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Venerabile Pierre Toussaint Laico

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Saint-Marc, Artibonite, Haiti, 27 giugno 1766 New York, Stati Uniti, 30 giugno 1853


Cosa ci fa un barbiere, perdipiù nero, nella lista di attesa dei candidati alla santità? La sua storia singolare è paradigmatica per chiunque avesse ancora qualche dubbio sull’universale chiamata alla santità. Nasce ad Haiti il 27 giugno 1766, da una famiglia di schiavi a servizio di una facoltosa famiglia francese, proprietaria di una vasta piantagione di canna da zucchero. I suoi padroni sono cattolici ferventi e praticanti ed in questo clima di fede genuina viene educato anche lui. Sorvoliamo sull’ inconciliabilità tra schiavismo e fede cattolica, che evidentemente non appartiene ai criteri etici dell’epoca e consideriamo, invece, il reale affetto e la profonda stima, questi sì davvero insoliti per l’epoca, che nutrono per lo schiavo. Non solo sua madrina di battesimo è la sorella del padrone, ma quest’ultimo diventa determinante anche per il suo cammino di fede: è, infatti, guardando alla sua fedeltà di praticante, che diventa anch’egli fedelissimo alle celebrazioni. Un buon cristiano, insomma, che è anche intelligente e studioso e che, proprio per questo, viene da lui incoraggiato a leggere e scrivere. E, per provvidenziale ispirazione, anche a diventar barbiere, in vista di eventuali sconvolgimenti socio-politici, che il possidente molto probabilmente riesce a prevedere con largo anticipo. Che puntualmente si verificano con l’approssimarsi della Rivoluzione Francese, subodorata la quale prepara per tempo le valigie e si trasferisce a New York con tutta la famiglia, portandosi dietro Pietro e la di lui sorella Rosalia. Naturalmente, sempre come schiavi, anche se nobilitati da un profondo affetto, che quasi finisce per equipararli a persone di famiglia. Nella nuova residenza newyorkese accade quello che non di rado si è già verificato: lo schiavo Pietro si conquista una posizione, mentre i suoi padroni vanno letteralmente in rovina. Mettendo a frutto il mestiere imparato e grazie anche alle indubbie doti umane di cui dispone, a dispetto del colore della sua pelle, diventa uno dei coiffeur più quotati e ricercati di New York. Gli riesce così, taglio dopo taglio, di mettere da parte un discreto capitale, proprio mentre la famiglia dei suoi padroni si riduce sul lastrico. Per lo schiavo nero, diventato ricco, è arrivato il momento della “rivincita”, potendo infatti iniziare ad aiutare economicamente, nel più assoluto riserbo, la moglie del suo padrone, vedova, avanti negli anni e ridotta in miseria. Il suo eroismo arriva al punto da fornirle aiuti economici non solo per i beni di prima necessità , ma anche per continuare a mantenere il precedente stile di vita, feste comprese, di modo che nessuno tra gli amici riesca ad intuire la sua mutata situazione finanziaria e l’improvviso rovescio di fortuna. E tutto ciò, naturalmente, sempre nella sua umile condizione di schiavo, coprendo la sua generosità con un rispettoso silenzio e senza nulla pretendere in cambio. È la signora a sentirsi in debito con lui ed a pensare, poco prima di morire, di regalargli la libertà, come segno concreto di gratitudine. Pietro viene affrancato ufficialmente il 2 luglio 1802, ma in nulla cambia il suo stile di vita: continua imperterrito a lavorare, raggiungendo i suoi clienti a domicilio, rigorosamente a piedi, con la sua  inseparabile valigetta. Contagiato però ormai irrimediabilmente dalla generosità, continua a far del bene, venendo in aiuto alle nuove chiese che si stanno costruendo, ad un’infinità di bisognosi, ai seminaristi poveri, agli schiavi da riscattare, agli orfani ed ai colerosi. Nel 1811, a 45 anni suonati, si sposa con una schiava da lui riscattata, molto più giovane di lui. E se da questo matrimonio non nascono figli, tali considera i suoi innumerevoli poveri e, in particolare, insieme alla moglie esercita la sua genitorialità verso Eufemia, orfana di sua sorella Rosalia, che adotta a tutti gli effetti di legge. Carico di anni e di malanni, a chi gli chiede perché non smette di lavorare per godersi il frutto delle sue fatiche, risponde che il lavoro è il suo unico mezzo per far fronte alle necessità dei poveri e che senza di esso non potrebbe più aiutar nessuno. Il 30 giugno 1853 muore l’ex schiavo Pietro Touissaint, che aveva scelto di continuare ad essere “schiavo per amore” dei più poveri e viene sepolto nella stessa chiesa che aveva contribuito a costruire e che per 60 anni, ogni mattina all’alba, aveva frequentato per poter iniziare la sua giornata con Gesù nel cuore. La sua Causa, iniziata nel 1991, sta proseguendo alacremente e forse tra non molto avremo un barbiere sugli altari.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2012-07-17

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