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Venerabile Adolfo Barberis Sacerdote, fondatore

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Torino, 1 giugno 1884 24 settembre 1967

Etimologia: Adolfo = nobile lupo, dal tedesco


Dice che “la santità non si fa col pennello ma con lo scalpello” e non si fatica a capire il riferimento all’esperienza personale, dato che nei suoi confronti non sono stati per nulla avari di scalpellature. Dalle quali, però, sta emergendo il profilo di un uomo dalle “virtù eroiche”, come la Chiesa ha sancito il 3 aprile 2014, dichiarandolo venerabile.
Proviene da una famiglia non agiata, avara di affetto, in cui regna un clima militaresco, con un papà che ha una forte inclinazione al bere. È ordinato prete a Torino il 29 giugno 1907 dal cardinal Richelmy, che già da un anno lo aveva scelto come suo segretario e che lo mantiene in tale incarico fino al termine del suo lungo episcopato. La fiducia del porporato in questo giovanissimo prete, che nella malattia gli farà anche da infermiere, è tale da tradursi spesso nel proverbiale “Pensaci tu”, equivalente ad una “carta bianca” in molti settori. Tra l’altro, ha il compito di accogliere i disperati che bussano all’arcivescovado, tra cui un giovane povero, tal Giuseppe Garneri, che il segretario si prende particolarmente a cuore, aiutandolo ad entrare in seminario e che diventerà vescovo di Susa. Non è una fiducia mal riposta, perché don Adolfo Barberis è intelligente, discreto, capace, lungimirante e saggio, con una gran voglia di spendersi anche al di là dei suoi incarichi “ufficiali”.
Nel 1921, dopo averne condiviso la necessità con il suo cardinale, comincia a curare la “moralizzazione del servizio domestico". Con un’intuizione a dir poco ardita, cerca, cioè, di dare formazione, istruzione, dignità alle domestiche che arrivano a Torino, spesso sfruttate, mal pagate, oggetto di angherie e di seduzioni. Nasce così, nella più assoluta semplicità, il “Famulato cristiano”, grazie ad alcune donne, che si consacrano alla formazione delle persone di servizio, perché queste, a loro volta, possano risanare le famiglie in cui lavorano. L’ambizione sta tutta qui: far delle “serve” altrettante “apostole”, condensando il tutto nello slogan: "Servire in ogni persona Gesù, portare Gesù in ogni servizio".
Tutto cambia a partire dal 10 agosto 1923, giorno in cui muore il cardinale. E non perché don Adolfo deve far le valigie, com’è giusto che sia, piuttosto perchè da quel giorno i confratelli sacerdoti lo condannano all’isolamento. “Il segretario tutto fare, cade in disgrazia: lo si accusa di tutto e del contrario di tutto. In realtà gli si vuol far pagare l'eccessivo potere da lui esercitato”, scrive un suo biografo, mentre egli dal canto suo commenta: “Dopo la fiducia eccessiva del card. Richelmy, sono stato riguardato come indesiderabile dai Canonici, come estraneo dalla Curia". Si tratta di una sua vera e propria messa al bando, che si acuisce a partire dal 1930, con l’inizio dell’episcopato del Cardinal Fossati, che dimostra di non aver di lui alcuna stima. Considerato “fannullone, prete inutile, fantastico, utopista”, viene chiamato “il prete delle serve”, con quanto di spregiativo tale definizione può contenere.  "Buon maestro spirituale, ma incapace di raccogliere quattro soldi" secondo il cardinale,  in effetti la sua opera attraversa un periodo di estrema povertà, al punto che “al Famulato non accendiamo più il calorifero né stufe perché non c'è di che comprar carbone ed il panettiere si rifiuta di darci pane…". Accusato di “assoluta incapacità amministrativa e di ogni più oculata norma di prudenza nella condotta degli affari”, soffre in silenzio l’ingiusto isolamento e le continue accuse, dedicandosi alla predicazione soprattutto fuori diocesi, dove raccoglie successi che neppure si sogna con le sue “famule” e le sue consacrate. Una religiosa, disturbata psichicamente, lo accusa di presunte relazioni sessuali che gli valgono anche sanzioni canoniche.
È perseguitato anche da problemi di salute, a partire dalla spagnola del 1919, cui fa seguito un primo intervento chirurgico, un edema polmonare, un’operazione di prostata e due per tumore all’intestino, un collasso nel 1961 e un’importante crisi cardiaca nel 1967. Vive tra preghiera e penitenza, assediato dai suoi dispiaceri e dalle sofferenze fisiche, fino alla completa riabilitazione ad opera del cardinal Pellegrino. Ed è grazie a quest’ultimo che in quattro e quattr’otto si riesce a dar sepoltura nell’appena consacrata chiesa del Gesù, al corpo di don Adolfo, venuto a mancare il 24 settembre 1967.   La beatificazione sembra non molto lontana, anche perché continuano ad arrivare segnalazioni di grazie, dalle quali si intuisce che il prete “scartato” è ancora continuamente all’opera.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

“La santità, non bisogna farsi illusioni, non si fa col pennello ma con lo scalpello”. Questa sua sintetica e bella definizione, sembra fatta apposta per la vicenda terrena di padre Adolfo Barberis, che dovette tanto operare e soffrire nella sua diocesi torinese.
Egli fa parte di quella schiera di santi, beati, venerabili e servi di Dio, che sono vissuti ed operato nel Novecento e di cui si parla poco, che costituirono la continuazione della famosa “Santità torinese” dell’Ottocento, con figure del calibro di s. Giovanni Bosco, s. Giuseppe Cafasso, il Cottolengo, il Murialdo, s. Maria Mazzarello, ecc.
Adolfo Barberis nacque a Torino il 1° giugno 1884, secondo dei quattro figli dell’odontotecnico novarese Carlo Barberis e di Teresa Chione di Caluso (TO); il giorno di Pentecoste, 7 giugno 1884 venne battezzato nella parrocchia di S. Giulia (fatta costruire dalla marchesa di Barolo, la Serva di Dio Giulia Colbert (1785-1864), situata nel popolare borgo di Vanchiglia.
In seguito la famiglia si trasferì nella zona della parrocchia di San Tommaso apostolo, retta dai Frati Minori Francescani e qui ricevette la Prima Comunione il 27 aprile 1893 e la Cresima un mese dopo.
La parrocchia di S. Tommaso era centro d’intensa spiritualità e operosità apostolica, in cui si erano formate le sorelle Serve di Dio Teresa († 1891) e Giuseppina Comoglio († 1899) e in quel tempo erano presenti i Servi di Dio fra’ Leopoldo Maria Musso (1850-1922) francescano, grande consigliere di anime e Paolo Pio Perazzo (1846-1911) “il ferroviere santo” terziario e dipendente delle Ferrovie dello Stato a Porta Nuova.
Frequentò le Scuole Elementari a Torino e dal 1895 al 1900 fu allievo del ginnasio del Seminario Minore di Giaveno (TO), ricevé il 15 agosto 1900 l’abito clericale dalle mani del curato di S. Carlo.
Dai ‘Diari’ di Adolfo Barberis, si apprende che l’ambiente familiare non era moralmente e cristianamente esemplare, soprattutto a causa del padre, uomo violento e incline al bere, si può dire che la sua vocazione sacerdotale fu il classico fiore sbocciato nel deserto.
Dal 1900 al 1902 frequentò il biennio filosofico a Chieri e poi fino al 1907 i cinque anni di teologia nel Seminario Maggiore di Torino. Gli studi non furono però continui, perché a causa delle ristrettezze familiari dovette dedicarsi anche ad altri incarichi in altri luoghi.
Nell’ultimo anno (1906-1907) cominciò a ricoprire l’incarico di segretario personale dell’arcivescovo Agostino Richelmy; lo stesso cardinale lo ordinò sacerdote il 29 giugno 1907, celebrando la Prima Messa il giorno dopo, nella chiesa di S. Carlo.
Ebbe anche l’intuizione di farsi missionario nella Congregazione dei Missionari della Consolata, fondata nel 1901 dal beato Giuseppe Allamano (1851-1926), ma l’arcivescovo lo dissuase.
Ad ogni modo nel biennio 1907-1909 frequentò da esterno il Convitto Ecclesiastico della Consolata (Scuola di perfezionamento pastorale diretta dal fondatore), sotto la guida spirituale del venerabile Luigi Boccardo (1861-1936), altra storica figura della santità torinese, insieme al fratello, beato Giovanni Maria Boccardi (1848-1913).
Si laureò in teologia nel 1912, negli anni seguenti conseguì varie nomine nella diocesi e sempre come segretario del cardinale Richelmy, l’accompagnò a Roma nei conclavi che videro eletti papa Benedetto XV nel 1914 e Pio XI nel 1922.
Nei 17 anni che fu segretario, lavorò intensamente nel suo compito, aggravato dalla precaria salute dell’arcivescovo, al quale prestò anche assistenza infermieristica.
Nel contempo fu docente di archeologia e arte sacra in Seminario; fu tra i fondatori e dirigenti dell’Opera Pellegrinaggi a Lourdes; nel 1915 ebbe la nomina a cappellano dell’Ospedale militare “Maria Letizia”, insieme a don Giuseppe Giacosa dirigeva il pensionato universitario “Augustinianum”.
Durante la guerra 1915-18 rappresentò l’arcivescovo di Torino nell’Opera diocesana di assistenza ai profughi, come pure assunse la direzione del settimanale cattolico “La Buona Settimana” che nel 1920 si trasformò in organo ufficiale della diocesi.
La sua opera di “braccio destro” dell’anziano cardinale, lungo tutto il lungo episcopato, ebbe fasi importantissime per la storia della città e della Chiesa torinese; la trasformazione in città industriale e operaia, la crisi del movimento cattolico, la crisi modernista, la tragedia della Prima Guerra Mondiale, la crisi sociale che portò al fascismo, il diventare Torino centro del movimento comunista con Gramsci e Togliatti.
Ma il suo sacerdozio, il suo amore per il Signore, l’ansia apostolica per le anime, la sua vita interiore, traspaiono dalla preziosa testimonianza del “Carteggio” intercorso con la Serva di Dio la carmelitana Maria degli Angeli (Giuseppina Operti, 1871-1949), fondatrice delle Suore Carmelitane di S. Teresa di Torino.
Padre Adolfo Barberis fu anche fondatore delle “Suore del Famulato Cristiano”, Istituzione che lo impegnò per tutta la vita, con lo scopo di formare, istruire, dare dignità alle domestiche, che immigravano numerose a Torino, in altre parole era una ‘moralizzazione del servizio domestico’, che poi si precisò ulteriormente nell’apostolato al servizio delle famiglie. L’Istituzione è oggi presente in Italia e Colombia.
Il 10 agosto 1923 con la morte del cardinale Richelmy, il suo prestigio e potere reale, legati al suo ufficio, si estinsero di colpo; cominciò per lui il lungo periodo di emarginazione che gli fu riservato, anni di purificazione nei quali don Adolfo si dedicò completamente e con fatica alla sua Congregazione, a volte ricambiato con calunnie, veleni e accuse infami; la predicazione lo vide impegnato in varie regioni italiane specialmente meridionali, soprattutto al clero e nei seminari.
Divenne confessore e direttore spirituale di molti sacerdoti della diocesi; grande cultore della Sindone, nel 1959 divenne membro del Consiglio Direttivo del Centro Internazionale di Sindonologia; consulente ecclesiastico della “Società Operaia” o “Opera del Getsemani” fondata dal prof. Luigi Gedda.
Nel 1958 subì un serio intervento chirurgico per l’asportazione di un tumore, ma il suo fisico era già da anni cagionevole di salute.
Padre Adolfo morì nella Casa Madre del suo Istituto in Torino, il 24 settembre 1967 all’età di 83 anni e venne sepolto nella nuova Chiesa del Gesù, da lui voluta e progettata e consacrata appena pochi giorni prima dal cardinale Michele Pellegrino suo grande amico.
Il 13 marzo 1995, la Santa Sede ha concesso il nulla osta per la Causa di beatificazione di questo esemplare e poco conosciuto sacerdote torinese. Papa Francesco in data 3 aprile 2014 lo ha dichiarato Venerabile.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2015-10-23

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