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Beato Odoardo Focherini Padre di famiglia, martire

27 dicembre

Carpi, Modena, 6 giugno 1907 Hersbruck, Germania, 27 dicembre 1944

Odoardo Focherini, nato a Carpi da genitori trentini, si formò all’apostolato tramite l’adesione all’Azione Cattolica, nella quale ricoprì molti incarichi, ultimo quello di presidente diocesano. Sposo di Maria Marchesi, che gli diede sette figli, lavorava come assicuratore, ma in parallelo collaborava con varie testate d’ispirazione cattolica, come il quotidiano «L’Avvenire d’Italia». Con l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, mise in piedi una rete di sostegno per far sfuggire alla persecuzione oltre cento ebrei. Dopo aver salvato l’ultimo, fu arrestato dalla polizia nazifascista e internato nei campi di concentramento di Fossoli, Gries, Flossenburg e Hersbruck. Morì in quest’ultimo luogo, a 37 anni, il 27 dicembre 1944. È stato beatificato a Carpi il 15 giugno 2013, sotto il pontificato di papa Francesco. La sua memoria liturgica, per le regioni ecclesiastiche dell’Emilia Romagna e del Trentino, è stata stabilita al 6 giugno, giorno del suo compleanno.



Ha impiegato più la Chiesa ad accertare che la sua morte è avvenuta “in odium fidei” ed a riconoscerlo martire, che non le Comunità Israelitiche italiane a concedergli la Medaglia d’Oro (nel 1955) o la Commissione dello Yad vaShem a conferirgli il titolo di “Giusto tra le nazioni” (nel 1969).
Infatti, la causa di beatificazione di Odoardo Focherini è stata avviata solo nel 1996, anche se poi è proceduta speditamente, tanto da poter arrivare il 10 maggio 2012 al riconoscimento del martirio, che il 15 giugno 2013 lo ha portato sugli altari. Così l’Azione Cattolica, che nello stesso anno ha visto la beatificazione di Giuseppe Toniolo, è stata di nuovo in festa per un altro suo beato, perché Focherini ne è stato anche presidente per la diocesi di Carpi.
Di famiglia originaria del Trentino, ma per adozione modenese a tutti gli effetti, Odo (come familiarmente chiamato) è una splendida figura di laico, marito e padre, che paga con la vita la sua coerenza cristiana.
Per vivere fa l’assicuratore, per apostolato è giornalista (collabora con «L’Osservatore Romano» e con «L’Avvenire d’Italia», di cui diviene anche segretario amministrativo), a tempo pieno è marito affettuoso e padre premuroso di sette figli; sempre, in ogni condizione e stato di vita, è cristiano esemplare.
 A 17 anni è già responsabile dell’oratorio che prima aveva frequentato, promotore del giornale per ragazzi «L’Aspirante» e responsabile di Azione Cattolica. Ha un direttore spirituale stabile e si forma a ideali grandi, capaci di dare senso alla vita.
A 18 anni si fidanza con Maria Marchesi e la sposa a 23: lei gli regalerà sette figli che saranno il suo orgoglio e lo scopo della sua vita. Comunque, non al punto da fargli dimenticare i suoi impegni di apostolato attivo, in primo luogo in parrocchia e poi con la carta stampata, che cerca in qualche modo di conciliare con i suoi impegni di agente della Società Cattolica di Assicurazione.
In tempo di guerra, insieme alla moglie, organizza  una postazione “casalinga” della rete creata dalla Croce Rossa in collaborazione col Vaticano per aiutare le persone a mantenere i contatti con i soldati al fronte, ma eroe lo diventa per caso, o meglio ancora per conseguenza, solo nel 1942.
Un giorno si vede affidare un gruppetto di ebrei polacchi dal direttore de «L’Avvenire d’Italia», che li ha avuti a sua volta in consegna dal vescovo di Genova, con il preciso incarico di provvedere al loro espatrio, in modo da evitare la loro deportazione.
Riesce a procurare documenti contraffatti ed a far varcare loro il confine col sud d’Italia. Da quel giorno si perfeziona nella falsificazione di documenti, riuscendo così a salvare la vita ad almeno 105 ebrei con l’aiuto di don Dante Sala e una rete di collaboratori.
All’ultimo, Enrico Donati, porta i documenti in ospedale, a Carpi, ma all’uscita viene prelevato dal segretario del Fascio e accompagnato in questura, a Modena, l’11 marzo 1944. Non ne uscirà più, se non per essere rinchiuso in carcere. Viene interrogato una sola volta: il 5 luglio è inviato nel campo di concentramento di Fossoli, successivamente in quello di Gries, vicino Bolzano.
Di questo periodo restano ben 166 lettere indirizzate al giornale, alla moglie ed ai genitori che riesce a far passare sotto il naso dei tedeschi, facendole arrivare a destinazione evitando la censura. In esse nessun cedimento, nessuna recriminazione per la sua attività clandestina che ha determinato il suo arresto, piuttosto una constatazione riferita al cognato : «Se tu avessi visto, come ho visto io in questo carcere, cosa fanno patire agli Ebrei, non rimpiangeresti se non di non averne salvati in numero maggiore».
Sereno sempre, anche se provato nel fisico dalle fatiche, aiuta come può i compagni di prigionia e sono in molti ad affermare di aver avuto salva la vita grazie a lui. Lo trasferiscono prima a Flossenburg, nella Baviera Orientale, poi nel sottocampo di Hersbruck, dove muore a 37 anni, il 27 dicembre 1944.
Ad assisterlo nei momenti estremi Teresio Olivelli (Venerabile dal 2015), che Odo aveva salvato da morte certa, sfamandolo di nascosto. Prima di morire a sua volta nello stesso campo, avrà il tempo di trasmettere le ultime parole dell’amico: «Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo».

Autore: Gianpiero Pettiti
 
 


 

I martiri sotto il nazismo
Alla grande strage programmata dai tedeschi di Hitler contro il popolo ebraico va unito il sacrificio di tante figure di sacerdoti, religiosi e laici, che spesero la loro vita nell’aiuto concreto ai perseguitati di quel triste periodo della storia d’Europa.
Alcuni sono già stati elevati agli onori degli altari, ma tanti altri sono avviati al riconoscimento ufficiale del loro martirio e della loro santità nello stesso contesto storico. È il caso, ad esempio, di Odoardo Focherini, laico e padre di famiglia italiano.

La famiglia d’origine
Odoardo nacque il 6 giugno 1907 a Carpi, nell’omonima diocesi (provincia di Modena). Ebbe in tutto tre fratelli, frutto dei due matrimoni del padre, Tobia Focherini: il primo con Maria Bertacchini, che aveva dato alla luce anche Odoardo, ma morì nel 1909; il secondo con Teresa Merighi, che gli fece da mamma.
Il padre era originario del Trentino, precisamente di Cellentino in Val di Peio: la famiglia era emigrata nella Pianura Padana, dopo la chiusura delle miniere di Fucine in Val di Sole. A Carpi il padre aprì un negozio di ferramenta, nel quale collaborò anche Odoardo dopo le scuole elementari e tecniche.

La formazione
Odoardo frequentò come tanti ragazzi carpigiani la vita dell’oratorio, dove fece due incontri importanti. Il primo fu con don Armando Benatti, apostolo della gioventù, che si occupò della sua formazione religiosa. In seguito strinse un intenso legame con Zeno Saltini, poi sacerdote e fondatore di Nomadelfia, che gli trasmise l’interesse per l’impegno socio-politico.
Nel 1924, non ancora ventenne, fu tra i fondatori de «L’Aspirante», il primo giornale cattolico per ragazzi, che divenne mezzo di collegamento nazionale per i ragazzi di Azione Cattolica in Italia.

Il matrimonio, il lavoro, l’apostolato
Durante una vacanza in Val di Non, vicino alla valle di origine del padre, Odoardo conobbe Maria Marchesi, della quale si innamorò. Uniti dalla stessa visione cristiana della vita, si sposarono il 9 luglio 1930; dal loro matrimonio nacquero sette figli desiderati ed amati.
Odoardo iniziò a lavorare nella Società Cattolica di Assicurazioni di Verona il 1° gennaio 1934, con il ruolo di ispettore per le zone di Carpi, Ferrara, Udine e Pordenone. Il suo poco tempo libero era dedicato ad attività apostoliche, come conferenze sociali e religiose e i congressi eucaristici diocesani; fu anche membro fondatore della sezione locale dell’Unitalsi e impegnato nella Società di San Vincenzo de Paoli. Curava anche una compagnia filodrammatica ed era membro di una società ciclistica. Allo stesso tempo, promosse il movimento degli scout a Carpi.

L’impegno in Azione Cattolica e ne «L’Avvenire d’Italia»
Continuò senza interruzione il suo impegno nell’Azione Cattolica: nel 1928 divenne presidente della Federazione Giovanile Maschile e membro della Giunta Diocesana di A. C.; nel 1934 fu eletto presidente della Sezione Uomini. Infine, nel 1936, passò all’incarico più alto: presidente dell’Azione Cattolica diocesana. Per i suoi meriti ecclesiali, nel 1937, papa Pio XI gli concesse la croce di Cavaliere di San Silvestro.
L’apostolato della stampa lo coinvolse pienamente: fu cronista attento e scrupoloso per la diocesi di Carpi presso «L’Avvenire d’Italia» e altre testate. Nel 1939 Odoardo ricevette un altro incarico importante: amministratore de «L’Avvenire d’Italia» nell’allora sede di Bologna.

Salvatore di molti ebrei
Con l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, nel giugno 1940, Odoardo organizzò un ufficio di contatto con i soldati al fronte. L’ufficio aveva due sedi: la Curia vescovile di Carpi e la sua abitazione di Mirandola.
Nel 1942, il direttore de «L’Avvenire d’Italia», Raimondo Manzini, gli affidò l’incarico di mettere al sicuro alcuni ebrei polacchi, giunti in Italia con un treno della Croce Rossa Internazionale e inviati a Bologna dal cardinale Pietro Boetto, arcivescovo di Genova.
Con l’inizio dell’intensificazione delle deportazioni razziali, dopo l’8 settembre 1943, creò una rete per l’espatrio verso la Svizzera, che salvò la vita a più di cento ebrei in collaborazione col sacerdote Dante Sala.

L’arresto e la prigionia
L’11 marzo 1944, Odoardo si recò all’ospedale Ramazzini di Carpi, sotto il pretesto di andare a trovare l’ebreo Enrico Donati: in realtà, doveva organizzarne la fuga verso la Svizzera. Fece in tempo a metterlo in salvo, ma all’uscita fu atteso dal reggente del Fascio di Carpi, che lo invitò a seguirlo con urgenza dal questore di Modena.
Giunto in Questura, gli venne comunicato che era in arresto: dopo 48 ore fu trasferito in auto al comando delle SS di Bologna. Lì fu interrogato, quindi venne rinchiuso nelle carceri di San Giovanni in Monte. Solo dal 17 marzo, tramite un amico giornalista a cui aveva scritto, riuscì a far pervenire delle lettere alla sua famiglia a Mirandola ed ai genitori a Carpi.
Le sue 166 lettere (di cui la maggior parte clandestine), che coprono il periodo dalla sua prigionia fino alla morte, costituiscono un prezioso documento storico e di conoscenza del suo animo profondamente cristiano e del suo legame con la famiglia.

La deportazione
Il 5 luglio 1944 fu trasferito al campo di concentramento di Fossoli presso Carpi: vi rimase un mese, riuscendo ad avere un facile contatto con i familiari perché si fece assegnare all’ufficio di posta.
Il 5 agosto seguente fu deportato nel campo di Gries, vicino Bolzano. Anche lì come a Fossoli riuscì a farsi assegnare alla posta, quindi riuscì con mille stratagemmi a far pervenire lettere e biglietti; incontrò di nuovo  a Gries l’amico Teresio Olivelli (Venerabile dal 2015).
Il 5 settembre 1944 subì un ulteriore trasferimento a Flossenburg nella Baviera Orientale, in uno dei più vasti campi di lavoro e di sterminio realizzati dai nazisti. Dopo circa un mese, fu inviato a Hersbruck, uno dei 74 sottocampi di Flossenburg, vicino Norimberga. Qui dettò a Teresio Olivelli, anche lui internato nello stesso campo, le ultime due lettere alla famiglia.

La morte
A causa di una ferita alla gamba, che gli procurò una grave setticemia, Odoardo fu ricoverato in infermeria e fu assistito dall’amico Teresio, che raccolse le sue ultime parole. Si spense in un giorno impreciso tra il 24 e il 27 dicembre 1944. Olivelli morì una ventina di giorni dopo di lui, nello stesso campo, in seguito alle percosse ricevute a difesa di un compagno.
La conferma della sua morte giunse ai familiari e al vescovo di Carpi solo il 4 giugno 1945, con la testimonianza di due sopravvissuti, un sacerdote e il maggiore dei Carabinieri Salvatore Becciu.
Quest’ultimo poté trasmettere alla famiglia di Odoardo i suoi estremi pensieri: «Dichiaro di morire nella più pura fede cattolica apostolica romana e nella piena sottomissione alla volontà di Dio, offrendo la mia vita in olocausto per la mia Diocesi, per l’Azione Cattolica, per il Papa e per il ritorno della pace nel mondo».

I riconoscimenti civili
La disinteressata e pericolosa attività di Odoardo in favore degli ebrei perseguitati, gli ha meritato svariati riconoscimenti. Anzitutto, la Medaglia d’Oro alla memoria, concessa dall’Unione delle Comunità Israelitiche d’Italia nel 1955, seguita, nel 1969, dal titolo di “Giusto delle Nazioni”, conferito dallo Stato d’Israele. Nel 2007 ha ottenuto la Medaglia d’oro al Merito civile. Inoltre, negli ultimi anni è stato ricordato anche in diversi Giardini dei Giusti in Italia. 

La causa di beatificazione
Il 12 febbraio 1996 la Santa Sede ha dato il nulla osta per il processo diocesano, allo scopo d’indagare se la morte di Odoardo Focherini fosse da considerarsi martirio. L’inchiesta, aperta nella diocesi di Carpi il 30 marzo 1996, si è conclusa il 5 giugno 1998 ed è stata convalidata col decreto del 28 maggio 1999.
La sua “Positio super martyrio” è stata consegnata nel 2003 ed è stata in seguito esaminata dai consultori teologi, il 16 ottobre 2007, e dai cardinali e vescovi membri della Congregazione delle Cause dei Santi, il 3 aprile 2012. Infine il 10 maggio 2012, è stato promulgato il decreto che lo riconosceva come martire in odio alla fede.

La beatificazione e il culto
Odoardo Focherini è stato beatificato a Carpi il 15 giugno 2013, nella celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come inviato del Santo Padre. È il primo giornalista italiano elevato agli onori degli altari.
Il giorno della sua nascita al Cielo è stato fissato ufficialmente al 27 dicembre, ma la sua memoria liturgica è stata stabilita al 6 giugno, data del suo compleanno. È inclusa nel calendario della regione ecclesiastica Emilia Romagna, in cui ricade anche la diocesi di Carpi, dove il Beato visse, e in quello della regione ecclesiastica del Trentino, da dove provenivano i suoi genitori e sua moglie.


Autore:
Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2017-03-07

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