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Serva di Dio Adele Bonolis

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Milano, 14 agosto 1909 - Milano, 11 agosto 1980

Etimologia: Adele = figlia nobile, dall'antico tedesco


Tutto inizia, pare, dall’incontro (ed a distanza neppur troppo ravvicinata) con una prostituta, che papà le ordina di non guardare e che la bambina, invece, osserva attentamente, in un misto di curiosità  e di silenzioso affetto: a distanza di qualche  decennio saranno proprio loro, le prostitute, a dare un orientamento alla vita di Adele Bonolis. Che nasce a Milano il 14 agosto 1909, in una famiglia per niente praticante e il cognome tradisce una parentela diretta con il noto conduttore televisivo, Paolo (è sua prozia), sicuramente più famoso e popolare di lei. Poiché negli studi riesce bene, prima consegue il diploma magistrale, poi la maturità classica e infine la laurea in Lettere e filosofia alla “Cattolica” di Milano. Con questa laurea in tasca insegna anche religione nelle Superiori ed i suoi alunni d’allora oggi testimoniano che è “tanto modesta nel modo di presentarsi quanto intelligente e penetrante nei giudizi e nel modo di dialogare con la classe e con i singoli, capace di tenere la disciplina”.  Giovanissima ancora, si vede affidare la dirigenza a livello parrocchiale della Gioventù Femminile di Azione cattolica,  per quella determinazione e quella leadership che saranno sempre sue caratteristiche; passa poi ad un impegno fattivo nel Centro diocesano con le Donne di Ac e poi nel Cif provinciale di Milano. Ed è proprio qui che prende corpo  la sua iniziativa, rivolta in special modo alle donne ferite dalla vita e, per questo, scartate e isolate. Nel 1947 comincia con una colonia estiva che accoglie anche ragazzi a rischio ma, a partire dal 1957, l’attività di Adele si fa a dir poco vorticosa: nascono,  a breve distanza una dall’altra, quattro case di accoglienza.  Al vertice dei suoi pensieri e della sua sensibilità ci sono innanzitutto le sue mai dimenticate prostitute, quasi in concomitanza con la promulgazione della legge Merlin, che con l’abolizione delle “case chiuse” le renderà ancor più fragili e vulnerabili. La sensibilità di Adele, però, si estende anche ad altre categorie di donne “a rischio”: le ex carcerate e le malate psichiche.  Nella sua attività è mossa dalla convinzione che “la nostra fede ci impegna a credere fermamente al valore della persona umana", e che "nessuna deturpazione può essere sufficiente ad annullare questo misterioso ma reale valore”. Pian piano, attorno a lei si costituisce un gruppo di volontarie, come lei impegnate a "riabilitare l'amore, passando attraverso la ricostruzione della persona". Nelle sue case vuole un clima familiare, quasi un auto-mutuo aiuto, che aiuti la riabilitazione della persona e la sua ricollocazione nell’attività lavorativa e nella società, aiutata in ciò anche dalle dimensioni “ridotte” che impone alle sue strutture, una trentina di ospiti o poco più. I pilastri di Adele sono sintetizzati nelle “3P”, previdenza, prudenza, Provvidenza, che costituiscono il programma educativo minimo. Alla Provvidenza deve far ricorso spesso, soprattutto quando nelle sue case manca anche il necessario, che però al momento giusto non manca mai di arrivare, al punto che sul letto di morte la sentiranno esclamare: “Le case non le ho fatte io e non le moltiplicherò. Dio le ha fatte, semmai Lui le moltiplicherà”. E, se proprio non moltiplicate, il buon Dio le ha mantenute in vita, in questi più di trent’anni dalla morte di Adele, con lo stesso spirito che lei aveva loro dato, soltanto estendendo le categorie di svantaggiate cui dare assistenza. Perché alla base di tutto continua ad esserci “la molla di un amore basato sulla nitida concezione di un Dio Padre provvido, che ama tutti i suoi figli così come sono”. Una forte carica di ottimismo, una profonda fede nelle capacità della persona di riabilitarsi fanno di Adele una donna estremamente positiva e all’avanguardia (soprattutto considerando il periodo in cui opera, caratterizzato ancora da pregiudizi e chiusure), che ricorda a se stessa ed agli altri che “la trama della nostra vita è fatta da Dio: noi siamo sotto e vediamo il rovescio. Domani vedremo il dritto”.  Muore l’11 agosto 1980, distrutta da un tumore, e sono molti ad avere “ l’impressione di aver trovato in lei un punto di appoggio, un luogo di rifugio, una speranza per procedere nel cammino”. Per questo la Chiesa ambrosiana ha promosso la causa della sua beatificazione, che terminata nel 2003 a livello diocesano sta ora proseguendo il suo iter presso la Congregazione romana.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto il 2013-09-01

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