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Renato Sclarandi

Testimoni

Sangano (Torino), 30 gennaio 1919 – Hammerstein (Polonia), 22 aprile 1944


Il tempo passa e i ricordi si concretizzano in biografie, testimonianze, inchieste e così per tanti giovani militanti nell’Azione Cattolica Italiana, operanti nelle diocesi e nelle parrocchie, morti in giovane età nei campi di sterminio nazisti, si vengono a conoscere più ampiamente la vita, le virtù, le vicende tragiche della loro fine durante la Seconda Guerra Mondiale.
Per alcuni di essi è già in corso la Causa di Beatificazione a livello diocesano, oppure già presso la Congregazione Vaticana competente; come i Servi di Dio Teresio Olivelli (1926-1945) ucciso nel campo tedesco di Hersbruck; Gino Pistoni (1924-1944) ucciso presso Gressoney (Aosta); i fratelli Flavio Corrà (1917-1945) e Gedeone Corrà (1920-1945) di Isola della Scala, Verona, entrambi morti nel campo di Flossenburg a 5 mesi di distanza l’uno dall’altro.
A questo incompleto elenco bisogna aggiungere il giovane venticinquenne Renato Sclarandi, testimone della fede genuina ed eroica, maturata fra i Salesiani e poi operante nelle file dell’Azione Cattolica Italiana, che concluse la sua giovane esistenza ucciso nel campo nazista di Hammerstein in Polonia.
Renato nacque il 30 gennaio 1919 a Sangano (Torino), fu allievo del ginnasio ‘San Giovanni’ di Torino e del Liceo Salesiano di Valsalice; in questo periodo di studi fu vivamente ammirato per la sua costante allegria e letizia, la serietà dell’impegno, la santità della vita, l’entusiasmo nelle attività.
Fu l’anima dell’Associazione di Azione Cattolica della sua parrocchia di S. Bernardino, situata in Borgo S. Paolo di Torino; apostolo laico, fu l’animatore nella sede diocesana, nelle parrocchie di città e paesi di campagna del Piemonte e anche fuori regione, sia al tempo del liceo, sia come universitario.
A Valsalice è ricordato come il migliore degli studenti, per lui gli aggettivi si sprecano: gentile, servizievole, studioso, allegro, simpatico, sorriso limpido.
Gli piaceva la bicicletta e la montagna, amava la gente, la parrocchia e i giovani, con la mente piena di idee e dotato di una parola fluida e convincente, in altre parole un giovane vivo.
Una ragazza della sua parrocchia d’origine a Sangano, diceva: “Si sentiva in lui la purezza dell’anima, la fede cristallina, l’ottimismo della sua fiorente giovinezza; era la forza motrice della nostra parrocchia”.
Si era in guerra e il 5 dicembre 1941, fu chiamato alle armi nel Corpo degli Alpini, la svolta della vita militare con le sue regole e disciplina, non attenuò il fervore del suo apostolato, così, sia ad Aosta nel corso allievi ufficiali, sia nelle varie tappe della vita militare a Merano, a Bassano del Grappa, a Civitavecchia, a Pinerolo, il suo primo e immutato impegno fu quello di rintracciare fra i soldati, quelli che provenivano dall’Azione Cattolica, radunandoli per impostare con loro un dialogo e per studiare insieme il modo di vivere da cristiani l’esperienza militare e con tutte le preoccupazioni di quel triste periodo bellico.
A Pinerolo fu in contatto con Carlo Carretto e don Giovanni Barra, con i quali aveva discusso a lungo sulle prospettive del movimento giovanile cattolico e sul ruolo storico che l’Azione Cattolica avrebbe avuto in quel tragico periodo e soprattutto nel futuro post-bellico.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, fatto prigioniero, il sottotenente degli Alpini Renato Sclarandi fu deportato come tanti soldati italiani, nel campo nazista di Luckenwalde in Germania e poi in Polonia Przemyls.
Non cedette allo sconforto, prese a compilare un diario e iniziò a scrivere un libro, continuando il suo apostolato fra i compagni di prigionia, fornendo a ciascuno un fraterno calore di solidarietà, un po’ d’aiuto, alimentando in tutti la speranza per sopravvivere in quella desolazione dei corpi e dello spirito.
Era l’angelo del lager, tutti lo conoscevano, avevano ascoltato le sue conferenze organizzate alla meglio, sulla Sacra Sindone, sul presepio e l’albero di Natale, sulla Santa Messa, sul ‘Figlio dell’Alpe’ (lo spirito degli Alpini); traduceva dal latino le letture sacre, recitavano insieme il Santo Rosario.
Dal suo diario si apprende il ricordo degli anni trascorsi come studente fra i salesiani, annota i nomi d’insegnanti e Superiori come persone amiche e care; prega per tutte le Opere Salesiane, per i padri defunti, per le Associazioni di ex allievi.
Alla vigilia della festività di s. Giovanni Bosco (31 gennaio), Renato Sclarandi annotò nel diario, il 30 gennaio del 1944, giorno del suo 25° compleanno, pregando don Bosco di insegnargli “in modo particolarissimo la via della fede completa nella Provvidenza e di guidarmi verso una profonda, completa e filiale devozione a Maria SS. Ausiliatrice, affinché risolva tutti i miei problemi”.
Il 22 aprile 1944, impegnato come sempre a portare sollievo ad un prigioniero ammalato nel vicino campo di Hammerstein in Pomerania (Polonia), presentò alla sentinella tedesca il lasciapassare, che lo stracciò senza nemmeno guardarlo, ingiungendogli di rientrare subito nella sua baracca, Renato si girò per obbedire e il soldato gli sparò a bruciapelo alle spalle.
Fu sepolto nel cimitero del campo e solo nel 1967, per la tenacia e la costanza dei genitori, le sue spoglie mortali fecero ritorno in Italia e composte nella tomba di famiglia a Sangano. La città di Torino gli ha dedicato una scuola e una lapide.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto/modificato il 2005-04-27

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