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Don Clemente Rebora Sacerdote rosminiano

Testimoni

Milano, 6 gennaio 1885 - Stresa, 1 novembre 1957


Quando nacque il 6 gennaio 1885 a Milano, i signori Rebora, suoi illustri genitori, lo chiamarono Clemente. Da loro ebbe tutto, all’infuori della fede. Una fanciullezza, un’adolescenza fatta di studi seri, di lunghe ore al pianoforte, di interminabili passeggiate per la campagna, alla ricerca della bellezza e della libertà. Ancora ragazzo lo tormentava la ricerca angosciosa del senso della vita.

"Diogene senza lanterna"
Intelligentissimo, nel 1903, aveva già terminato il liceo… Si iscrisse a Lettere e Filosofia, i suoi studi prediletti. A 20 anni, nonostante avesse tutto, dichiarava di essere "sepolto nella morte". La disperazione in agguato, la morte dentro il cuore, un uomo finito.
Tormentato da mille problemi, tutti senza risposta, leggeva come un pazzo, alla ricerca della verità: i Vangeli e Budda, Dante e Giordano Bruno, Vico e Alfieri. Cercava amici, voleva un’ideale per cui spendere la vita. Si sentiva tremendamente solo. Le tenebre più fitte incombenti da ogni parte.
"Diogene senza lanterna, io sto cercando la nuova vita" - scriveva di se stesso. Nel cuore egli maturava la poesia. Nel 1910, la laurea in lettere a pieni voti. Poi l’insegnamento nelle scuole tecniche a Milano, Novara e Como.
Pubblicava la sua prima raccolta di poesia: "I frammenti lirici"; intessuti di meditazione, ispireranno Montale e Ungaretti e faranno pensare a Eliot. Ne emergeva l’immagine di un uomo incatenato, ma aperto alla speranza: "Fra catene, libertà mi ride / e vien nell’ore mediocri l’eterno".
Scoppiata la guerra, nel maggio 1915, Clemente Regora partiva per il fronte. Odiava la guerra e fraternizzava, lui ufficiale dell'esercito, con tutti i soldati. A Natale dello stesso anno, veniva ricoverato in ospedale per trauma nervoso. Ristabilitosi, riprendeva l’insegnamento. Imparava il russo, traduceva Tolstoi e Gogol, teneva conferenze.
Immerso nella caligine più tetra, cercava la luce. Unico conforto la poesia. Nel 1922, pubblicava "I canti anonimi". Cominciava a scoprire i valori dello spirito. La sua poesia rispecchiava la bruciante attesa di "Qualcuno". Era Dio che, lentamente, cominciava a irrompere nella sua anima. "Sono un cane - scriveva - che fiuta il Divino".

"Per Maria a Gesù"
Cominciò a leggere Dante e Manzoni, i più grandi scrittori cattolici.
Gesù, con la sua personalità potente, cominciava a affascinarlo. Il Cattolicesimo gli appariva, sempre di più, la Verità. Vedeva che Dante aveva criticato aspramente certi uomini di Chiesa, ma era rimasto cattolico, apostolico e romano. Anche lui, Clemente, avrebbe dovuto dire "sì" alla Chiesa, a Gesù Cristo.
Da qualche tempo, aveva conosciuto la pedagogista cattolica Adelaide Coari, che lo stupiva per la sua fede. Clemente le domandava: "Da dove attinge, lei, ispirazione e vigore per la sua azione quotidiana?". Adelaide gli rispose: "Dalla Messa e dal Rosario". Clemente tacque in un lungo silenzio. Alzandosi, disse: "Arrivederci, Adelaide". E scoppiò in pianto.
Qualche giorno dopo, le chiese in lettura il Messalino e una vita della Madonna. L’anno seguente, leggeva la Sacra Scrittura e gli Atti dei Martiri. Il 1928, fu un anno di grazia. Era ormai alla soglia della Chiesa Cattolica: "Da 20 anni, ho provato tutte le vie, e le ho trovate tutte ingannevoli, all’infuori di quella indicata da Gesù e da Maria".
Una sua ex-allieva, Ezilde Carletti, impressionata dal tormento spirituale del suo maestro, aveva offerto la sua vita perché egli potesse trovare la Verità e la pace. Rebora ricorderà un giorno questo fatto: "Intanto c’era chi per me invocava; /c’era l’offerta di una generosa; / salvato a pezzettini di preghiera".
Durante l’estate, si preparò studiando il Cattolicesimo. Nell’ottobre, mentre commentava un giorno gli Atti dei Martiri scillitani, lo afferrò una commozione fortissima. Non poté continuare. Si alzò folgorato da Cristo: tutto gli apparve vano, solo il Cristo, la Roccia incrollabile, la luce, il fuoco: "Il Verbo zittì chiacchiere mie".
Il 24 ottobre 1929, era davanti al Card. Schuster, Arcivescovo di Milano ad aprirgli l’anima: "Ditemi, Padre, ciò che io devo fare e io vi ubbidirò". Il Cardinale lo mandò da don Portaluppi, per l’ultima preparazione. Il 24 novembre 1929, Clemente Rebora, a 44 anni di età, si confessò umilmente come un bambino e ricevette la 1° Comunione dalle mani del Card. Schuster.
Era stata Maria, la meravigliosa Condottiera delle anime ("rapirix animarum!") che lo aveva portato a Gesù. Qualche tempo dopo, scriverà: "Fu la Madonna a prendermi per mano, / al Figlio ardente mi portò pietosa, / al felice patirà di Cristo / che trasfigura il vivere quaggiù / in un principio dell’Eterno Amore, / libero dono, puro: ora, o mai più. / Basta ancor meno di una goccia, / a me bisogna tutto il sangue di Gesù".
Iniziava un’intensa vita spirituale. Tutti i giorni, la Messa e la Comunione e tante ore di preghiera davanti al Tabernacolo. Aveva incontrato Gesù nella gioia ed era molto felice.

"L’Ostia casta attrae i cuori"
Il 1930 fu un anno pieno di intensa fervente vita di amore a Dio. Le sue lettere alla mamma, al fratello Piero, a alcuni amici sono traboccanti di fede e di carità: Gesù e Maria hanno operato in lui il miracolo della conversione, della nuova vita. Nell’ottobre, distrusse ogni legame con il passato: libri, manoscritti, poesie inedite, lettere, e portò tutto dallo straccivendolo, che passava in quel momento per la via. Dove lo voleva Dio?
In marzo di quell’anno, aveva incontrato i Padri Rosminiani. Nel maggio, la Cresima dal Card. Schuster. Poi iniziava un ritiro di sei mesi a Stresa, presso i Rosminiani. Poteva scrivere:
"Speravo in me stesso: ma il nulla mi afferra. / Speravo nel tempo: ma passa e trapassa; / in cosa creata: non basta e ci lascia… / Ho peccato, ho sofferto, cercato, ascoltato / la voce d’Amore che chiama e non langue:/ ed ecco la certa Speranza: la Croce. / Ho trovato Chi prima mi ha amato / e mi ama e mi lava, nel Sangue che è fuoco; / Gesù, l’Ogni bene, l’Amore infinito, / l’Amore che dona l’amore".
Il 4 novembre 1930, comunicava ai suoi amici: "Il Signore mi chiama dalla mia infinita incapacità a servirlo più da vicino nel Sacerdozio".
Seguì il noviziato a Domodossola. Il 13 maggio 1933, emetteva i primi voti religiosi. Quindi gli studi teologici. Il 19 settembre 1936, il prof. Clemente Rebora era ordinato sacerdote di Cristo da Mons. De Giuli? Chi l’avrebbe mai detto che proprio lui "Diogene senza lanterna", convertito, sarebbe salito all’altare di Dio? Sintetizzerà questa data impressionante in poesia: "Senza Confiteor non si sale l’Altare, / Magnificat conclude il Miserere / e il De profundis nel Te Deum ascende!".
Da quel giorno, Dio gli diede 21 anni di sacerdozio, non molti in verità, ma furono colmi di offerta e di dono fino all’eroismo. Professore nelle scuole dei Rosminiani, a Stresa, a Domodossola, a Rovereto. Predicatore ambito in vari centri dell’alta Italia e ancora poeta e scrittore. Era un innamorato dell’Eucaristia… e della Madonna. Scriveva:
"Amor dammi l’Amore! Un mormorio / di gente in pena. L’Ostia, in alto casta / attrae i cuori: "Sì, vivere è Cristo". / Mentre rovina il mondo all’Anticristo, / per noi la donna è la Madonna, / e basta a noi, Gesù fratello e tuo e mio".
Il dolore lo travagliò per tutta la vita. Nel 1939, gli morirono i suoi cari. La 2° guerra mondiale lo straziò profondamente. Sognava di identificarsi con Gesù Crocifisso e di perdersi in Lui. Sempre più umile, semplice come un fanciullo, coltissimo, si immergeva nella preghiera come in un mare di luce.
La Messa soprattutto era il suo Paradiso sulla terra, poi il ministero della Confessione e della direzione spirituale: portare Gesù, diffondere la Verità nella carità, con la parola, gli scritti, la preghiera. Un giorno P. Pio da Pietralcina, ad alcuni venuti a consigliarsi con lui dal Nord-Italia, disse: "Ma lassù avete Padre Rebora. Perché non andate da lui?".
Sempre di più comprendeva e sperimentava che è la croce a salvare il mondo. Dal 18 al 24 giugno 1952, era a Lourdes con il treno dei sacerdoti ammalati. Nel 1955, pubblicava il "Curriculum vitae", bellissime pagine di poesia religiosa e mistica, un vero inno a Gesù. Il 2 ottobre di quell’anno, il terribile attacco del male: arteriosclerosi, che lo bloccherà a letto per 25 mesi. Seguirono ancora momenti splendidi di luce e momenti di oscurità interiore.
Era l’ultima rampa del suo Calvario. Gli uomini si allontanavano e lui era sempre più solo con il Solo: "Gesù, il sempre Fedele, / il solo Punto fermo nel moto dei tempi, / il solo Santo che non manca mai".
Componeva ancora i Canti dell’infermità e riceveva il "Premio Cittadella". Erano pagine incandescenti di vita e di poesia, che il suo infermiere, P. Ezio Viola, ci ha rivelato nel volumetto "Mania dell’Eterno" (La Locusta, Vicenza, 1980).
Il 1° novembre 1957, solennità di Tutti i Santi, P. Clemente Rebora, si spense sereno, dopo il lungo cammino che lo aveva portato dall’ateismo all’intimità con Gesù e al sacerdozio. Nei mesi della sua malattia, non aveva fatto altro che pregare Gesù tanto amato e rivolgersi a Maria SS.ma, il cui volto dolcissimo contemplava spesso, guardando la sua immagine che vedeva dalla sua finestra nel giardino.
Aveva detto spesso il P. Viola: "Bisogna lasciare alla Madonna la completa gestione di noi stessi". I suoi ultimi versi in un momento di lucidità, li aveva dedicati alla Madonna: "Così con Te, Maria, / dove Tu sei, si aduna la compagine dei figli di Dio, / a Cristo rimane fedele la Sposa".


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2009-07-05

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