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Venerabile Josè Wech Vandor Sacerdote salesiano

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Derog, Ungheria, 29 ottobre 1909 – Santa Clara, Cuba, 8 ottobre 1979


Un esempio tra carità e giustizia
Chi crede è consacrato da Dio nella verità; è unito a Lui, è trasformato in luce che, nella e attraverso la Comunità credente, illumina il cammino che porta altri fratelli a Dio. Chi crede è portato a conoscere e a contemplare Dio non da estraneo. Chi crede ubbidisce a Lui; si nutre della Parola accolta, interiorizzata, annunziata, celebrata; si lascia introdurre nel Regno di quei piccoli ai quali il Padre svela ciò che nasconde ai sapienti e agli intelligenti.
La fede nel Risorto chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, ne riproponga il patrimonio di valori e contenuti.
Unendo carità e giustizia il Venerabile José Vandor, da autentico figlio di don Bosco, ha saputo comprendere i bisogni del popolo cubano, ne ha fatto proprie le speranze, i timori e le aspettative, lasciando, così, un messaggio e un esempio di spiritualità ai cristiani di oggi, ai sacerdoti, ai religiosi, ma anche e soprattutto al popolo santo di Dio – messaggio questo, che lo rende un modello vivo per la Chiesa contemporanea.
Colpisce la santità di questo sacerdote, la sua coerenza di uomo, il suo silenzio agli insulti, la sua obbedienza e il suo zelo per i giovani e le loro famiglie. La sua vita e il suo ministero sacerdotale, vissuto in condizioni definite «difficili», è ancora oggi un segno per Cuba, dove la fama di santità è viva e da dove continuano a pervenire numerose segnalazioni di nuove grazie.

I primi anni
Secondogenito di Sebastian Wech e Maria Puchner, entrambi braccianti agricoli, József Wech nasce a Dorog (Ungheria) il 29 ottobre 1909. Ama la natura e la vita all’aria aperta. Sogna inizialmente un futuro da ingegnere, ma non disdegna l’arte poetica.
Notevole importanza assume per lui il contesto famigliare: proprio lì, infatti, impara le umili virtù del quotidiano, intessute soprattutto della fede che i genitori gli trasmettono e dell’obbedienza, appresa anche a mezzo di qualche sacrificio o sgridata.
Il suo comportamento, esemplare sin dalla più giovane età, gli permette di essere tra i compagni figura significativa, eccellendo in mezzo a loro non per la “sapienza umana”, ma per la docilità di un cuore che inizia a dischiudersi alla voce di Cristo.
La madre pregava da anni affinché le venisse concesso dal Signore il dono di un figlio sacerdote. E così, quando József è chiamato a dare una direzione alla propria vita e sceglie la vocazione e la consacrazione, sente che le sue preghiere sono state esaudite.

Tra i Salesiani
Dopo un periodo di discernimento vocazionale presso un convento francescano, il giovane è indirizzato presso una realtà di diverso tipo, dove la sua esuberante energia possa trovare migliore accoglienza. È dunque accolto dai Salesiani di Don Bosco: novizio nel 1927, professo temporaneo nel 1928 e professo perpetuo nel 1932.
A 22 anni è inviato dapprima in Italia dove si perfeziona in teologia e si prepara all’ordinazione sacerdotale, avvenuta nel 1936; quindi, poi, è inviato missionario nelle Grandi Antille. Parte portando con se poche cose e, assumendo la cittadinanza cubana, prende il nuovo nome Vandor, che in ungherese significa “pellegrino”.

Missionario nelle Antille
Dal 1936 al 1979 la vita di padre José, come ormai lo chiamano tutti, è scandita da numerosi spostamenti. Dopo le Grandi Antille, parte alla volta di Guanabacoa nei pressi della capitale cubana dell’Avana (1936-1940; 1940-1943).
Viene poi destinato a Moca (1940), Versalles e Matanzas (1943 – 1946). E, ancora, Camagüey come economo del Collegio di Arti e Mestieri, Santiago de Cuba come confessore della comunità, Peñalver (1946 – 1954) come confessore e cappellano delle novizie salesiane.

A Santa Clara
Nel 1954 è inviato a Santa Clara, la sua ultima destinazione, per occuparsi di due opere contemporaneamente: la progettazione e la direzione dell’erigendo Collegio Rosa Pérez Velasco e la cura pastorale della chiesa della Madonna del Carmine, affidata sino a quel momento ai Padri Passionisti ma che proprio il Vescovo passionista della diocesi di Cienfuegos affida ora ai salesiani.
Qui manifesta tutto il suo zelo e il suo amore: segnando in modo indelebile la storia di Santa Clara, ha avvicinato moltissime persone, ora come direttore spirituale e confessore, ora come amico, capace di parlare di Gesù e del suo Vangelo anche ai non credenti. Le testimonianze pongono in risalto, inoltre, la sua carità e la sua prudenza maggiormente in alcuni momenti difficili, come per esempio la conquista di Santa Clara da parte delle forze castriste (dicembre 1958 – gennaio 1959).

Gli ultimi anni e la morte
Dal marzo 1976 l’accentuarsi dell’artrite reumatoide lo costringe su una sedia a rotelle. E nonostante i movimenti siano divenuti impossibili, come anche il semplice dover alzare il calice durante la Santa Messa, padre José continua nella sua disponibilità verso gli altri, attraverso le confessioni e il consiglio spirituale.
Nel giugno del 1979 gli viene diagnosticato un tumore non operabile all’esofago. Si spegne alle prime ore dell’8 ottobre 1979.

Unione alla volontà di Dio
Quello di padre José Vandor è un profilo poliedrico ed equilibrato. Appare come un uomo ben inserito in un contesto politico ed ecclesiastico molto burrascoso. Il suo carattere è senza oscillazioni, è una persona affidabile e costante, non si scompone dinanzi alle difficoltà: è santo «in ogni momento». Molti lo ricordano «allegro, [con] lo sguardo limpido, il portamento dignitoso; le labbra socchiuse in un sorriso di fine auto-ironia, per la quale era presto diventato celebre».
Padre José si è posto sempre nel solco della volontà di Dio, facendo dell’espressione «Se lo vuoi Tu, lo voglio anch’io» uno dei suoi motti preferiti. La grande forza su cui si regge la sua vita sta nell’abitudine a riferire tutto a Dio, di cui contempla il volto di Padre amoroso che ben conosce ciò di cui i suoi figli hanno bisogno. E così, quando lo sorprende la malattia coglie la preziosa occasione di stare in Croce con Gesù e, da lì, cooperare più intimamente all’opera della redenzione.
Fa il possibile per trascorrere una vita nascosto agli occhi degli uomini, ma ben presente dinanzi al Signore: sostiene che «le migliori vacanze sono quelle dinanzi al Santissimo Sacramento» e, fisso in Dio, si dedica a un infaticabile apostolato in tempo di persecuzione e incomprensioni. E quando è assorbito dall’apostolato non smette di trasformare il lavoro in preghiera.

Il suo metodo
Unanimi sono le testimonianze di coloro che lo ricordano, i quali affermano che la «presenza di padre José Vandor rinviava a Gesù». Questa sua intima adesione al Signore si irradiava nell’atteggiamento, nelle parole, nei gesti. Tutto diventava in lui segno di fede. Attingeva molto dalla preghiera e dal colloquio col Signore; fu definito «un uomo di preghiera, semplice, puro di cuore, con una tenerezza autentica, una personalità magnetica, senza fare sfoggio delle proprie doti o della propria ampia cultura». Si recava in cappella per pregare e chiedere al Signore la risposta di casi difficili.
I vari trasferimenti, che potevano essere interpretati, dal punto di vista puramente umano, come disposizioni punitive, non lo turbarono perché egli era sicuro di aver agito alla luce della fedeltà di Dio e della sua missione. La sua vita e il suo apostolato vengono riassunti da coloro che lo hanno conosciuto con questa sintetica pennellata: «La preghiera come metodo fondamentale, l’Eucaristia, l’annuncio del Vangelo a tutti, il suo lavoro». Nel suo ministero esorta a sperare e ad amare, vivendo una speranza ed una carità eroica in tempi storicamente difficilissimi.

Le sue virtù
Padre Vandor ha vissuto in modo particolare la virtù della prudenza: essa, infatti, doveva essere necessaria per poter svolgere il ministero nella Cuba di quel tempo. Da uomo saggio nell’azione, con pazienza si lasciò educare dal carisma salesiano; non fu mai precipitoso, seppe cosa significavano costanza e decisione. Scrutò con attenzione i segni dei tempi, rimanendo attento a non farsi trascinare dalle false illusioni.
Circa la giustizia, la fortezza e la temperanza esse si trovano intrecciate nella sua vita, concretizzandosi poi nell’azione. Egli sentì, sempre il dovere di amare ciò che faceva e di continuare a farlo senza tregua. Nella sua esistenza fuse con equilibrio il distacco dalle cose materiali e la capacità di servirsene nell’esercizio del proprio ministero.
Coloro che lo hanno conosciuto sono, poi, concordi nell’elogiare la sua castità, sia negli atteggiamenti sia negli sguardi; esercitò la custodia della vista e la discrezione nel vestire e nel parlare. Come quella di san Francesco di Sales e di don Bosco, la sua fu una castità che si seppe aprire al servizio del prossimo.
Attraverso l’esercizio della povertà, poi, si rafforzò in lui l’idea che le cose materiali non gli appartenevano, ma tutto era dono della Provvidenza. Visse una povertà accettata, ricercata e vissuta serenamente non solo nello stile di vita, ma anche nel vestiario, nell’arredamento e nel cibo.
Manifestò, inoltre, una obbedienza non solo verso i suoi superiori religiosi, ma anche nei confronti del Vescovo ordinario nella cui diocesi svolgeva il ministero.

Fama di santità e fama di segni
Già quando padre Vandor era in vita, alcuni testimoni sono concordi nell’affermare che gli anziani, quando lo vedevano passare per strada, commentavano: «Passa un santo». Alla notizia della sua scomparsa, inoltre, si levò unanime una voce: «È morto un santo!». Le conversioni concomitanti alla sua morte rappresentano già un esempio della fama di segni che accompagna padre Vandor in vita e trova piena conferma al momento della morte.
Occorre, inoltre, notare come dal 2011 hanno infatti cominciato a pervenire alla Postulazione Generale dei Salesiani segnalazioni di grazie qualificate da Cuba e dalla Spagna. Queste sono grazie concesse a persone di ogni fascia sociale ed età, soprattutto in occasioni di problemi all’apparato scheletrico a seguito di malattie o incidenti; di problemi all’apparato respiratorio; di trapianti, con un improvviso ribaltamento del quadro clinico che ha lasciato perplessi anche alcuni medici.

Il suo messaggio
La testimonianza di padre José Vandor, la sua vita e il suo ministero, offrono, senza ombra di dubbio, validi messaggi ancora oggi. Egli è stato «una persona di santità contagiosa, gran lavoratore, obbediente, capace di accogliere quel che il Signore gli mandava e di offrire tutto per la salvezza delle anime. Umiltà e confidenza furono i pilastri della sua vita, anche quando doveva entrare con forza nel vivo delle vicende storiche del suo tempo.
Padre Vandor ha vissuto in una «epoca dei pochi nella Chiesa», non molto diversa dall’attuale contesto storico. Non ha avuto paura di andare nelle periferie, per sporcarsi le mani con le necessità del fratello. La sua spiritualità del silenzio, in un’era di eccessiva comunicazione, può avere utili implicazioni pastorali.
«Dalla solidarietà del Cristo con l’essere umano nasce la necessità per i credenti di offrire tutta la propria vita in sacrificio spirituale»: così la sua vicenda appare come una testimonianza chiara di carità pastorale, ispirata all’esempio di san Giovanni Bosco, in contesti difficili, come quelli cubani nel corso della rivoluzione castrista.
Il suo ministero fu, infatti, caratterizzato da uno stile di vita umile e disponibile ai bisogni soprattutto del più giovani e dei più deboli: non ha esitato a mettere a rischio la sua stessa vita per testimoniare la carità e farsi promotore di incontro e pace. Il suo esempio di vita santa può essere, senza ombra di dubbio, una risposta alle istanze della “conversione missionaria” a cui oggi ognuno di noi è chiamato per rispondere alle sfide di una società in profondo cambiamento.
La Chiesa ha necessariamente bisogno, oggi più che mai, di uomini che come padre José Vandor abbiano un volto che parla di Dio. Un volto sempre luminoso e umanissimo.
Papa Francesco l'ha dichiarato Venerabile il 20 gennaio 2017.


Autore:
Andrea Maniglia

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Aggiunto il 2017-02-02

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