causa di beatificazione e canonizzazione
A fronte della fama di santità di entrambi, è stata costituita l’ “Associazione Amici dei Fratelli Corrà”, la quale si è resa parte attrice delle loro distinte cause di beatificazione, volte a dimostrare l’eroicità delle loro virtù cristiane, e ha promosso l’avvio della fase diocesana.
Ottenuto il trasferimento della competenza dal tribunale ecclesiastico della diocesi di Regensburg, sotto la quale ricade Flossenbürg, il 6 luglio 2000, il 26 luglio dello stesso anno è stato emesso il Nulla Osta dalla Santa Sede. Gli atti delle due inchieste diocesane, svolte in parallelo a Verona dal 14 settembre 2000 al 17 maggio 2003, hanno ottenuto il decreto di convalida il 9 novembre 2007.
Dall’inizio della fase romana, le cause sono seguite dalla Postulazione Generale dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini.


Autore:
Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini


Note:
Per informazioni e relazioni di grazie:
Associazione Amici dei Fratelli Corrà
via Matteotti 11
37063 Isola della Scala (VE)
diegozarantonello@ymail.com

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Aggiunto/modificato il 2019-10-01

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