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Monsignor Robert Hugh Benson

Testimoni

18 novem­bre 1871 – 19 ottobre 1914


«Proibito essere esuberanti. Proibito parlare ad alta voce. Proibi­to gesticolare. Proibito arram­picarsi sul cancello. Proibito posare i piedi sull'orlo delle aiuole. Severamente proibito disobbedire...».
Queste erano le proibizioni feriali. Di domenica si aggiun­gevano altre proibizioni. Così l'ordine regnava in casa Ben-son. Famiglia d'alto rango, do­ve il padre, Edward, arcivesco­vo anglicano di Canterbury, dettava legge e si spostava da una città all'altra, secondo le necessità del suo ministero, con la consorte e la sua tribù di set­te figli, nessuno dei quali osa­va fiatare dinnanzi a lui.
L'ultimo si chiamava Robert Hugh ed era nato il 18 novem­bre 1871. Aveva una folle pau­ra del padre, ecclesiastico e mozzafiata. Con la mamma era tutt'altra cosa e solo con lei stava davvero bene. Ma in ca­sa, Hugh si sentiva mancare il respiro. L'Anglicanesimo, tutto sommato, lo opprimeva, men­tre il Cattolicesimo gli dava l'impressione della gioia, an­che se gli avevano insegnato a pregare: «dal Papa e dai suoi errori, liberaci, o Signore!». A Eton, Hugh compì i pri­mi studi. Educazione religiosa anglicana in casa e in collegio. Prima comunione e cresima nell'Anglicanesimo. Il giorno in cui ricevette la cresima, si pose una questione: «Oggi è le­cito o no giocare a tennis?». Con i compagni, approfondi­ta la riflessione, concluse: «Sì, se in modo riservato». Nel 1887, nel clima entusiastico delle celebrazioni del giu­bileo della regina Vittoria, Hugh decise che sarebbe diven­tato «commissario capo» nell'Indian civil service. Ma non fu ammesso. Allora decise di conseguire i classica! honours, cioè la laurea in lettere all'uni­versità di Cambridge. L'appas­sionava lo spiritismo, ma i ta­voli che tentava di far ballare, per sua fortuna, rimasero sem­pre fermi. Ammirava Parsifal e i cavalieri del Santo Graal. Seguì la laurea e la decisione di entrare nel clero anglicano.

La verità è una sola
Tuttavia l'Anglicanesimo, per quanto studiato, non l'ap­pagava. Era pieno di dubbi. Le discussioni teologiche con il padre non lo lasciavano mai soddisfatto. Nel 1895 è ordina­to sacerdote e mandato in un quartiere poverissimo di Lon­dra. C'era però un problema: ad Hyde Park, di domenica, ad ogni dieci passi, un oratore si sfiatava ad offrire la «sua» ve­rità agli ascoltatori. Ce n'era­no di tutte le religioni. Ma la Verità, quella con la «V» maiuscola — pensava Hugh — non è che una sola. Ma dove si trova?
Erano gli anni in cui Lord Halifax, anglicano, e l'Abbé Portai, cattolico, studiavano la possibilità di un avvicinamen­to tra la Chiesa anglicana e la Chiesa cattolica. Leone XIII rispose con l'Apostolicae curae che la Chiesa cattolica non cambiava una virgola del «sa­cro deposito» della fede, rice­vuto da Cristo.
Alla morte del padre, nel 1896 Hugh, con madre e sorel­la Maggie, andò in Egitto. An­dando a zonzo per Luxor, si imbatté per caso in una chie­setta cattolica. Per lui fu come un pugno sulla faccia: in un paese di copti, ebrei, musulma­ni, quell'umile costruzione te­stimoniava che il Cattolicesimo è universale. Mentre l'Anglica­nesimo che cos'era? Chiesa na­zionale e nulla più! Passò, al ri­torno, sui luoghi santi: Betlem­me, Gerusalemme... Intuì, co­me per una folgorazione inte­riore, che solo la Chiesa cat­tolica poteva essere la legittima erede di quell'Avvenimento che là era accaduto.
Ritornato in Inghilterra, fu nominato parroco nella borga­ta rurale di Kemsing. Sognava di lavorare e di studiare in pa­ce, ma il pensiero della Chiesa di Roma lo tormentava. Persi­no le lapidi tombali della sua chiesa di Kemsing, con i nomi dei parroci cattolici prima del­lo scisma di Enrico VIII, lo in­terpellavano: «Sei proprio si­curo di essere il nostro legittimo successore?». I suoi par­rocchiani lo giudicavano un po' strano. «Sento di non ave­re l'anima del pastore» — con­fessava Benson. Pensò allora di trovare nella vita monastica la pace che non aveva.

Tra i monaci di Mirfield
A Mirfield, nello Yorkshire, c'era un ordine monastico sin­golare. Sei mesi, i monaci stu­diavano e pregavano. Sei mesi si davano all'evangelizzazione. In mezzo a loro Hugh pensava di essere felice. Lunghi colloqui con Dio, la preghiera del Ro­sario offerta quotidianamente alla santa Vergine, la composi­zione di poemetti ispirati, riempivano le sue giornate. Di­ventava un innamorato di Cri­sto.
« Tenni dietro al Salvatore — scrive — con solo la fede per compagna. Irradiava da Lui un sì dolce lume... — «Io so che ho veduto il mio Salvatore e che Lui mi ha sorriso».
Dopo i primi sei mesi di stu­dio, Hugh andò per l'Inghilter­ra a predicare. Parlava chiaro e semplice, anche contro le guerre coloniali. Il suo tema prediletto: «Di ciascun dovere, anche del più insignificante, fa­tene un sacramento. Consacra­telo, affinché diventi cosa san­ta come il pane e il vino dopo l'offerta del sacerdote».
Scrisse in quel tempo la sua prima opera: «La luce invisibi­le».
1° agosto 1901. Robert Hugh Benson pronunciava i voti. Aveva trent'anni: sembrava estatico quel giorno, ma den­tro i dubbi non gli davano pa­ce. Corrispondeva per lettera con alcuni sacerdoti cattolici. Cercava affannosamente la Ve­rità. Allora diede l'assalto alle opere di Newmann e di Mallock: «Il primo fu per me un profeta. Il secondo mi sciolse ogni dubbio».
Nel cuore era già cattolico.

Roma, radiosa di luce
La Chiesa di Roma lo colpi­va con la sua fede incrollabile e la sua poderosa unità. La Chiesa anglicana era piena di contraddizioni insanabili. « Ve­devo la Chiesa d'Inghilterra, vecchia padrona amorevole e bonaria, in atto di trattenermi al suo servizio per mezzo di tutti i vincoli umani; di contro ad essa, vedevo sfolgorante di luce la Chiesa di Roma, la Spo­sa di Cristo, dominatrice e au­toritaria sì, ma con negli occhi e sulle labbra uno sguardo e un sorriso tanto radiosi che solo potevano riflettere una visione celeste».
L'11 settembre 1903, Robert Hugh Benson lasciò per sem­pre l'Anglicanesimo ed entrò, rappacificato e felice, nella Chiesa cattolica. Come il gran­de John Henry Newmann, non aveva mai peccato contro la lu­ce ed ora la luce di Cristo e del Pontefice di Roma lo inonda­va tutto. Poco tempo dopo, a Roma, faceva l'ingresso in se­minario per diventare prete cattolico. Durante il suo sog­giorno a Roma, partecipò un giorno alla Messa celebrata dal Papa Pio X: non dimentiche­rà mai più la sua bianca santa figura.
Nel giugno 1904 Robert Hugh Benson era ordinato sa­cerdote cattolico.
Di ritorno in Inghilterra, si stabilì a Cambridge per dedi­carsi all'animazione spirituale dei giovani universitari. Tra­boccante di gioia, nel nuovo campo di lavoro, si impegnò in due attività: predicatore e ro­manziere, entrambe consacra­te all'annuncio della Verità, del Cristo-Verità assoluta ed eter­na, vivente nella Chiesa catto­lica, apostolica e romana.
In breve, non solo la sua pa­tria, ma persino gli Stati Uniti d'America, ascoltarono la sua parola, facile, suasiva, ricca di humour, dai pulpiti e dai tavoli delle conferenze, nelle chiese e nelle università, tra i giovani e gli uomini di cultura, in mezzo al popolo. Affascinava ascoltarlo, quando raccontava la storia della sua chiamata: era il Cristo che l'aveva tormentato dentro, era il Cristo finalmente trovato nella sua interezza nel Cattolicesimo romano. Ma Padre Hugh, preferiva la sua attività di romanziere, perché il romanzo raggiunge un pubblico più vasto e un numero sempre più grande di anime poteva accogliere l'annuncio della Verità.
Per portare i fratelli a Cristo, Padre Hugh era solito indicare una «via», la via maestra: Maria. Agli altri anglicani insoddisfatti e cercatori di luce e tardi ad arrendersi alla luce, era solito dire: «Andate a Lourdes». Là, con Maria, si ritorna bambini e abbandonandosi fiduciosi tra le braccia della Madre celeste, si trova il Cristo nella sua pienezza. Scriveva: «Sono andato a Lourdes e ho veduto Gesù di Nazareth, ed ho veduto gli infermi sanati alzarsi dalla barella... Non pensavo che al giorno d'oggi accadessero fatti di tal genere. Ho fatto atto di fede ed ho veduto».

«Il padrone del mondo»
In quegli anni, nella pace del suo cuore, scrisse molto: romanzi, poesie, scritti spirituali, una vita di san Tommaso Becket. I romanzi non hanno nulla di convenzionale, ma esprimono la vita come dramma: la vita — nella lotta ininterrotta tra il Cristo e Satana, tra raccoglimento del Cristo e il rifiuto di Lui — vi appare nel suo senso tragico. L'azione che vi si svolge si identifica con la ragione stessa della vita e della ricerca del suo significato.
Il più noto dei suoi romanzi, uscì nel 1908 e si intitola The Lord of the World (Il Pa­drone del mondo). L'azione del romanzo anticipa quello che, secondo Benson, sarà il mon­do del futuro. L'uomo ha or­mai raggiunto i massimi con­fini del progresso materiale e intellettuale. Tutto è meccaniz­zato, programmato, razionaliz­zato al massimo. Finalmente ha vinto la ragione dell'uomo. La guerra è stata eliminata, i rumori e gli inquinamenti so­no stati aboliti, la malattia e il dolore sono stati vinti dalle scoperte della medicina e dal­l'eutanasia, sono stati adottati cibi artificiali, l'esperanto ha unito i popoli in una sola espressione, Oriente e Occiden­te sono stati uniti nella pace fi­nalmente raggiunta. Trionfano dunque i «valori» umani: è la vittoria dell'umanitarismo, il mondo nuovo dell'umanità. Non c'è più bisogno di Cristo né della Chiesa. L'uomo, l'u­manità è capace di costruirsi da sé, anzi contende a Dio il dominio del mondo. Giuliano Felsemburg è il protagonista di questa storia nuova dell'uma­nità e sembra essere diventato lui stesso «il padrone del mon­do». Ma l'uomo solo con i suoi valori umani, senza Cri­sto, è soltanto in fondo un in­felice e un violento, persino contro se stesso. In questo cli­ma (non è soltanto una fanta­sia di P. Benson, ma rivela, 80 anni prima, molti aspetti del mondo contemporaneo), Pa­dre Percy Franklin, è un giova­ne prete, che non ha accolto la «religione» dei valori, la «fe­de» nell'umanitarismo auto­sufficiente, ma resta ancorato al Cristo come all'Avvenimen­to decisivo, alla Persona Uni­ca e Indispensabile per la sal­vezza dell'umanità. La sua vi­ta, la sua azione, la sua pre­ghiera si fonde in una sola in­vocazione al Cristo: «Non essere per noi giudice, ma Sal­vatore». Al Papa che gli chie­de «che cosa dobbiamo fare», Padre Percy risponde: «Santo Padre, la messa, la preghiera, il rosario. Queste sono le pri­me e le ultime cose. Il mondo nega la loro potenza ed è inve­ce in tutto questo che il cristia­no deve cercare appoggio e ri­fugio. Tutte le cose in Gesù Cristo: in Gesù Cristo, ora e sempre. Nessun altro mezzo può servire: Gesù deve fare tut­to perché noi non possiamo far più nulla».
Pessimista, padre Benson nella sua visione del futuro? Certamente, la sua è una visio­ne che scuote e nella fiducia to­tale nel Cristo Risorto e in sua Madre, l'Assunta, ha un com­pito meraviglioso da proporre ai cristiani di oggi: «Santità — egli dice al papa che lo inter­roga — ho un vecchio disegno, antico quanto Roma. L'ideale dei pazzi. Un nuovo ordine. Un nuovo ordine religioso, senza abito o distintivo particolare, soggetto direttamente alla San­tità vostra. Più libero dei gesui­ti, più penitente dei certosini, più povero dei francescani. Uo­mini e donne che fanno i tre voti e, in più, dichiarano la lo­ro disponibilità a ricevere il martirio. Il Cristo crocifisso ne sarà il patrono!».
Il resto del romanzo — fan­tastico ed affascinante — lo la­scio alla scoperta dei lettori. (R. H. Benson, Il Padrone del mondo, Jaca Book, Milano, 1987). Quando nel 1914 scop­piò la guerra, Padre Hugh chiese di poter seguire le trup­pe che andavano a combattere sul continente, come cappella­no militare, in un supremo at­to d'amore per le anime che più avevano bisogno. Ma la sua salute, ormai logora dal lavo­ro e dallo studio, dalla sua for­midabile tensione d'amore per Dio e per i fratelli, non glielo permise. Era solo più capace di pregare e di offrire, come il suo grande Amico: Gesù Crocifis­so. Si spense il 19 ottobre 1914 a 43 anni, ma vero profeta del nostro tempo, lasciava la sua testimonianza e il suo messag­gio, validi oggi per noi.
Il mondo crede di farsi uma­no senza il Cristo? Sarà la di­sgregazione totale, la bestiali­tà, la morte senza speranza. Non c'è altra salvezza che in Gesù: la messa, la preghiera, il rosario. Un ordine di pazzi: sì, di cristiani cattolici, pazzi di amore, pronti a tutte le batta­glie, fino al martirio. Come Gesù. Per una nuova evange­lizzazione del mondo, per un'altra riconquista del mondo a Cristo, come quando erano in dodici. Solo allora non ci sarà più il dominio della legge che soffoca lo spirito, ma la ve­ra libertà nel Cristo, morto e ri­sorto, Signore della storia e Dominatore del mondo.


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2009-04-23

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