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Santi Domenico Ibanez de Erquicia e Francesco Shoyemon Martiri domenicani

14 agosto

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+ Nagasaki, Giappone, 14 agosto 1633

Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, santi martiri Domenico Ibáñez de Erquicia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e Francesco Shoyemon, novizio nel medesimo Ordine e catechista, uccisi in odio al nome di Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.


I santi DOMENICO IBÁÑEZ, GIACOMO KYUSHEI TOMONAGA, Domenicani, LORENZO RUIZ, laico, e 14 compagni formano un gruppo di martiri in Giappone del 1633-1637 a Nagasaki dopo quello dei 205 martiri di Omura-Nagasaki del 1617-1632, beatificati da Pio IX nel 1867.
Il gruppo dei beatificati da Papa Giovanni Paolo II, il 18 febbraio 1981 a Manila, è composto di 13 Domenicani e di 3 laici. Ma per comprendere meglio la situazione della Chiesa in Giappone a quel tempo dobbiamo rintracciare alcuni aspetti storici.
Nella storia ecclesiastica del Giappone si distinguono tre date importanti: 1549, 1600 e 1640. Nel 1549, San Francesco Saverio arrivò in Giappone; nel 1600, lo Shogun (capo militare) Tokugawa Yeyasu inaugurò la dinastia legata al suo nome; nel 1640, il Giappone chiuse le sue porte al mondo occidentale, isolandosi per due secoli. Dal 1549 al 1614, in un clima relativamente favorevole, San Francesco Saverio, al quale subentrarono i suoi confratelli Gesuiti e più tardi Francescani, Domenicani e Agostiniani, costruì una comunità cristiana fiorente. Nel 1600, in Giappone erano già più di 300.000 cristiani, tra i quali diversi membri delle classi influenti. A differenza delle Filippine, però, il cristianesimo giapponese nella prima metà del secolo XVII, sparì quasi completamente, sommerso da una violenta persecuzione. Questa coincise con gli anni più gloriosi dello shogunado, un regime frutto di vari fattori di ordine religioso, politico e sociale.
Da tempi immemorabili la religione originaria del Giappone era lo Shintoismo, basato sul culto degli spiriti legati alle forze della natura e sul concetto dell'imperatore come discendente dalla Dea solare Amaterasu, come simbolo visibile e permanente. Quando nel secolo VI entrarono dalla Cina il Buddismo ed il Confucianesimo, mettendo profonde radici, lo Shintoismo e il prestigio dell'imperatore decaddero in modo considerevole. Il risultato di questo declino fu il feudalismo, mentre al¬l'imperatore rimaneva solo un ruolo di carattere morale e religioso. Il potere effettivo passò ad un dittatore della classe guerriera, chiamato Shogun che, a sua volta, vide la sua autorità diluirsi tra diversi signori feudali chiamati daimyò, padroni assoluti dei loro vasti territori. Al loro servizio stavano i samurai e, al livello sociale inferiore, i poveri, privi di diritti umani: contadini, artigiani, commercianti ed operai. I daimyò si dedicarono spesso alla guerra tra di loro.
Tale situazione ebbe curiosamente dei vantaggi per l'evangelizzazione al¬l'arrivo di San Francesco Saverio e degli altri missionari. Espulsi da un feudo, i cristiani potevano fuggire in un'altro. Nell'ultimo quarto del secolo XVI due Shogun aprirono la strada per un movimento di unificazione, Oda Nobunga (1568 – 1582), nemico dei buddisti e simpatizzante per il cristianesimo, e poi Toyotomi Hideyoshi (1582 – 1598). In modo quasi inspiegabile quest'ultimo divenne persecutore del cristianesimo e ordinò l'esecuzione dei 26 Protomartiri di Nagasaki (S. Paolo Miki e compagni). Alla morte dello Shogun Hideyoshi, il cristianesimo pote respirare di nuovo tra speranze e timori.
La vittoria di Sekigahara, nel 1600, diede il potere e lo shogunado a Toku¬gawa Yeyasu (1600 – 1616), al quale successero il figlio Hidetada (1616 – 1622) e il nipote Yemitsu (1622 – 1651), e poi una lunga serie di discendenti fino al 1868. Yeyasu conseguì l'unificazione nazionale e diede al paese una solida struttura legale ed amministrativa. Il Giappone iniziava ad essere governato da un'autorità centrale senza eliminare la relativa autonomia feudale dei daimyò. La politica dei Tokugawa mostrò per questo sempre una certa diffidenza riguardo alla lealtà dei daimyò, sottomessi ma mai del tutto domati. Tale sospetto aumentava con la presenza di commercianti spagnoli e di religiosi cattolici, accusati dagli olandesi di essere la punta avanzata della conquista e dell'insurrezione. Cosa in realtà mai avvenuta.
Nel 1614 Yeyasu, giudicando la fede di tutti i suoi sudditi sulla base del buddismo e attorniandosi poi di ministri gelosamente confuciani, emise l'editto di persecuzione generale. Hidetada e Yemitsu intensificavano l'avversione al cristianesimo, come dimostra la cruenta persecuzione, in particolare nei riguardi dei martiri della presente Canonizzazione, la prima, insieme al primo Santo delle Filippine, Lorenzo Ruiz.
Prima di presentare le biografie di questi martiri immolati nel periodo 1633 – 1637, dobbiamo rispondere alla questione del ritardo nella beatificazione. La risposta è semplice. Le inchieste processuali tenute nel giro immediato dei fatti con due processi ordinari a Manila e a Macao (1636 – 1637) sul martirio di nove sacerdoti domenicani andarono smarrite 30 anni dopo e furono ritrovate solo all'inizio del secolo XX in copia autentica negli archivi domenicani di Manila. Arricchiti con ampia documentazione di tutto il gruppo, resero possibile la ripresa della causa, preparando nel 1977 – 1978 la « Posizione » storica sul martirio, che venne pubblicata nel 1979 e posta alla base degli esami storico-¬teologici della Congregazione dei Santi tra i1 30 ottobre 1979 ed il 1° luglio 1980.

DOMENICO IBÁÑEZ DE ERQUICIA, Sacerdote Domenicano

Il santo Domenico Ibanez nacque a Régil (Guipúzcoa), diocesi di S. Sebastián, Spagna, ai primi di febbraio 1589. Entrò nell'Ordine Domenicano nel 1604. Nel 1605 fece la professione e nel 1611 si trasferì nelle Filippine dove fu incorporato alla Provincia domenicana del Rosario. Lavorò nel Pangasinan, al nord dell'isola Luzón, e poi tra i cinesi di Binondo (Manila). Fu anche profes¬sore nel Collegio S. Tommaso (ora Università) di Manila.
Nel 1623 partì per il Giappone con P. Luca dello Spirito Santo ed altri missionari. In mezzo alle persecuzioni svolse un lavoro clandestino per 10 anni, catechizzando e amministrando i sacramenti, consolando i deboli e riportando gli apostati alla fede.
P. Domenico andò fino a Yedo (Tokyo), dove rimase per 2 anni. Nel 1629, già Vicario Provinciale, ritornò a Nagasaki, dove la persecuzione aveva raggiunto il colmo. Lì continuò il suo apostolato, ma nel 1632 dovette nascondersi nelle grotte e nelle montagne con gli altri religiosi. I giapponesi lo cercarono. Un cristiano apostata rivelò il suo nascondiglio e così venne incarcerato. Siccome rifiutò di apostatare, il 13 agosto 1633 fu sottoposto alle torture della forca e fossa: il condannato veniva sospeso ad una trave di legno con la testa in giù in una fossa piena di immondizie. La fossa veniva rinchiusa alla cintura del corpo con due tavole circolari di legno e P. Domenico morì per soffocamento dopo trenta ore, il 14 agosto 1633. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse nel mare. Così successe a tutti gli altri martiri.

FRANCESCO SHOYEMON, Fratello Cooperatore Domenicano

Il santo Francesco Shoyemon nacque in Giappone, luogo e data di nascita sono sconosciuti. Per molti anni fu compagno di P. Domenico de Erquicia come catechista che in qualità di Vicario Provinciale lo ammise nell'Ordine domenicano durante la prigionia comune. Fu arrestato nel 1633 probabilmente insieme con lo stesso P. Domenico. Il 13 agosto fu sottoposto alla tortura della forca e fossa, morendo il giorno seguente. Il suo corpo fu tagliato a pezzi e bruciato.

Il 18 febbraio 1981, Papa Giovanni Paolo II ha beatificato i martiri a Manila e, il 18 ottobre 1987, li ha canonizzati.


Autore:
Andreas Resch


Fonte:
I Santi di Johann Paolo II. 1982- 2004

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Aggiunto il 2012-07-01

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