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Venerabile Angelico da None (Matteo Pittavano) Sacerdote cappuccino

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None, Torino, 28 maggio 1875 Bra, Cuneo, 15 gennaio 1953

Nacque a None il 28 maggio 1875 da una famiglia contadina. A causa di contrasti familiari (il padre era ben contento di avere un figlio prete, ma non frate) entrò nel seminario diocesano di Chieri. Ma alla morte del padre passò al noviziato dei cappuccini di Racconigi. Venne ordinato il 18 dicembre 1897. Per quindi anni fu solerte professore di filosofia per i novizi, poi fu ministro provinciale dei cappuccini del Piemonte. Nel 1914 poté partire missionario come aveva sempre sognato e rimase in Eritrea e in Etiopia per circa trent’anni. Il suo stile missionario era quello di vivere come vivevano i popoli a cui andava ad annunciare il Vangelo. Curò molto le vocazioni locali. Fondò varie stazioni missionarie, scuole, ambulatori. Per le sue innumerevoli attività lo chiamavano “frate tuttofare”. Espulso dall’Etiopia per motivi politici nel 1943 tornò in Italia e si ritirò nel convento di Bra dedicando il suo tempo alla preghiera, al ministero del confessionale e alla predicazione. Morì il 15 gennaio 1953. La sua salma riposa oggi nella chiesa dei cappuccini di Santa Maria degli Angeli di Bra. Fu dichiarato “Venerabile” il 7 marzo 1992.



Matteo Pittavino (nome di Battesimo e cognome) nasce a None il 28 maggio 1875, primo di otto figli. I suoi genitori - Andrea e Francesca Valentino - sono agricoltori. Nel 1892, già chierico, passa – dopo la morte del padre - dal Seminario diocesano al noviziato dei Cappuccini a Racconigi (provincia di Cuneo): da circa quattro anni è maturata la sua vocazione per l’Ordine cappuccino, stimolata da un anziano missionario cappuccino, che parlava di missioni.

Ecco che in Pittavino, diventato fra Angelico da None, emerge lo spirito missionario. Insegna Teologia agli studenti cappuccini a Busca (Cuneo), e nel 1897, a 22 anni, è nominato sacerdote. Undici anni più tardi viene eletto, 33enne, ministro provinciale dei Cappuccini piemontesi.

Alla fine del mandato domanda e ottiene di partire missionario: è il 1914, l’anno in cui realizza il suo sogno; la destinazione è l’Eritrea. Padre Angelico è evangelizzatore tra i bileni (popolazione eritrea) a Cheren, dove è direttore del Seminario e superiore del distretto. E poi diviene direttore dell’orfanotrofio, che arriverà a ospitare cento bambini contemporaneamente. Lo chiamano il «santo dei Bogos».

Nel 1938 viene trasferito in Etiopia, ad Addis Abeba, dove opera fino all’esilio per cause belliche, nel 1942.

Dopo quasi trent’anni rientra in Italia, e dal 1943 è a Bra (Cuneo) nel Convento della Rocca: lì si concentra in modo particolare sulla preghiera, il ministero del confessionale e la predicazione; e poi insegna nel vicino Seminario serafico.

Dopo avere vissuto come i popoli dai quali è andato ad annunciare la Parola di Dio, dopo avere curato con particolare passione le vocazioni locali, fondato numerose stazioni missionarie, scuole, ambulatori, essere stato definito «frate tuttofare», avere moltiplicato i seminaristi a Cheren, catechizzato, istruito, confessato, celebrato, lo stronca una lunga malattia – affrontata e sopportata con serenità - il 15 gennaio 1953, a Bra. Poco prima di morire, ha detto con fatica: «Gesù!... Maria... chiama­temi ed io verrò! Faremo una grande processione». La sua salma riposa a Bra nella chiesa dei Cappuccini di Santa Maria degli Angeli. È venerabile dal 7 marzo 1992.

Autore: Domenico Agasso Jr.

 


 

Matteo Pittavino nacque a None, un paese della campagna torinese, il 28 maggio 1875, primo di otto figli. Era un bravo ragazzo, intelligente, vivace, alle volte un po’ impulsivo. Venne educato cristianamente e maturò presto in lui la vocazione religiosa, ma il padre preferiva diventasse un semplice prete, non un frate.
Quindicenne andò nel seminario Maggiore di Chieri e solo dopo la morte del genitore, il 2 ottobre 1892, entrò dai Cappuccini di Racconigi. Il 2 ottobre 1896, in Caraglio, emise la professione solenne. Il 18 dicembre dell’anno successivo fu ordinato sacerdote.
Per quindici anni insegnò teologia nei conventi di Busca, Villafranca e al Monte di Torino. Nel 1902 fu nominato vicario della parrocchia di Busca, tre anni dopo fu eletto definitore della Provincia dell’Ordine. Nonostante impegni e cariche aveva cura dei poveri del paese e contrasse il vaiolo mentre curava un malato. Ottenne la guarigione per intercessione della Madonna Consolata. Nel 1908 fu eletto Ministro Provinciale, a soli trentatre anni. Uomo di preghiera vissuta nella gioiosa povertà, era d’esempio ai confratelli. Il desiderio che da sempre però coltivava in cuore era di partire missionario e il 2 febbraio 1914 poté finalmente realizzarlo partendo per l’Africa. Per trent’anni spese ogni sua energia per il bene delle popolazioni etiopiche ed eritree, senza far mai ritorno in patria.Nella città di Cheren (Eritrea), tra i popoli Bileni, visse anni di straordinaria dedizione. Amò teneramente quella gente e ne fu contraccambiato. Si fece uno di loro, vivendo nella più grande povertà. Sotto la sua guida il seminario locale vide crescere il numero dei seminaristi da due a sessanta. Li formò culturalmente e spiritualmente e il sabato e la domenica li mandava nei vari villaggi per  insegnare il catechismo. Per aiutarli nello studio, scrisse con sacrificio, a lume di candela, trattati di teologia, di morale e di filosofia. Costruì molte cappelle e piccoli centri missionari. Aprì scuole, molto frequentate nei villaggi, e infermerie. Grazie al suo impegno si calcolò che seimila Bileni divennero cattolici.
Nel 1919-1921 ci fu un’epidemia di “spagnola” e una carestia, Padre Angelico compì autentici prodigi con la sua fede incrollabile. Nel 1937 fu trasferito nella vicina Etiopia e venne eletto Vicario Generale nella cittadina di Harar. Insegnò in seminario, poi nella capitale, Addis Abeba, fu designato responsabile della pro-cattedrale. Divenne nuovamente il punto di riferimento della comunità. Era chiamato, anche dai molti italiani presenti, "frate tuttofare!". Riservava a sé i lavori più umili, all’occorrenza faceva il falegname e il muratore. Era talmente modesto che i più lo scambiavano per un fratello laico. Fino a tarda età viaggiò scalzo.
Il suo sorriso era inesprimibile, un collaboratore disse: “il miglior regalo per gli uffici che gli prestavo era il suo sorriso”. Faceva a piedi tappe lunghissime, una volta percorse quaranta km.
Il corno d’Africa era da decenni occupato dalle potenze coloniali europee e insanguinato dalle lotte degli abitanti che volevano l’indipendenza. Padre Angelico, nonostante il suo apostolato fosse rivolto esclusivamente al bene dei più indifesi, venne incarcerato e internato in un campo di concentramento (a Mandera, nella Somalia britannica). Il clima era torrido ma continuò a portare il pesante saio cappuccino e a dare aiuto e conforto ai compagni di prigionia.
Disse successivamente che in quei terribili mesi il suo spirito godette di tanta pace e serenità. Insieme ad altri missionari, venne espulso dall'Etiopia nel 1943. Ritornò in patria e si ritirò nel convento di Bra (Cuneo), sulla rocca, dove rimase fino alla morte.
Ricoprì ancora l’incarico di insegnante dei novizi di greco e latino. Diceva: “mi affido alla carità universale, alla comunione dei santi”, “continuerò finché il buon Dio non mi accoglierà”. Trascorreva molte ore nel confessionale o assorto in preghiera. L’amore che nutriva per l’eucaristia lo troviamo nel suo opuscolo “Un’ora con Gesù sacramentato”. Dopo mesi di grandi sofferenze, spirò santamente alle ore 14.00 del 15 gennaio 1933. Dal giugno del 1978 la salma riposa nella chiesa dei cappuccini di S. Maria degli Angeli in Bra. Nel 1966 ha avuto inizio il processo di beatificazione. Il 7 marzo 1992 sono state riconosciute le virtù eroiche.


PREGHIERA

Gesù, mite ed umile di cuore,
che rendeste simile al vostro il cuore di Padre Angelico,
procurateci la grazia di amarvi come lui, con fedeltà e candore.
Degnatevi di glorificare qui interra il vostro apostolo infaticabile,
a vantaggio delle missioni africane da lui predilette,
e, per sua intercessione,
favoriteci l’aiuto di cui abbiamo urgente bisogno, amen.


Autore:
Daniele Bolognini

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Aggiunto il 2013-01-23

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