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Sant' Abacuc Profeta

2 dicembre

VII-VI secolo a.C.

È annoverato tra i profeti minori dell'Antico Testamento. Denominazione dovuta solo alla brevità dei suoi scritti, ma non all'importanza secondaria del suo messaggio. Di Abacuc ignoriamo quasi tutto, ma alcune allusioni presenti nel libro biblico a lui attribuito, composto di solo tre capitoli, ci fa ipotizzare una sua collocazione cronologica all'epoca dell'avversario di Geremia, re Ioiakim, che succedette nel 609 a.C. al giusto e sfortunato re Giosia, ucciso in battaglia dal faraone Necao. Questo profeta si contraddistingue per il suo stile brillante e icastico. Dal libretto di Abacuc occorre però scorporare il terzo ed ultimo capitolo: secondo gli studiosi esso contiene infatti un inno arcaico, forse composto ben prima, nel X secolo a.C.. Il personaggio Abacuc ricompare però nell'Antico Testamento in un racconto miracolistico e leggendario del libro di Daniele (14,3 1-42). (Avvenire)

Etimologia: Abacuc = amplesso ardente, dall'ebraico

Martirologio Romano: Commemorazione di sant’Abacuc, profeta, che davanti all’iniquità e alla violenza degli uomini preannunciò il giudizio di Dio, ma anche la sua misericordia, proclamando: «Il giusto vivrà per la sua fede».


Nei primi giorni del tempo d'Avvento, il 2 dicembre, il nuovo Martyrologium Romanum pone la “memoria di Sant'Abacuc profeta”, annoverato tra i profeti minori dell'Antico Testamento per la brevità dei suoi scritti, ma non per la secondarietà del suo messaggio, e dunque non meno importante al cospetto di Dio.
Di Abacuc ignoriamo purtroppo quasi tutto, persino il significato del suo nome, forse corrispondente a quello di una pianta acquatica o di un'ortensia. Alcune allusioni presenti nel piccolo libro biblico a lui attribuito, composto di solo tre capitoli, ci fa ipotizzare una sua collocazione cronologica all'epoca dell'avversario di Geremia, re Ioiakim, che succedette nel 609 a.C. al giusto e sfortunato re Giosia, ucciso in battaglia dal faraone Necao.Questa fu un'epoca drammatica per il regno di Giuda, giunto quasi alla sua fine, mentre risuonava la voce del profeta Geremia. Il Signore sta infatti per inviare “i Caldei (cioè i Babilonesi), un popolo feroce e impetuoso […], feroce e terribile”, desideroso di imporre “il suo diritto e la sua grandezza”, dotato di cavalli “più veloci dei leopardi e più agili dei lupi della sera” e di cavalieri che “volano come aquila che piomba per divorare, avanzano solo per la rapina..., ammassano i prigionieri come la sabbia” (Abacuc 1,6-9).Questo profeta si contraddistingue per il suo stile brillante e icastico, tanto che un commentatore ha osato definire il suo libretto “uno dei più attraenti della Bibbia”, “per l'armoniosa bellezza di alcuni passi, perla nobiltà e la sincerità dell'accento”.
Il passo che però ha reso popolare Abacuc presso il cristianesimo si compone in ebraico di sole tre parole: saddfq be'emunatòjihjeh, cioè “il giusto vivrà per la sua fede” (2,4). Il senso inteso dal profeta è assai semplice: chi confida in Dio restandogli fedele, salverà la propria vita, mentre invece “soccomberà chi non ha l'animo retto”. L'apostolo Paolo assunse poi questa frase a sintesi della Lettera ai Romani, base della sua teologia circa la giustificazione attraverso la fede: “Colui che è giusto (giustificato) per la fede, costui vivrà»(1,17).Dal librettodi Abacuc, seppur breve, occorre però scorporare il terzo ed ultimo capitolo: secondo gli studiosi esso contiene infatti un inno arcaico, forse composto ben prima, nel X secolo a.C.. Questo potente testo mette in scena una terribile epifania divina volta a sconvolgere l'universo. Il Signore irrompe nella scena scavalcando monti e seminando panico, preceduto da una terrificante avanguardia, la Peste personificata, e seguito da una retroguardia alquanto paurosa, la Febbre ardente. Nulla si può opporre al divino Arciere intento a scagliare lampi come frecce. Su questo devastato orizzonte spunta però fortunatamente un'aurora di speranza e di gioia: “il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle alture mi fa camminare” (3,19).Il personaggio Abacuc ricompare però nell'Antico Testamento in un racconto miracolistico e leggendario del libro di Daniele (14,3 1-42). Avendo preparato un giorno una minestra e portandola in campagna ai mietitori, un angelo “lo afferrò per i capelli e con la velocità del vento lo trasferì in Babilonia e lo posò sull'orlo della fossa dei leoni” ove era confinato Daniele. “Gridò Abacuc: Daniele, Daniele, prendi il cibo che Dio ti ha mandato!”. Daniele si sfamò, “mentre l'angelo di Dio riportava subito Abacuc” in Giudea, sempre miracolosamente per via aerea. Questa leggenda non può però che costituire una bizzarra forma di solidarietà tra profeti.


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto il 2005-09-14

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