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Rosina Ferro Terziaria domenicana

Testimoni

Villareggia, Torino, 14 maggio 1851 Torino, 19 febbraio 1912

Rosina Ferro nacque a Villareggia, provincia di Torino e Diocesi di Ivrea, nel 1851. Fu domestica del parroco di un paesino vicino. All'età di 24 anni Rosina ebbe il privilegio di ricevere le apparizioni della Madonna. La giovane vide al margine della strada la “Madre dei dolori” silenziosa e circondata dagli Angeli. Per tutto il mese di luglio e agosto, la vide alle ore 15, sempre allo stesso posto. Tempo dopo, Rosina ricevette le sante Stigmate e soffrì ogni venerdì la Passione di Gesù Cristo, Nostro Signore. La sua vita fu assai travagliata e dovette più volte trasferirsi. Ebbe anche modo di incontrare Papa Pio IX. Infine si stabilì a Torino. Entrò tra le Figlie di Maria, tra i terziari francescani e domenicani. Morì abbandonata da tutti in una stanzetta in centro a Torino nei pressi del Santuario della Consolata. Dopo il suo decesso il suo corpo mortale tornò miracolosamente giovane, come le era stato predetto in una delle numerose apparizioni. La sua salma riposa oggi nel Cimitero Monumentale di Torino. Fu raccolto tutto il materiale e le testimonianze necessarie per avviare la sua causa di canonizzazione ed il tutto fu inviato a Roma, ma da allora tutto tace. Alla sua memoria fu scritta la biografia: “Leggenda medioevale in pieno secolo decimonono e vigesimo ossia cenni biografici di Rosina Ferro da Villareggio”.



Le memorie, i fatti e le straordinarie vicende terrene di Rosina Ferro furono raccolte da quanti la conobbero, a pochi anni dalla sua morte. Nel decennale si diede alle stampe una piccola biografia e poi ancora, nel 1925, la sua vita straordinaria venne presentata ai fedeli, insieme a quella di una sua conterranea, Domenica Actis Alesina, la “santina di Vallo-Caluso”. Poi tutto cadde nel silenzio, probabilmente perché le vicende legate al misticismo sono complesse e sovente scomode. Tra i privilegiati testimoni ai quali oggi dobbiamo la conoscenza di questa donna ci sono il suo confessore D. Rossi e un’amica, la maestra Albina Brunetti.
Rosina Ferro nacque il 14 maggio 1851 in un piccolo borgo contadino, Villareggia, poco distante da Chivasso, a pochi chilometri da Torino. Era buona e semplice, un po’ restia ad apprendere le poche nozioni che a quei tempi era previsto apprendesse la gente del popolo. Non imparò né a leggere né a scrivere, conseguentemente non riuscì a studiare la dottrina e il parroco non l’ammise a ricevere i sacramenti. Era pure soggetta ad attacchi epilettici, con non poca pena di chi le stava accanto. Ancor giovane perse la mamma che però le trasmise una grande fede e un profondo amore per la Madonna. Le disse che avrebbe sempre potuto far affidamento sulla mamma di Gesù.
Rosina era una giovane senza istruzione, fisicamente non bella e dalla salute non forte, eppure divenne una testimone di Cristo e una “discepola amata dell’Addolorata”.
Si consacrò alla Madonna e sentì forte il desiderio di imparare a leggere, così da poter dire tante preghiere e le lodi, da unire alla recita del rosario che aveva carissima. Andò dal parroco per avere in dono un libro, non senza sorpresa da parte del sacerdote, sapendo che era analfabeta. Le donò comunque una copia de “La giovane provveduta” di don Bosco e Rosina, tutta felice, andò ai piedi della statua della Vergine per ringraziare. Iniziò ad osservare le figure, ma poi, con meraviglia di tutti, nelle settimane a venire, imparò a leggervi le lodi alla Madonna, in particolare i misteri del rosario che per tutto il resto della vita avrebbe recitato con grande fede. La madre le tornò in sogno per dirle che era contenta, le raccomandò di pregare in suffragio della sorella Angela e di essere sempre buona prendendo a modello la Vergine Maria.
Un fatto straordinario accadde un giorno del 1875, mentre tornava con alcune compagne dalle sponde della Dora Baltea, dov’era stata a lavare i panni della casa parrocchiale. Era rimasta un po’ indietro e recitava il rosario. Giunta vicino al campo di un sacerdote, il maestro del paese, cadde in ginocchio estatica. Le compagne credettero fosse colpita da un attacco di epilessia, ma poi compresero che stava pregando, col volto trasfigurato tanto da assumere sembianze angeliche. Dopo averla osservata per un po’ di tempo, la chiamarono e, non senza fatica, Rosina tornò in sé. Ebbe quel giorno la prima apparizione dell’Addolorata: la Vergine piangeva, col cuore trafitto da una grande spada, circondata da angeli che pure piangevano, guardavano Gesù ferito e insanguinato. Rosina sentì che, da quel giorno, la sua missione sarebbe stata di pregare per le “offese fatte a Dio dall’umanità” e “ottenere la Divina misericordia per tutti”. La sua invocazione costante divenne: “Insegnatemi, o Vergine Addolorata, ad amare e soffrire, ad amare molto per poter soffrire molto, e soffrire molto per poter dar prova sempre maggior di amare Gesù Crocifisso, fatemi vivere di dolore e morire di amore”. Il Signore accolse la sua supplica.
Rosina aveva in paese poca considerazione, anche perché poco abile al lavoro. Poteva però contare sull’aiuto di una vicina di nome Antonia e si procurava da vivere col lavoro di lavandaia e di contadina. Santificava il lavoro con la preghiera, come le aveva insegnato la madre, e con frequenza si accostava ai sacramenti. Fin da piccola la mamma l’aveva condotta tutte le mattine in chiesa alla messa e quando tornava dalla comunione, non potendo ancora Rosina riceverla, la accostava al suo cuore perché potesse avvicinarsi a Gesù Sacramentato. Rosina vide fin dalla più tenera età che Gesù era “l’unico suo amico e sposo”.
Il parroco finalmente fece accostare la giovane ai sacramenti, concedendole la comunione quotidiana, pratica che seguì per tutta la vita. La gioia che riceveva ogni mattino rimaneva in lei per l’intesa giornata, tanto da divenire per le compagne un esempio.
La visione dell’Addolorata ispirò un pittore che affrescò l’immagine descritta da Rosina in un pilone eretto nel luogo stesso in cui avvenne il fatto. Rosina, quando poteva, vi andava a pregare e la Vergine Maria le apparve nuovamente l’anno seguente. Questa volta le chiese di condurre al pilone altri fedeli, ogni giorno, alle tre del pomeriggio per ricordare la morte del Figlio. Da lì a pochi una folla cominciò a radunarsi in quel luogo per la recita del Rosario. Rosina sovente, durante la preghiera, cadeva in estasi. La voce delle apparizioni si sparse nei paesi vicini, nei giorni a venire accorsero migliaia di persone, tanto da rendere necessario l’intervento, in più occasioni, dei carabinieri. Molti tentarono di impedire le manifestazioni e anche le autorità ecclesiastiche, ad un certo punto, vietarono a Rosina di recarsi sul luogo. In paese ci fu persino l’istanza che Rosina venisse chiusa in manicomio, con richiesta al sotto-prefetto di Ivrea.
Le apparizioni avvennero nei mesi di luglio e agosto 1876, mesi in cui Rosina guarì dall’epilessia. Delle visioni esiste una relazione che venne pubblicata.
Rosina fu condotta a Roma per essere esaminata dal Sant’Uffizio. Fu ricevuta da padre Vincenzo Leone Sallua, un domenicano di Garessio che comprendeva Rosina la quale si esprimeva solo in piemontese. Fu interrogata ed esaminata e il giudizio fu buono, tanto che padre Sallua le ottenne un’udienza da Pio IX. Molti prelati e nobili vollero discorrere con Rosina, alla quale affidarono alcune preghiere. Il papa, nel congedarla, le regalò alcune reliquie di santi racchiuse in una croce d’oro che Rosina tenne poi sempre al collo.  
Tornata a Villareggia fu ospitata da due sorelle che abitavano vicino alla canonica e finalmente poté avere un direttore spirituale, D. Rossi di San Benigno Canavese. Era a Villareggia per ristabilirsi da una malattia e dopo alcune novene all’Addolorata, pregate con Rosina, ritrovò la salute.
Rosina non ebbe più le visioni della Vergine, ma ogni giovedì e venerdì iniziò “a soffrire nel suo cuore e nel corpo la passione intera di Gesù Crocifisso, come se veramente anch’essa fosse flagellata, incoronata di spine e crocifissa. Così fu pure insignita delle stimmate visibili nelle mani, nei piedi e nel costato, che davano quasi del continuo sangue”. Un giorno Gesù le chiese se voleva divenire sua sposa e da quel giorno Rosina fece voto di perpetua verginità. Fin dalla giovane età si era fatta terziaria francescana e domenicana, nutrendo molta devozione per San Domenico.
Altre prove fisiche attendevano Rosina: una cancrena la condusse quasi in fin di vita. Fu visitata da alcuni dottori, ma guarì per intercessione della Madonna. È inoltre di quegli anni la comparsa di una stimmata sulla fronte constatata da un medico di Torino, il dott. Peinetti, mentre anche il crocifisso di gesso che teneva in camera fu visto da molti sanguinare. Sorsero nuove polemiche e se molti la credevano una santa, non pochi la reputavano una indemoniata. Il parroco quindi condusse sia Rosina che il crocifisso dal vescovo di Ivrea, Davide Riccardi, che non si pronunciò e volle tenere il crocifisso in vescovado, dandogliene un altro che in casa di Rosina nuovamente sanguinò. Le polemiche aumentarono e la donna, nel settembre 1882, si trasferì a Tina, paese in cui il suo direttore spirituale era divenuto, nel frattempo, parroco.
Rosina gli fece da domestica, la vita tornò più tranquilla. Continuarono i fenomeni mistici, soprattutto il venerdì, ma in pochi vennero coinvolti. Così per una ventina d’anni, fino a quando, sentendosi Rosina non più abile al lavoro e soffrendo di una certa sordità, decise di tornare al suo paese, nonostante Don Rossi cercasse di dissuaderla.
A Villareggia le polemiche non erano del tutto sopite e Rosina tornò ad essere malvista. Lasciò così per sempre il suo paese dopo aver venduto quel poco che aveva. Accettò l’ospitalità di una sua amica di Chivasso, la maestra Brunetti, che col sostegno della famiglia Richelmi la fece accogliere a Torino, presso la Casa delle Figlie di Maria in Via Saccarelli, borgo San Donato. Era una casa di ospitalità per donne senza famiglia che volevano vivere insieme, secondo cristiani principi, aiutandosi vicendevolmente. Rosina ebbe una stanza, si rinnovarono le manifestazioni mistiche, ma per pochi intimi, come le era stato imposto dalle autorità religiose. Vi stette sette anni, poi, per motivi lontani dalla sua volontà, dovette trasferirsi in una piccola stanza nei pressi del Santuario della Consolata. Le era stato predetto che doveva morire sola e abbandonata. Gesù le fece presagire l’imminente e immane conflitto mondiale. Rosina andò a Roma nel 1911 per parlarne col papa, ma non fu ricevuta. La sua missione sulla terra era finita.
Nella sua povera stanza, la notte del 19 febbraio 1912, assistita da una suora, ricevette dal parroco di S. Agostino il viatico e l’estrema unzione. Poco dopo spirò. La notizia si diffuse in città e furono molti a voler rendere omaggio alla salma che molti videro tornare miracolosamente giovane. Anche questo aveva predetto.
Il suo confessore morì dopo un anno, riuscì però a scrivere le memorie della vita della sua penitente. Furono accolte anche le testimonianze di circa ottanta persone per l’apertura del processo di beatificazione, ma tutto poi cadde nell’oblio.
Qualche anno fa, dopo molti decenni, il suo paese l’ha voluta ricordare con un piccolo monumento nella chiesa parrocchiale. Ogni giorno Rosina recitava una preghiera “… Anzi Gesù mio, col tuo santo aiuto io voglio amare i miei nemici e persecutori più di tutti ed a tua imitazione io voglio rendere loro bene per male perché sono questi che mi fanno fare la penitenza dei miei peccati ed acquistare maggiori meriti per il Cielo…”.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto/modificato il 2014-10-20

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