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Serva di Dio Maria Clotilde di Savoia Terziaria Domenicana

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Torino, 2 marzo 1843 Moncalieri, Torino, 25 giugno 1911

Era figlia del re di Sardegna (poi re d'Italia) Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d'Asburgo-Lorena. Figlia prediletta del padre, per ragion di stato, dovette accettare controvoglia il matrimonio, che ebbe luogo il 30 gennaio 1859, con Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte (1822 – 1891), noto e attempato libertino, combinato dal Cavour e da Napoleone III. Visse quindi a Parigi sfuggendo gli splendori della Corte imperiale, dedita alla beneficenza con gran dispetto del marito. Modesta, ma fiera: all'imperatrice Eugenia, che non proveniva da una famiglia reale, ma voleva insegnarle come andare vestita, rispose: "Signora, voi dimenticate che io sono nata a Corte". Scoppiata la rivoluzione a Parigi nel 1870, decise di rimanere nella città in rivolta, malgrado le insistenze del padre a rientrare in patria, rispondendogli con la famosa lettera che riassumeva tutta la sua vita, improntata ai doveri di una principessa di Casa Savoia. Fuggiti tutti i Bonaparte (l'imperatrice Eugenia lasciò la capitale travestita) e proclamata la Repubblica, lasciò per ultima e da sola, in pieno giorno, Parigi con la sua carrozza scoperta e le sue insegne recandosi alla stazione. La guardia repubblicana le rese gli onori. Profondamente religiosa subì i comportamenti libertini e la vita dissipata del marito che in seguito la abbandonò lasciandola in ristrettezze economiche. Il 10 luglio 1942 fu iniziata la sua causa di beatificazione.[1] Fu detta "La Santa di Moncalieri" dal nome del castello dove si era ritirata. Fu sepolta nella basilica di Superga, insieme agli altri principi e duchi di Savoia.



Clotilde, Maria, Teresa, Luisa di Savoia, della quale nel 2011 ricorrevano i cento anni dalla scomparsa, era nata a Torino la notte fra il 1° e 2 marzo 1843 da Vittorio Emanuele II (1820-1878), allora Duca di Piemonte, e da Maria Adelaide (1822-1855), arciduchessa d’Austria.
Il Battesimo venne amministrato dall’Arcivescovo della capitale subalpina, Monsignor Luigi Fransoni (1789-1862), che molto ebbe a patire sotto i colpi dei liberali e dei massoni e che, opponendosi con coraggio alle leggi anticlericali, fu condannato all’esilio nella città di Lione, dove morì.
Clotilde fu la primogenita di otto figli e quando la madre perì di tifo fu data a lei la responsabilità di coordinare casa e famiglia. Precocemente, dunque, provò il dolore lacerante e allo stesso tempo l’imperio del dovere. Infanzia e giovinezza furono all’insegna di una precoce e palese maturità, sia di sentimenti che di scelte. Molto sensibile e legata fortemente agli affetti e alle amicizie scriverà, ricordando l’ultima visita fatta alla madre morente:
«Io la vidi per l’ultima volta il giorno 18 [gennaio 1855]. […]. I suoi bei capelli neri sparsi sul guanciale facevano vivo contrasto con la sua figura così pallida e disfatta. […]. Papà mi disse che nel suo delirio questa madre diletta parlava molto della sua Clotilde e che mi vedeva camminare dappertutto, persino sulle cornici della sua camera. […]. Così quella bell’anima si addormentò nella pace del Signore tranquillamente e santamente, come aveva sempre vissuto, […]. Oh, quali dolorosi ricordi!! [pochi giorni prima era morta la suocera della mamma, Maria Teresa d'Asburgo-Lorena Toscana (1801-1855)] E poi la morte di Vittorio [l’ultimo fratello]; poi quella dello zio Ferdinando. In quell’anno la nostra famiglia fu ben colpita da sventure!».
Sventure profetizzate da san Giovanni Bosco (1815-1888), il quale aveva avvertito il futuro primo Re d’Italia: se avesse avallato la legge Rattazzi (come avvenne proprio nel 1855) per la soppressione degli Ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni da parte dello Stato, Casa Savoia sarebbe stata funestata da diversi lutti. Don Bosco pubblicò anche un opuscolo, dove ammoniva Vittorio Emanuele II, scrivendo fra l’altro: «La famiglia di chi ruba a Dio è tribolata e non giunge alla quarta generazione», come accadrà con la fine della monarchia in Italia dopo la terza generazione. Rimangono lettere molto intense e toccanti di Clotilde, indirizzate al padre per cercare di persuaderlo di fermare l’irruente valanga persecutoria ai danni della Chiesa: «Se sapesse, Papà mio, come ne soffro! Ella lo sa, come lo so io: tutto passerà in questo mondo, tutto crollerà; ma la Chiesa rimarrà inconcussa, avendo per sé le promesse del suo Divino Fondatore» (8 febbraio 1877).
Corrispose epistolarmente  anche con i Sommi Pontefici: il beato Pio IX (1792-1878), Leone XIII (1810-1903) e san Pio X (1835-1914). Membro del Terz’ordine di san Domenico (fece la professione di fede il 14 maggio 1872), prendendo il nome di Suor Maria Caterina del Sacro Cuore, arrivò ad affermare a padre Giacinto Maria Cormier O.p. (1832-1916), poi Maestro generale dell’ordine domenicano dal 1904 al 1916: «È tanto chiaro dunque che tutto sembra concorrere  a un solo e medesimo scopo: la mia santificazione! […] ho un gran bisogno d’annientamento e di immolazione! Niente mi basta in fatto di difficoltà e di sofferenze: vorrei potermi consumare ai piedi di Gesù, come una vittima di espiazione, di riparazione, di amore» (23 luglio 1875).
Maria Clotilde venne investita di obblighi reali e familiari di grande peso, che seppe condurre con abilità, amabilità e carità tutta cristiana. Essendo la primogenita, ma anche la figlia prediletta di Vittorio Emanuele, per doveri di Stato, accettò a malincuore di sposare il 30 gennaio 1859 Napoleone Giuseppe Carlo Paolo Bonaparte (1822–1891), noto e attempato libertino. Le nozze erano state strategicamente predisposte da Cavour (1810-1861) e da Napoleone III (1832-1916). Il Principe Napoleone, detto Gerolamo (Jérôme) o Plon-Plon, fu ufficiale dell’esercito del Württemberg dal 1837 al 1840 e divenne il capo riconosciuto della famiglia Bonaparte. Il 16 gennaio 1883 fu arrestato a Parigi per aver sponsorizzato un plebiscito a favore del suo diritto al trono e nel 1886, a causa della sua potenziale pretesa al trono imperiale, fu bandito dal territorio francese.
Maria Clotilde visse a Parigi sfuggendo gli splendori della Corte imperiale, dedicandosi alla beneficenza, con gran dispetto del marito. Scoppiata la rivoluzione nel 1870, decise di rimanere nella capitale francese in rivolta, malgrado le insistenze del padre a rientrare in patria, alle quali rispose con una lettera intrisa di Fede e di senso del dovere:
«L’assicuro che non è il momento per me di partire […] la mia partenza farebbe il più pessimo e deplorevole effetto. Non ho la minima paura: non capisco nemmeno ch’io possa aver paura. Di che? E perché? Il mio dovere è il rimanere qui tanto che lo potrò, dovessi io restarci e morirci: non si può sfuggire davanti al pericolo […]. Non tengo al mondo, alle ricchezze, alla posizione che ho; non ci ho mai tenuto, caro Papà, ma tengo ad adempiere, sino alla fine, il mio dovere. […]. Non sono una Principessa di Casa Savoia per niente! Si ricorda cosa si dice dei Principi che lasciano il loro Paese? Partire, quando il Paese è in pericolo, è il disonore e l’onta per sempre. Se parto, non abbiamo più che da nasconderci. Nei momenti gravi bisogna avere energia e coraggio; li ho, il Signore me l’ha dati e me li dà. Mi scusi, caro Papà, se forse le parlo troppo liberamente, ma mi è impossibile di non dirle ciò che sento, ciò che ho in cuore. Sia convinto che Mammà mi approva dal cielo».
 Fuggiti tutti i Bonaparte e proclamata la Repubblica, lasciò Parigi per ultima e da sola, in pieno giorno, con la carrozza scoperta e le sue insegne: nel recarsi alla stazione, la guardia repubblicana le rese gli onori.
Subì la vita dissipata del marito che in seguito la abbandonò, lasciandola in ristrettezze economiche. Tuttavia rimase sempre lei: la tenera madre adottiva dei fratelli; la figlia rispettosa; la nuora affabile dello spodestato Re di Vestfalia, Girolamo Bonaparte (1784-1860); la sorella dei poveri; la sposa che si sacrificò per la salvezza eterna del marito, al quale, morente, gli stette accanto.
La Serva di Dio spirò a 68 anni nel suo castello di Moncalieri il 25 giugno 1911 e venne sepolta nella basilica di Superga. Il 6 aprile 1936, nella diocesi di Torino, iniziò il processo di beatificazione della «Santa di Moncalieri», come ormai da anni veniva chiamata.

Autore: Cristina Siccardi

 


 

“La mia vita sarà d’ora innanzi un’immolazione la più completa – del corpo, del cuore, dei sentimenti, di tutto, per amore tuo, o Gesù... Io sarò felice di essere tua vittima, o mio Gesù, se così ti piace”.
Non è una claustrale che scrive così, ma una principessa trentenne, nata e vissuta nelle corti d’Europa, nota alla più alta società del suo tempo, Maria Clotilde di Savoia, che un giorno – lo speriamo – vedremo elevata alla gloria degli altari.

“Agirò solo per piacerti”

Era nata a Torino, il 2 marzo 1843, figlia di Vittorio Emanuele II e di Maria Adelaide d’Austria. In casa, dalla mamma (e anche dal Padre), dai nonni Carlo Alberto e Maria Teresa, re e regina di Piemonte e Sardegna, riceve un’ottima educazione cristiana. È la primogenita degli otto figli di Vittorio Emanuele, e dei suoi fratellini, ed ella si sente un po’ la mamma, soprattutto quando la loro mamma se ne va troppo presto da questo mondo, lasciandoli orfani.
Acquisisce una buona cultura letteraria e religiosa, impara a conoscere le lingue europee, dipinge con gusto, ama la musica e l’equitazione. Ma fin dalla sua più tenera età, il suo cuore si fissa in Gesù.
Giovanissima, legge gli scritti del Padre Croiset, di Massillon, di Bourdaloue, incentrati in Cristo.
Mons. Charvaz, nella primavera del 1853, la prepara alla prima Comunione, che riceve l’11 giugno 1853, nel castello di Stupinigi. Quel giorno, Clotilde scrive i suoi propositi, che manterrà per tutta la vita. Il primo è di una semplicità e integralità assoluta: “Gesù, io voglio agire ormai solo per piacerti”. “Sarò affabile nelle maniere e pregherò il buon Dio di aiutarmi ad amare coloro per cui non sento alcuna simpatia”.
Al termine della festa della sua prima Comunione, la nonna, regina Margherita Teresa le domanda: “Che cosa hai chiesto a Gesù, stamane?”. Clotilde risponde: “Di non essere mai regina”. Ma aggiunge pure: “Sono contenta di essere principessa, perché così ho molti doveri”. Da quel giorno, Gesù Eucaristico è il grandissimo Amore della sua vita: non potrà mai più fare a meno di Lui, così come fin da piccola ha imparato a onorare la Madonna con il Rosario quotidiano.
La sua vita scorre normale, nonostante i lutti familiari, fino al 1857, quando giunge al re, Vittorio Emanuele, suo padre, che il principe Girolamo Bonaparte, cugino dell’imperatore Napoleone III, di Francia aspira a sposarla. Il desiderio del principe quarantenne, mentre Clotilde ha 15 anni, diventa un’imposizione, da parte del ministro Cavour, che a Plombières, nel 1858, tratta con l'imperatore di Francia i patti per il suo intervento a fianco dell’esercito piemontese per l’imminente guerra contro l’Austria.
Vittorio Emanuele si oppone, ma presto è costretto a cedere alla “ragion di stato”, lasciando però Clotilde libera di scegliere il suo futuro. La principessa riflette e prega a lungo, consapevole di che cosa l’aspetta: il matrimonio con un libertino: “E se il Signore volesse servirsi di me per far del bene a quella gente, perché io dovrei dire di no?”.
Accetta come un sacrificio, come una vittima. Il 30 gennaio 1859, nel duomo di Torino, sposa Girolamo Bonaparte. Il 3 febbraio gli sposi fanno l’ingresso solenne a Parigi. Il volto di Clotilde è più pallido del suo candido vestito di sposa. Sono ad accoglierli l’imperatore Napoleone III e l’imperatrice Eugenia, con la corte di Parigi in alta uniforme.

Alla corte di Parigi

Ha sedici anni, Clotilde, eppure si impone con un’autorevolezza singolare. Coerente con la sua fede, si trova subito a vivere un Calvario di incomprensioni e di sofferenze. Suo marito passa intere giornate senza vederla ed ella è costretta a rivolgersi a lui per iscritto. Presto deve riconoscere, scrivendo al suo direttore spirituale, Padre Gazelli, a Torino: “Non so se ci sia al mondo un’altra posizione più complicata della mia. Solo, con la riflessione, la preghiera, l’abnegazione assoluta, posso andare avanti”.
Approfondisce la sua cultura per essere all’altezza della situazione. Per far piacere a Girolamo, lo accompagna nel 1861, negli Stati Uniti, nel 1863 in Egitto e in Terra Santa, dove ella indugia a lungo a pregare sui luoghi di Gesù, sul Calvario soprattutto, perché per lei il Crocifisso è tutto. Senza urtare suo marito, razionalista e nemico della religione, riesce ad avere la cappella (e la Messa) in casa ogni giorno.
La sua gioia più grande è quando, nel 1862, nel 1864 e nel 1866 nascono i suoi tre figli, Vittorio, Luigi e Letizia. Cresce nell’intimità con Gesù e vive per Lui e per educare i figli alla sua luce. Evita più che può il fasto della corte, dedicandosi soprattutto alla cura dei più poveri, dei malati negli ospedali, che visita ogni giorno. Nelle feste cui è obbligata a partecipare, veste in modo semplice ed è assai riservata. Parigi, la Francia comprendono presto chi è quella principessa, così bella e dolce e tanto diversa.
George Sand, famosa scrittrice, dice di lei al principe Napoleone: “È l’immagine del candore. Il suo stile mi ha conquistata”. Ernest Renan, miscredente e nemico di Cristo, riconosce: “Clotilde è una santa, della razza di San Luigi di Francia”. L’imperatore Napoleone – che ella chiama “papà” – la stima profondamente, come “un’affezionatissima figlia”. L’imperatrice è stupita del suo stile, sicuro, disinvolto, ma Clotilde le risponde: “Voi dimenticate che io sono nata alla corte!”.
Poi, viene la sconfitta dei Napoleonidi a Sedan, il 2 settembre 1870, sotto il piombo dei prussiani. L’ultima ad andarsene da Parigi, mentre la capitale è già invasa, è proprio lei, che al consiglio di far alzare i cristalli della carrozza per non essere riconosciuta per le vie, risponde: “Paura e Savoia non si sono mai incontrate”. A fronte alta, come una regina, non come una fuggitiva, lascia Parigi, mentre gli stessi insorti le rendono omaggio.

Come una monaca nel mondo


Ripara con la famiglia nel castello di Prangins, sul lago di Ginevra. È l’ora in cui si offre a Dio e compie il voto di vittima che abbiamo scritto all’inizio. Qualche tempo dopo, suo marito ritorna a Parigi, lasciandola di fatto sola, pensando alla riconquista del potere, divertendosi e trascurando moglie e figli. Ne soffre fino allo spasimo, soffrendo anche ancora di più perché manca la Messa e la Comunione quotidiana.
Solo di domenica può recarsi al vicino paese di Nyon, per la Messa festiva, ma lì un giorno incontra il Padre Giacinto Cormier, domenicano, un’autorità nel suo Ordine (oggi “beato”), il quale diventa il suo nuovo direttore spirituale. Clotilde scopre il Terz’Ordine di San Domenico, il suo stile di studio, preghiera, annuncio del Vangelo, e entra a farne parte con il nome di “Suor Caterina del Sacro Cuore”, restando al suo posto nel mondo, dedita ai suoi figli, ai più poveri, a suo marito...
Ma questi si mette a suscitare un partito napoleonico che mira a instaurare il potere in Francia, non per il figlio di Napoleone III, ma per sé. Girolamo chiede e pretende che Clotilde, sfruttando la sua popolarità, collabori alla sua impresa. Per la sua rettitudine di coscienza, ella non accetta, tanto più che, ogni giorno che passa, ella si sente sempre più soffocata nella sua vita cristiana.
Pregando, a lungo, consigliandosi con il Padre Cormier, decide per la separazione. Nel 1878, lascia Prangins e torna in Italia, stabilendosi a Moncalieri, dove vivrà come una monaca nel mondo, con tanta preghiera, la S. Messa e la Comunione, il Rosario intero alla Madonna, ogni giorno, e tanta carità, per i bambini, i poveri, le madri di famiglia, i sacerdoti. Non ci sarà più opera benefica, senza che ella non ci sia di mezzo.
Presto è chiamata “la santa di Moncalieri”. Chi viene a Lei, trova aiuto e conforto, ma è quasi sempre lei che compie il primo passo verso chi più ha bisogno. La vedono in preghiera in parrocchia, a Torino alla “Gran Madre”, alla “Consolata”, all’“Ausiliatrice”. Sostiene le opere dei sacerdoti – dei santi di Torino – come Don Bosco, Don Murialdo, i Canonici Giovanni e Luigi Boccardo, la buona stampa che nasce e cresce. Ella stessa fa catechismo con bontà sconfinata, nella sua casa a Moncalieri, ai bambini che si preparano alla prima Comunione.

La via della Croce

Per 33 anni così... Il 17 marzo 1891, a Roma muore suo marito Girolamo. Ella è accorsa da lui ed è riuscita ad avvicinarlo a Dio: è il grande Cardinale Mermillod che gli porta gli ultimi Sacramenti. Prima di morire, le chiede perdono di quanti dolori le ha causato. Clotilde gli risponde porgendogli il Crocifisso.
Apparentemente lontana dal mondo e dalla politica, non ha mai temuto di farsi sentire con la voce di Dio che atterra anche i potenti. Quando vede che le leggi che sopprimevano gli Ordini religiosi, approvate nel 1854-55 in Piemonte, vengono applicate all’Italia intera, dopo l’unificazione, senza temere nessuno, neppure la massoneria che manovra, scrive al re suo padre, parole di fuoco: “L’ultimo giorno giungerà per tutti e allora le cose si vedranno chiare. Non prepararti, papà, dolorosi e terribili rimorsi”. Tutto passa in questo mondo, ma la Chiesa rimarrà inconcussa”.
Già nel 1855, ragazza di 13 anni, aveva offerto la sua giovane vita, “per la santa Chiesa nostra Madre, per tutto ciò che soffre in questo momento, specialmente in Italia, in Svizzera, in Germania”. È la principessa, che si offre con il Crocifisso, con Gesù Sacerdote e Ostia, sull’altare, in riparazione dei peccati dei potenti dell’epoca, sicura che nessuno potrà prevalere contro la Chiesa.
Quando suo fratello, il re Umberto I è ucciso a Monza, il 29 luglio 1900, l’erede al trono, Vittorio Emanuele III si rivolge a zia Clotilde per chiederle preghiere e aiuto.
Dal primo all’ultimo giorno, non le manca mai la croce. Al Padre Cormier scrive: “La via della croce diventa ogni giorno di più la mia via. La Croce mi unisce a Gesù. È Lui, Crocifisso, che mi custodisce in tutto, dovunque e sempre. La mia vita è inesplicabile senza di Lui. Non voglio che amare e servire Gesù: fuori di Lui nulla mi importa”.
La sua vita tutta per Lui si riempie di grazie su grazie. È una vera mistica, che vive di Lui, nel silenzio e nel raccoglimento, facendolo conoscere.
Il 25 giugno 1911, a 68 anni, la principessa Clotilde di Savoia, va incontro a Dio. Funerali solenni alla “Gran Madre di Dio” a Torino, prima di essere tumulata a Superga. Discorsi commemorativi alla Camera e al Senato, articoli su tutta la stampa d’Europa, per dire di lei ammirazione e venerazione.
È in corso il processo di canonizzazione. Modello ai potenti e agli umili. Capolavoro regale del Cristo Crocifisso e Eucaristico. E del Rosario di Maria.

Autore: Paolo Risso

 


 

Maria Clotilde di Savoia, è uno degli esempi più eclatanti di come si possa raggiungere l’unione con Cristo, pur rimanendo nel mondo a vivere in ambienti, che per loro natura invece portano alla distrazione, all’orgoglio del potere, al lusso, alla vita mondana, cose che di solito si trovavano abbondantemente nelle corti reali ed imperiali d’Europa.
Nacque a Torino il 2 marzo 1843, primogenita degli otto figli di re Vittorio Emanuele II e della regina Maria Adelaide d’Austria; ricevé dai genitori e dai nonni Carlo Alberto e Maria Teresa, sovrani del Piemonte e Sardegna, un’ottima educazione religiosa e fin dalla più tenera età, fu attratta da Gesù e per aumentare e consolidare questo amore per Cristo, leggeva e assimilava gli scritti di Bourdalone, padre Croiset, Massillon.
Morta la mamma prematuramente, fu lei ad interessarsi a corte dei suoi fratellini rimasti orfani; l’11 giugno 1853 nel castello di Stupinigi, ricevé la S. Comunione, in quel giorno memorabile per tutti i bambini, Maria Clotilde scrisse i suoi propositi per il futuro, fra cui uno di una semplicità assoluta: “Gesù, io voglio agire ormai solo per piacerti”.
Da quel giorno l’Eucaristia diverrà il grande Amore della sua vita; non ne potrà più fare a meno; così come fin da piccola imparò a venerare la Madonna e a recitare il Rosario ogni giorno.
Acquisì una buona cultura religiosa e letteraria, apprese le lingue più importanti d’Europa, dipingeva discretamente, amò la musica e gli sport equestri; nonostante i lutti familiari, la sua vita trascorse tranquilla, finché nel 1857 quando Maria Clotilde aveva 15 anni, giunse al padre re Vittorio Emanuele II, la richiesta del principe Girolamo Bonaparte, cugino dell’imperatore di Francia Napoleone III, che intendeva prenderla in sposa.
A questo punto la richiesta fu oggetto di imposizioni politiche da parte del Primo Ministro Camillo Benso conte di Cavour, il quale nel 1858 a Plombières, stava trattando per l’intervento dei francesi al fianco dei piemontesi contro l’Austria.
Il padre Vittorio Emanuele, si oppose a questo matrimonio della figlia quindicenne con il principe quarantenne e noto libertino, ma ben presto fu costretto a cedere alla “ragion di Stato”.
Anche Clotilde accettò come una vittima sacrificale e il 30 gennaio 1859, sposò Girolamo Bonaparte nel Duomo di Torino.
Il 3 febbraio gli sposi fecero il solenne ingresso a Parigi, accolti dall’intera corte e dall’imperatore Napoleone III e dall’imperatrice Eugenia.
Ma ben presto cominciarono per lei le difficoltà, i suoi principi cristiani urtarono contro quelli volteriani del marito, il quale passava interi giorni senza vederla, per cui Maria Clotilde fu costretta a scrivergli per comunicare con lui.
Per compiacerlo, l’accompagnò nel 1861 negli Stati Uniti e nel 1863 in Egitto e Terra Santa, dove poté pregare a lungo con grande emozione sui luoghi di Gesù, in particolare sul Calvario, perché era una grandissima devota del Crocifisso.
Comunque senza urtare Girolamo, razionalista e nemico della religione, riuscì ad avere una cappella al palazzo, con la celebrazione della Messa quotidiana.
Dal matrimonio nacquero i figli Vittorio Napoleone (1862), Luigi Napoleone (1864) e Maria Letizia (1866), che costituirono per lei la più grande gioia e che educherà nelle luce di Cristo.
Pur nel fasto della corte imperiale parigina, Maria Clotilde conservò lo spirito di pietà e distacco, dedicandosi soprattutto alla cura dei più poveri, dei malati negli ospedali, ai quali faceva visita ogni giorno.
Anche nelle feste cui era costretta a partecipare, vestiva con semplicità ed era assai riservata; il suo stile, la sua dolcezza, la sua religiosità, si imposero a corte, al punto che Ernest Renan, miscredente e nemico di Cristo, affermò: “Clotilde è una santa della razza di s. Luigi di Francia”; lo stesso imperatore Napoleone III, che lei affettuosamente chiamava ‘papà’, la stimava profondamente, considerandola “un’affezionatissima figlia”.
Quando il 2 settembre 1870 i Prussiani sconfissero le truppe francesi a Sedan, la dinastia napoleonica fu detronizzata e anche per la famiglia di Clotilde cominciarono le disavventure, che lei affrontò con animo forte e coraggioso.
Anche suo padre Vittorio Emanuele II, nell’agosto 1870 le consigliò di tornare a Torino, ma lei declinò l’invito, rispondendo che il bene del marito, dei figli e della Francia, non glielo permetteva.
Tuttavia il 5 settembre fu costretta a partire, ultima a lasciare Parigi invasa dai Prussiani, con la dignità di una regina e non come una fuggitiva e si rifugiò nel castello di Prangins in Svizzera, sul lago di Ginevra.
Qui la sua spiritualità interiore si manifestò ancor di più e trentenne si offrì a Dio formulando il voto di vittima: “La mia vita sarà d’ora innanzi una immolazione la più completa, del corpo, del cuore, dei sentimenti, di tutto, per amore Tuo, o Gesù…Io sarò felice di essere tua vittima, o mio Gesù, se così ti piace”.
A Prangins venne lasciata sola dal marito Girolamo Bonaparte, il quale ritornato a Parigi pensava alla riconquista del trono, divertendosi e trascurando la famiglia.
Maria Clotilde ne ricevé una grande sofferenza, acuita dalla mancanza della celebrazione della Messa e della Comunione; solo la domenica poteva recarsi a Nyon, un paese vicino, per la Messa festiva e qui una domenica incontrò il domenicano padre Giacinto Cormier (1832-1916) oggi beato, che divenne il suo nuovo direttore spirituale; da questo incontro scaturì la sua entrata nel Terzo Ordine Domenicano, con il nome di ‘Suor Caterina del Sacro Cuore’, pur restando nel mondo e dedita alla famiglia.
Dopo molte preghiere e consigliandosi con padre Cormier, alla fine decise di separarsi amichevolmente dal marito, con il quale rimase sempre in buoni rapporti, tanto che nel 1891 accorse a Roma dov’era morente, per confortarlo e ricevendo la consolazione di vederlo morire cristianamente.
Nel 1878 lasciò la Svizzera e ritornò in Italia nel castello dei suoi avi a Moncalieri, dove trascorse il resto della sua vita.
Visse come una monaca nel mondo, con la Messa e Comunione quotidiana, il Rosario intero alla Madonna e tantissima carità e beneficenza per i bambini, i poveri, gli ammalati, le madri di famiglia, aiutando i sacerdoti, sempre presente ad ogni iniziativa benefica.
Ancora vivente si meritò il titolo di “la santa di Moncalieri”; appoggiò e sostenne le nascenti opere dei numerosi e grandi santi torinesi del suo tempo, don Bosco, don Murialdo, don Cottolengo, i canonici Luigi e Giovanni Boccardo, ecc., ella stessa faceva catechismo nella sua casa a Moncalieri, preparando i bambini alla Prima Comunione.
Fedele figlia della Chiesa, quando seppe che le leggi che sopprimevano gli Ordini religiosi, approvate in Piemonte nel 1854, erano applicate a tutto il nuovo Regno d’Italia; senza temere la dilagante Massoneria, scrisse al re suo padre una vibrante protesta: “L’ultimo giorno giungerà per tutti e allora le cose si vedranno chiare. Non prepararti papà, dolorosi e terribili rimorsi”.
Divenne una vera mistica che viveva di Gesù nel silenzio e nel raccoglimento, facendolo conoscere a tutti; quando suo fratello re Umberto I fu ucciso a Monza il 29 luglio 1900, l’erede al trono Vittorio Emanuele III, chiese a zia Clotilde preghiere e aiuto.
Si spense a 68 anni, il 25 giugno 1911 a Moncalieri e dopo i funerali solenni alla “Gran Madre di Dio” a Torino, fu tumulata nella Basilica di Superga.
Modello ai potenti ed agli umili; la causa per la sua beatificazione fu introdotta il 10 luglio 1942.


PREGHIERA

O Dio, che nella Tua Serva fedele, Maria Clotilde,
ci hai dato un modello di ogni virtù,
ma specialmente di distacco dalle cose terrene, di fortezza e di carità,
concedici, Te ne preghiamo, di imitarne gli ammirabili esempi,
affinché fiorisca in noi e nelle nostre famiglia la vera vita cristiana.
Se è conforme alla Tua provvidenza
fa o Dio che la Tua Chiesa la glorifichi anche qui in terra.
Ti preghiamo di darci qualche particolare sego,
concedendoci la grazia ..... che desideriamo.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

oppure:

Padre buono e misericordioso,
che ci accompagni con la tua provvidenza,
ti rendiamo grazie per le meraviglie
che il tuo Spirito sempre compie
in chi è disponibile ai doni della tua grazia.
Accogliendo con indefettibile fortezza
la croce della sofferenza,
la tua Serva fedele Maria Clotilde
attraversò le vicende dolorose della sua vita
lasciandosi condurre da una carità sconfinata,
aperta al perdono generoso.
Suscita nelle famiglie un amore generoso e fedele
perché siano costantemente guidate
dalla sapienza del cuore
che costruisce e alimenta rapporti autentici
attraverso una gioiosa e condivisa fraternità.
Se è conforme alla tua volontà,
concedi la grazia ..... che ti chiediamo
confidando nella preghiera di questa tua Serva fedele.
In attento e disponibile ascolto della tua Parola,
aperti a compiere in ogni circostanza la tua santa volontà,
concedi a noi di giungere alla visione beata del tuo Volto.
Per Cristo nostro Signore. Amen.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2012-05-06

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