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Servo di Dio Alesandro di Troja Sacerdote

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Lucera, Foggia, 29 ottobre 1801 - 31 gennaio 1834

Don Alesandro di Troja fu un sacerdote della Diocesi di Lucera-Troia, in Puglia. Nominato dapprima rettore della chiesa di Sant’Antonio Abate a Lucera, poi vicario economo della parrocchia di San Matteo Apostolo, ebbe una spiccata attenzione per i malati, i poveri e le donne in pericolo. Devotissimo alla memoria di san Francesco Antonio Fasani, gli attribuiva le grazie e le guarigioni inspiegabili che il Signore otteneva, invece, mediante la sua intercessione. Morì a trentadue anni, dopo breve malattia, il 31 gennaio 1834. Dopo un oblio di oltre cent’anni, la Diocesi di Lucera-Troia ha avviato i lavori di una commissione storica, che ha portato all’apertura del processo diocesano sulle sue virtù eroiche, durato dal 2001 al 2007. I resti di don Sante, come la sua gente lo chiamava, riposano fin dalla sua morte nella cattedrale di Lucera, intitolata a Santa Maria Assunta.

Etimologia: Alessandro = protettore di uomini, dal greco


Alesandro di Troja (il nome è attestato anche come Alessandro De Troia) nacque a Lucera, in provincia di Foggia, il 29 ottobre 1801. Devotissimo a quello che in tutta la Puglia era detto “il Padre Santo”, Francesco Antonio Fasani (canonizzato nel 1986), inizialmente pensò di entrare tra i Frati Minori. Sua madre, però, per non privarsi della sua presenza a casa, gli domandò di entrare nel clero diocesano. Alesandro obbedì: a diciassette anni indossò l’abito talare ed intraprese la preparazione filosofica e teologica privatamente, da un prete del suo paese.
Nel momento di accedere agli Ordini maggiori, il giovane decise, con atto pubblico, di rinunciare ai beni di famiglia, eccezion fatta per il cosiddetto “sacro patrimonio”, una sorta di dote necessaria per l’ordinazione. Come mostra un documento, rintracciato durante le ricerche storiche per il suo processo di beatificazione da Luigi De Sio, nel 1822 Alesandro stipulò un accordo con i suoi fratelli Lorenzo e Antonio, mantenendo solo l’usufrutto della casa di famiglia, corrispondente a 50 ducati.
Nel 1823 divenne quindi suddiacono e, nel dicembre di due anni dopo, sacerdote. Il suo primo incarico pastorale fu quello di rettore della chiesa di Sant’Antonio Abate, a Lucera, e di cappellano nel carcere circondariale. Non si occupò solo dei carcerati, ma anche delle loro famiglie, attirandosi in tal modo l’ammirazione e l’attenzione della sua gente.
In tal modo, s’inseriva nell’attenzione che tutta la Chiesa diocesana di Lucera dimostrava verso le classi marginali, cominciando con una notevole vivacità dal punto di vista pastorale, fino a rendersi pienamente protagonista della vita culturale cittadina, pur con qualche contrasto con le autorità.
La permanenza in quella comunità durò dal 1826 al 1828, quando venne nominato vicario economo della parrocchia di San Matteo Apostolo. Appena arrivato, don Alesandro compì un gesto clamoroso: destinò 14 ducati, dei 19 che riceveva di rendita, ai poveri della città. Per questo motivo, da allora in poi la Curia Vescovile controllò con attenzione i suoi rendiconti.
In generale, l’attenzione di don Sante – così la sua gente aveva preso a chiamarlo – fu sempre diretta verso chi era maggiormente nel bisogno. In casa sua, dopo aver ottenuto il permesso del suo confessore, prese a ricevere un numero sempre più crescente di persone, che sosteneva economicamente e con la sua preghiera. Molti di essi tornavano a ringraziarlo perché avevano ottenuto la soluzione dei loro problemi e perfino delle guarigioni, ma lui sosteneva che non era merito suo, bensì del Padre Santo, suo costante modello di vita sacerdotale. Nel processo di beatificazione del Fasani, ripreso proprio in quegli anni, vennero infatti registrate sei testimonianze giurate che lo confermavano.
Un’altra idea sorta dal suo desiderio di carità fu la realizzazione di una struttura per donne bisognose di riabilitazione dal punto di vista sociale. Fu proprio questo progetto, tuttavia, ad attirare maggiormente su di lui commenti malevoli e critiche, cui si sottopose pazientemente, tanto da dimettersi dall’economato in attesa della soluzione del caso. Infine, la sua innocenza fu dimostrata: a quel punto, fu nominato docente in Seminario.
La sua esistenza terrena si concluse, a causa di una malattia, a trentadue anni: era il 31 gennaio 1834, come lui stesso aveva predetto. A causa della stima che il popolo nutriva per lui, alcuni notabili cittadini presentarono domanda al Sindaco per chiedere una tumulazione privilegiata del suo corpo. Ottenuta l’autorizzazione, il Vescovo dell’epoca, monsignor Andrea Portanova, decretò di farlo seppellire nella Cattedrale di Santa Maria Assunta, presso l’altare di santa Filomena.
A otto anni dalla sua morte, nel 1842, venne pubblicata una prima biografia, ad opera del “fisico” (vale a dire medico) Francesco Saverio Lepore, che fu suo amico e confidente. Col passare degli anni, il ricordo di don Alesandro non è venuto meno, ma il processo per l’accertamento delle sue virtù eroiche venne intrapreso solo nel 1999.
A causa del tempo trascorso, vennero formate una commissione incaricata dell’ispezione del sepolcro e una commissione storica. Il frutto del lavoro di entrambe venne presentato al Vescovo monsignor Francesco Zerrillo, il quale, ottenuto il parere favorevole della Conferenza Episcopale Pugliese, il 2 maggio 2000 ha inoltrato alla Santa Sede la richiesta del nulla osta, ottenuto il 7 luglio 2000.
La fase diocesana del processo è quindi iniziata il 28 ottobre 2001, mentre la seduta conclusiva pubblica si è tenuta nella Cattedrale di Lucera subito dopo la Messa vespertina delle ore 18:00 di domenica 7 gennaio 2007. La chiusura definitiva del processo e la sigillatura dei plichi contenente la relativa documentazione, si è svolta il 21 giugno 2007, presso il seminario vescovile di Lucera, alla presenza di monsignor Zerrillo. L’11 luglio dello stesso anno la documentazione è stata trasmessa alla Congregazione per le Cause dei Santi a Roma.
La memoria del Servo di Dio è stata tenuta in vita, negli anni del processo, mediante convegni di studio sulla sua figura e sul suo tempo e l’intitolazione, nel 2003, di una piazza di Lucera a suo nome. Attualmente i suoi resti mortali riposano nella Cattedrale di Lucera, presso l’altare di Santa Maria Patrona.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2014-11-09

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