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Venerabile Albenzio De Rossi Frate eremita e fondatore

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Cetraro, Cosenza, 1542 – Roma, 19 aprile 1606


Nella Roma dei grandi papi del Rinascimento, delle vaste trasformazioni urbane, delle stupefacenti opere di pittura, scultura e di architettura, affollata da insigni artisti, letterati, politici, diplomatici e uomini d’arme, ci fu un’umile frate eremita calabrese, che si prese il compito di aiutare i più deboli della società, che paradossalmente pullulavano nella Città Eterna del Cinquecento.
Si tratta di fra’ Albenzio De Rossi, nato nel 1542 a Cetraro, provincia di Cosenza, una venerabile figura di religioso del XVI secolo, che meriterebbe una conoscenza più approfondita, non solo dai romani.
Facente parte di una benestante famiglia di Cetraro, fu avviato fin da giovane al sacerdozio, come era frequente in quel tempo; ma Albenzio De Rossi ritenne che la vita eremitica era più adatta alle sue esigenze spirituali.
Era divorato dall’amore di Dio e dal desiderio di servire i fratelli più poveri; il pellegrinaggio e le penitenze erano parte integrante delle sue giornate e lo furono per tutta la sua vita; del resto Albenzio, come tante anime consacrate della Calabria, era molto influenzato dall’esempio del grande eremita e pellegrino, san Francesco da Paola (1416-1507), suo conterraneo e quasi contemporaneo.
Dalla natia Calabria, intraprese il lungo e faticoso peregrinare per l’Italia Meridionale con il modesto abito di eremita itinerante, il volto scavato dai digiuni e con un teschio legato alla cintola; esortava alla penitenza con il suo forte e incisivo linguaggio e nel contempo stimolava ad una continua opera di carità verso il prossimo.
Nel suo vagare, raggiunse anche Gerusalemme, meta desiderata da quanti nei secoli, intesero attingere forza, fede, consolazione, alle radici stesse del Cristianesimo in Terra Santa.
Ritornò dalla Palestina con una bella icona di Maria, ricevuta in dono; già nel viaggio di ritorno per mare, poté verificare la miracolosa potenza dell’immagine mariana; durante una furiosa tempesta, quando il mare ingrossatosi minacciava l’affondamento della nave, evento non raro per la navigazione del tempo, fra’ Albenzio portatosi sulla prua della nave, protese la sacra icona verso le onde agitate, invocando l’aiuto della Madonna e il mare prodigiosamente si calmò e tutti furono salvi.
Di questa prodigiosa immagine, fra’ Albenzio fu molto geloso, tanto che per tutta la vita la custodì nella sua cella, mostrandola raramente e solo a dei confratelli e non esponendola mai in pubblico.
Soltanto in punto di morte concederà con gioia, che la sua icona, fosse mostrata alla venerazione dei fedeli, accrescendo così la pietà mariana.
Giunto a Roma, fu colpito dalla vista dei tanti poveri che affollavano la città, i quali trascinavano penosamente la loro esistenza; a loro si aggiungevano i tanti pellegrini, che dopo un lungo percorso a piedi, attraversando l’Europa e le Alpi, arrivavano a Roma per pregare sulle tombe degli Apostoli; scendendo da Monte Mario essi giungevano in città, stanchi, a volte ammalati o feriti dalle imboscate dei malviventi, bisognosi di vitto, cure e alloggio.
Fra’ Albenzio De Rossi chiese allora a papa Sisto V (1585-1590) di procurare a questi pellegrini un luogo d’accoglienza, e il papa il 3 giugno 1587, autorizzò lo stesso frate eremita di chiedere al cardinale vicario di Roma, un fondo dove poter costruire una casa per gli eremiti pellegrini forestieri che giungevano a Roma.
In questo ospizio, gli eremiti avrebbero potuto sostare ed essere rifocillati per otto giorni, così pure avrebbero potuto essere accolti anche i poveri e gli ammalati.
Fu scelto un piccolo terreno del rione Borgo, i cui confini oggi potrebbero essere considerati tra via di Porta Angelica, via del Mascherino e Borgo Angelico.
Con le elemosine e offerte di benefattori di ogni ceto e classe sociale, in quattro anni fra’ Albenzio fece erigere una casa e una chiesa di modeste dimensioni, che dedicò all’Ascensione di Nostro Signore.
Per gli eremiti furono allestite 13 celle, mentre per il loro sostentamento fu messa in funzione una cucina con dispensa e un refettorio; alcuni locali, ben presto insufficienti, furono adibiti ad ospedale. Non mancava un orto interno, che produceva ortaggi per la mensa e in seguito, come d’uso, fu ricavato anche un cimitero.
L’ospizio si rivelò subito come opera opportuna, infatti gli eremiti pellegrini forestieri erano ricevuti con gran senso di carità, veniva dato loro da mangiare e bere e un letto per la notte; a partire dallo stesso Albenzio, il rettore ogni sera raccoglieva dalla strada 13 indigenti (oggi diremmo ‘barboni’), che venivano rifocillati nel refettorio e se non avevano un rifugio per la notte, potevano dormire in una grande stanza, dov’erano allestiti dei tavolati.
D’inverno venivano distribuite carbonelle accese per farli riscaldare; in un’altra stanza funzionava un piccolo ospedale con sei letti, per i soccorsi urgenti.
Con il passare degli anni, la casa-ospizio-ospedale di via di Porta Angelica, per la sua continua opera assistenziale, crebbe di fama in tutta Roma, e nel linguaggio popolare fra i romani e tra gli stessi eremiti ospiti, prese il nome, nel ricordo del fondatore, “Facemo bene adesso ch’avemo tempo”; motto che fra’ Albenzio non si stancava mai di ripetere a tutti, ovunque e sempre ad alta voce.
Pur impegnato nella continua opera di gestione e di sostegno dell’ospizio per i pellegrini, della casa di accoglienza per gli eremiti, della cura dei ricoverati d’urgenza e della funzionalità della Chiesa dell’Ascensione adiacente, frate Albenzio non cessò mai di vivere al cospetto di Dio, immerso nella preghiera e praticando un’intensa pietà e mortificazione.
Si narra che un giorno, mentre era assorto in preghiera in chiesa, fu distolto da grida provenienti dal sagrato; uscito immediatamente, redarguì i giovani che schiamazzavano, alzò il teschio che portava alla cintola e mostrandolo disse: “Mirate fratelli, fra breve ecco dove andrà a risolversi il nostro orgoglio e la nostra superbia! Se costui potesse ancora una volta tornare su questa terra, sarebbe mai possibile che volesse ballare, e ballare dinanzi al tempio sacro di Dio?”.
I giovani si allontanarono mortificati, ma ci fu uno che restò e lo prese in giro, scuotendogli il braccio per far cadere il teschio che sosteneva; Albenzio ripeté al giovane l’esortazione al pentimento, ma inutilmente. La sera stessa l’orgoglioso protagonista di quella scenata, fu ritrovato morto fuori dalle mura cittadine.
Stremato dalle fatiche e debilitato dalle lunghe e sofferte penitenze, fra’ Albenzio giunse in procinto di morte e il 19 aprile 1606 si fece portare ancora una volta l’amata effige della Madonna; raccomandò ai collaboratori di esporla in permanenza, dopo la sua morte, nella chiesa dell’Ascensione.
Poi lucidamente predisse che quel luogo santo, in cui si trovavano, avrebbe presto cambiato nome per merito di quella icona, la quale avrebbe procurato grazie celesti e favori temporali ai suoi devoti e avrebbe avuto il titolo di “Santa Maria delle Grazie”. Infine pregò i compagni di leggergli per l’ultima volta la Passione di Cristo e alla fine della lettura, si spense serenamente, aveva 64 anni.
Il suo corpo fu sepolto nella chiesa dell’Ascensione, dove secondo il suo desiderio fu collocata l’icona della Madonna. La Chiesa dell’Ascensione, tre secoli dopo, nel 1941, fu demolita e i resti mortali del fondatore risultarono dispersi; la venerata immagine della Vergine, fu affidata alla nuova Parrocchia di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, dove tuttora è venerata.
Di frate Albenzio De Rossi, rimane conservata nella sacrestia del suddetto Santuario al Trionfale, una lapide funeraria, che ricorda i tratti salienti della sua vita e le opere fondate, ospizio, cenobio e chiesa, il trasporto da Gerusalemme dell’icona della Madre delle Grazie, e la sua santa morte avvenuta il 19 aprile 1606.


Autore:
Antonio Borrelli

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Aggiunto il 2006-06-06

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