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Sant' Ugolina di Vercelli Vergine ed eremita

16 agosto

Vercelli, 1239 - Vercelli, 16 agosto 1300

Una storia molto strana quella di questa Beata Vercellese vissuta sulla fine del 1200 – inizio 1300. Essa andò a chiudersi in un romitorio, facendosi passare per uomo e vi rimase per quarantasette anni per sfuggire alle mire di suo padre. Per non svelare il suo segreto si fece chiamare Ugo senza rivelare a nessuno la sua identità. Nel romitorio essa crebbe nella fede e nella preghiera. Quando morì allora si venne a sapere che era una donna e si poté ricostruire la sua vicenda in mezzo alla sorpresa e ammirazione di tutti.

Emblema: Giglio


Il primo biografo di S. Ugolina, che scrisse subito dopo la sua morte, fu il confessore domenicano Padre Valentino. Queste importanti memorie, già introvabili nel ‘700, sono citate dal francescano Ludovico della Croce che, consultandole, scrisse a metà del ‘600 quella che è oggi la biografia più antica. Purtroppo l’opera ha principalmente lo scopo di tramandare le virtù e non le notizie storiche su questa santa, la cui vita è simile ad altre figure sorte nel Medioevo a imitazione degli anacoreti orientali.
Ugolina nacque a Vercelli nel 1239, nella nobile e ricca famiglia De Cassami (o De Cassinis, secondo studi recenti). La sua venuta al mondo fu una grazia per i pii genitori che videro in lei, figlia unica, un dono prezioso e la circondarono di cure premurose. A soli dieci anni esercitava mirabilmente la carità verso il prossimo, la pratica costante della preghiera personale e comunitaria, la perfetta adesione agli insegnamenti dei genitori. Un grande amore aveva per i pellegrini, a quei tempi numerosi. Quando veniva a conoscenza che la meta era la Terra Santa la sollecitudine diveniva particolare, dava loro viveri e denaro per il viaggio.
La prima grande prova per la giovane arrivò quando aveva solo quattordici anni: morì colei che l’aveva generata fisicamente e che aveva formato il suo spirito secondo i più nobili sentimenti cristiani. Rimase dunque col padre che, purtroppo, solo per poco tempo frenò l’impulso di sedurla. Il più orrendo dei crimini familiari stava quindi per consumarsi, in quella casa un tempo felice. Il Signore non abbandonò Ugolina che, con le buone maniere e soprattutto con la preghiera, riuscì a ricondurre il padre sulla retta via. L’equilibrio familiare era però compromesso e Ugolina maturò la vocazione che già sentiva nel cuore. Unica confidente era una donna di nome Libera, a cui manifestò il desiderio di servire Cristo con la preghiera, vivendo ritirata dal mondo. Questa le disse di meditare a fondo la decisione, aspettando un segno celeste. Ugolina decise che avrebbe messo in atto la fuga nel momento in cui il padre si fosse assentato per affari e ciò avvenne proprio il giorno seguente, quando il genitore si recò a Torino. Indossati abiti maschili e un cappuccio, la fanciulla lasciò il palazzo. La straordinaria e pericolosa ispirazione la condusse verso un bosco, distante un miglio dalla città, dove sorgeva la cappella di S. Maria di Betlemme. Vi era a fianco la cella, ormai vuota, di un eremita di nome Favorino che, di ritorno dalla Terra Santa, aveva costruito quel romitorio per vivervi santamente. Ugolina decise che sarebbe stata la sua nuova dimora. Per quarantasette anni, facendo credere di essere un uomo di nome Ugone, visse con lo stretto necessario, in preghiera, tra intensi colloqui con Dio e penitenze per combattere le tentazioni che certo non mancarono.
La distanza dalla città era comunque breve e quindi la cappella divenne un punto di riferimento per tutto il territorio circostante, luogo di orazione, di conforto, di consiglio, per persone di differenti ceti sociali. Ugolina comunicava, senza mostrare il volto, attraverso una finestrella. Solo il confessore e la confidente Libera sapevano chi realmente fosse quell’anacoreta. L’antico biografo ci tramanda un fatto singolare. Una povera vedova di Vercelli, pesantemente vessata dal Procuratore malvagio della città, chiese aiuto ad Ugolina che eccezionalmente la fece entrare nella propria cella. Alla mezzanotte del giorno seguente, nella cappella a fianco, un angelo le confortò dicendo loro che il persecutore avrebbe pagato per le sue malefatte. Da lì a poco fu difatti condannato. La donna mantenne il segreto, andando poi ogni giorno a trovarla. Trascorsero così molti anni, fino a quando il fisico di Ugolina andò declinando: disturbi allo stomaco e febbri la costrinsero a letto. Qualche giorno prima della morte chiamò il Padre Valentino per la confessione generale e la Santa Comunione. Morì il 16 agosto del 1300.
La notizia si diffuse rapidamente per la città. Il sacerdote andò dal Vescovo, Aimone di Challant, che era già informato dei fatti. In processione solenne, col clero e il popolo, volle renderle omaggio. Ugolina, su un povero giaciglio, riposava nella pace del Signore, col costato del Crocifisso, che teneva tra le mani, appoggiato alla bocca. Il Vescovo, commosso, si inginocchiò baciandole le mani. Tutto il popolo sfilò davanti alla salma, scoprendo finalmente che era la figlia del ricco De Cassami. Secondo il suo volere fu sepolta nella cella, poi, successivamente, in chiesa. La tomba divenne meta di pellegrini, sovente miracolati. Fu santa a furor di popolo, con festa l’8 di agosto. Nel 1453 i Francescani eressero a fianco della chiesa un importante convento, detto S. Maria di Billiemme (da Betlemme), perdurando la devozione verso la santa. La reliquia del cranio fu autenticata dal vescovo Mons. D’Angennes il 26 giugno 1832. Ai tempi delle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi fu tenuta, per breve tempo, da una pia persona, poi pervenne al Capitolo Metropolitano e infine ricollocata in chiesa.
La cappella, con le sue volte a vela, fu pregevolmente affrescata nel secolo XVI, mentre la cella venne distrutta nell’assedio del 1704. Nell’800 a Billiemme sorse il cimitero cittadino.
Nel 1996 la secolare presenza dei Francescani cessò, subentrando i Padri Marianisti.


PREGHIERA
O ammirabile Ugolina
che, decisa a imitare l’immagine di Gesù Cristo,
ti applicasti nel povero eremo di Billiemme ai rigori della penitenza,
alle veglie in preghiera, ai digiuni,
alla macerazione della tua carne innocente,
all’orazione fino ad ottenere un’intima unione con Dio,
ottienici la grazia di vincere, con l’esercizio della mortificazione,
le nostre passioni e di sapere gustare le gioie dell’amicizia con Dio.
Amen.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto il 2005-06-02

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