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San Teobaldo di Provins Sacerdote ed eremita

30 giugno

1017 – Vicenza, 1066

Patronato: Carbonai e conciatori

Etimologia: Teobaldo = forte capitano, dal greco

Martirologio Romano: A Salaníca in provincia di Vicenza, san Teobaldo, sacerdote ed eremita, che, nato dai conti di Champagne in Francia, insieme all’amico Gualterio preferì a onori e ricchezze le peregrinazioni per Cristo, la povertà e la solitudine.


Teobaldo (in francese Thibaud) fu figlio del conte Arnolfo dello Champagne. Sin da giovane si dedicò alla lettura delle vite dei padri del deserto, rimanendo assai impressionato e particolarmente attratto da alcuni aspetti della vita di San Giovanni Battista, San Paolo Eremita, Sant’Antonio e Sant’Arsenio: la rinuncia a sé stessi, lo spirito di contemplazione e la purezza della loro vita. Teobaldo desiderava ardentemente divenire loro degno emulo e quando suo padre, convinto che suo figlio conducesse una vita simile a quella di tutti i nobili suoi coetanei, gli propose di guidare un gruppo di soldati in una guerra locale, ma egli garbatamente gli rispose di aver fatto voto di abbandonare la vita mondana.
Il conte Arnolfo si trovò un po’ spiazzato da questa scelta, ma alla fine acconsentì e Teobaldo in compagnia del suo amico Gualtiero entrò nell’abbazia di Saint-Rémi a Reims e qui si spogliò di ogni sua ricchezza e mondanità. Vestiti come mendicanti, i due presero a vagare nel nord della Francia sino a giungere nella foresta di Petting, oggi in territorio lussemburghese, ove trovarono un luogo solitario. Edificarono dunque due piccole celle ed iniziarono a camminare scalzi, soggetti a freddo, caldo, fame e fatica. Il lavoro manuale è pur sempre un ingrediente necessario in una vita ascetica o penitenziale, ma non essendo i due eremiti abili nell’intrecciare ceste o stuoie si recavano allora nei villaggi vicini offrendosi per qualsiasi lavoro disponibile: coltivazione dei campi, carico e scarico dei carri, pulizia delle stalle, trasporto di pietre e cemento per i muratori, spingevano il mantice e producevano il carbone per le fucine. Di giorno dunque lavoravano con le mani, ma i loro cuori erano comunque immersi nella preghiera, mentre la notte erano soliti cantare l’Ufficio divino.
Come talvolta accade a chi conduce una vita solitaria e dedita a Dio, per la fama di santità che si erano guadagnati molti iniziarono a far loro visita e disturbare la loro quiete. Avrebbero allora desiderato potersi trasferire in Terra Santa, ma ciò non fu possibile a causa della presenza dei saraceni. SI recarono allora in pellegrinaggio prima a San Giacomo di Compostella e poi a Roma, nonché in altri santuari italiani. Si stabilirono infine presso una cappella in rovina nella remota e boscosa località di Satanico, nei pressi di Vicenza. Dopo due anni Gualtiero morì e Teobaldo, temendo di non avere anch’egli ancora molto tempo da vivere, permise ad un gruppo di discepoli di unirsi a lui. Il vescovo di Vicenza gli conferì l’ordinazione presbiterale in modo che potesse meglio guidare la sua comunità. Le sue gesta divennero talmente celebri da giungene sino alla sua terra natia ed ai suoi genitori, che invano per anni lo avevano cercato. In un’occasione a Treveri Teobaldo aveva in realtà avvistato suo padre, ormai piegato dagli anni, ma evitò di farsi riconoscere onde evitare ulteriori incomprensioni. Ora il padre e la madre, seppur molto anziani, si misero in viaggio per l’Italia per poter finalmente rivedere il loro figlio: lo trovarono pallido ed emaciato, indebolito dalla sua vita austera, ma felici che fosse ancora vivo e dedito ad una vita santa. Sua mamma Gisella, con il consenso del marito, trascorse il resto della sua vita a Salanico da anacoreta e per lei venne costruita una cella nei pressi della comunità maschile.
Teobaldo, però, fu ben presto colpito da un morbo doloroso e repellente, forse lebbra o uno di quei malanni che nel Medio Evo venivano così denominati. Egli sopportò la malattia con estrema pazienza. Poco prima della morte chiese all’abate di una comunità camaldolese dalla quale aveva già ricevuto l’abito ed emise la professione nelle sue mani, raccomandandogli sua madre ed i suoi discepoli. Ricevuto il viatico, morì in pace nel 1066.
Dopo soli sette anni il pontefice Alessandro II lo canonizzò. Il santo è venerato quale protettore dei carbonai e dei conciatori.


Autore:
Fabio Arduino

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Aggiunto il 2006-06-18

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