Home . Onomastico . Emerologico . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati


Newsletter
Per ricevere i Santi di oggi
inserisci la tua mail:

E-Mail: info@santiebeati.it


> Home > Sezione Testimoni > Suor Teresa Dalle Pezze Condividi su Facebook Twitter

Suor Teresa Dalle Pezze Missionaria, martire

Testimoni



"Ogni volta che qualcuno lascia la propria casa", disse il padre, "è come potare una vite; i tralci ne soffrono. Noi siamo come i tralci della vite; benché lontani gli uni dagli altri, dobbiamo rimanere uniti fra di noi e con Dio, così saremo forti". L'occasione per questo discorso improvvisato alla famiglia Dalle Pezze fu il diciottesimo compleanno di Teresa e la sua imminente partenza per la Svizzera in cerca di lavoro. I pochi ettari di terra di proprietà della famiglia non bastavano al sostentamento dei sette figli: Attilio, Assunta, Teresa, Silvio, Giuseppe, Sergio e Maria Rosetta. Fane, la piccola città dov'era nata nel 1939, era povera e non poteva offrire posti di lavoro alla maggior parte dei suoi abitanti, così la gente emigrava. Teresa stessa fu costretta a farlo.
Aveva sperato di trovare lavoro vicino ai suoi due fratelli che erano già in Svizzera, ma la fabbrica tessile in cui fu assunta si trovava a Baar, nel Cantone Zoug. Alcuni suoi amici di Fane aveva trovato alloggio in un ostello gestito dalle Suore della Santa Croce.
La vita all'estero era faticosa, ma Teresa era abituata alle difficoltà. Da bambina era stata una pastorella, e dopo aver terminato la scuola elementare, dagli 11 ai 18 anni, aveva lavorato come governante a Parona, vicino a Verona. L'unica differenza era che da Parona poteva tornare a casa ogni settimana, mentre da Baar solo una volta all'anno.
Durante le sue brevi vacanze a Fane, i giovanotti le dimostravano il loro interesse; tuttavia era un'infatuazione a senso unico. "Digli che non sono in casa", soleva dire alla sorella Maria Rosetta. Quest'ultima, dichiaratamente gelosa delle attenzioni rivolte alla sorella dai ragazzi, era felice di eseguire gli ordini, chiedendosi che cosa stesse succedendo a Teresa. Teresa stava segretamente coltivando la sua vocazione alla vita religiosa missionaria.
Aveva sentito i racconti delle avventure dei missionari che tornavano a casa in licenza, ospitati dalle Suore della Santa Croce all'ostello in Svizzera. Ascoltandoli, aveva avvertito la chiamata di Dio.
"Non intendo aspettare oltre! A Dio bisogna donare la propria giovinezza... Tutto o niente... Ma Dio ha davvero bisogno di me? Gli africani hanno bisogno di me? Che presunzione! Che cosa dirà la mamma? Ah, chissà che dolore per mio padre... Potrei sempre dire a Dio che non sono disponibile... Ma Dio non è un giovanotto cui posso rispondere 'Non sono in casa' ".
Nel 1961, Teresa aveva anticipato le sue vacanze e trovato il coraggio di dire ai suoi genitori ciò che più le premeva: unirsi alle Suore Missionarie Comboniane per andare a servire i più bisognosi in Africa. I genitori non avevano sollevato molte proteste; avevano sempre desiderato tutta la felicità possibile per i loro figli, e se il desiderio più grande di Teresa era di diventare missionaria, allora che andasse per la sua strada. Se mangiare formiche era quello che voleva, bene, che le mangiasse, pensò suo padre!
Tre compagne del suo gruppo di noviziato attestano che aveva un carattere solare e che era una donna che badava molto più ai fatti che alle parole. Teresa prese i primi voti il 3 maggio 1964 nella cappella delle suore a Cesiolo: una ragazza di 24 anni pronta a camminare con il suo Dio in Africa.
Non avendo preparazione di alcun tipo, frequentò un corso biennale intensivo per insegnanti d'asili nido. Altri due anni in Portogallo, per imparare la lingua parlata in Mozambico dove fu in seguito mandata, ed eccola finalmente partire per la terra dei suoi sogni: "Sono finalmente arrivata nella terra che ho sognato per anni. Vi abbraccio e vi ricordo tutti", scrisse alla sua famiglia (8/7/1968).
C'era bisogno di un lasciapassare per uscire dal villaggio. Le attività apostoliche erano forzatamente limitate. Le visite e gli aiuti alle cappelle delle missioni che Teresa amava subirono quasi un arresto. Suor Teresa faceva parte del consiglio pastorale della parrocchia, responsabile delle 35 Piccole Comunità Cristiane. Una in particolare era gestita da lei.
Il lavoro di suor Teresa non si limitava solo alla scuola; molti le si avvicinavano per ogni tipo di aiuto: una buona parola, una spalla su cui piangere per l'ennesima disgrazia, una coperta con cui coprirsi la notte, cibo per i propri figli, medicine per i feriti, un posto dove nascondersi dai banditi. Teresa era solita ascoltarli con pazienza, mostrando comprensione per i loro problemi e aiutandoli ogni volta che poteva. Il nuovo modo per essere presenti nella missione richiedeva apertura mentale, capacità di adattamento a situazioni in costante mutamento, pazienza infinita e tanto amore per la gente e i loro capi. Dopo tutto, la Chiesa aveva bisogno anche di essere perdonata per aver camminato per anni al fianco degli oppressori.
Fare programmi non era il suo forte, suor Teresa di natura lavorava meglio in condizioni precarie. Allo stesso tempo era anche conscia delle sue lacune scolastiche. Quando le fu chiesto di diventare preside della scuola di Netia, sentì tutto il peso della sua inadeguatezza e si fece affiancare da consorelle più preparate che potessero aiutarla e alle quali chiedere consiglio.
Quando si rivolgeva ai suoi allievi, dimenticava completamente se stessa; la loro vita era molto più dura della sua. Faceva tutto ciò che era in suo potere per garantire ai bambini una alimentazione equilibrata; chiedeva aiuti ai parrocchiani di Fane, ricordando loro che dovevano essere generosi allo stesso modo in cui Dio lo era stato con loro: "Ognuno dovrebbe fare la sua parte come suggerisce Cristo; io cerco di fare la mia".
Teresa visse a cavallo tra le due guerre; i primi sette anni durante la guerra per l'indipendenza, gli ultimi dieci durante la guerra civile. Non era una donna che rifletteva sulle questioni politiche, ma non sottovalutava i terribili problemi del paese e tentava nel suo piccolo di gettare le basi per un futuro migliore, educando i bambini mozambicani. Per un breve periodo fu preside della Scuola Missionaria di Netia nel 1968, poi ricoprì lo stesso ruolo a Niemba, finché non ritornò a Netia dove rimase fino al 1976. In quello stesso anno le venne affidato dal governo il posto d'insegnante di scienze e attività manuali a Monapo. Nel 1980 la scuola fu trasferita da Monapo a Netia; qui la vecchia missione divenne Centro Educational - Centro Educativo. Teresa era l' "incaricata della salute", responsabile di 400 studenti. Una madre-infermiera.
Tuttavia, negli ultimi tempi era piuttosto stanca, anche in seguito ad un brutto incidente stradale avvenuto due anni prima, nel quale era rimasta gravemente ferita; per questo motivo, nel 1986, aveva chiesto il permesso di prolungare le vacanze in Italia.
Nel frattempo la guerra civile si era diffusa come un virus contagioso nelle zone di Nampula e Netia: incendi dolosi, saccheggi, rapimenti, esecuzioni pubbliche, imboscate sulle autostrade e conflitti a fuoco divennero sempre più frequenti. L'eventualità di una tragica fine era sempre presente nella mente di suor Teresa: "Sono ancora viva nonostante il caos che regna da entrambe le parti. Sulle strade principali succede il finimondo. Noi siamo serene perché Dio è con noi".

Presagi di morte
La morte la sorprese sulla strada il 3 gennaio 1985. Solo un mese prima era stata invitata dalle sue superiore ad anticipare le vacanze a causa della sua salute e dei pericoli del luogo. La sua replica era stata risoluta: "Lasciare questa gente nel momento di maggior bisogno sarebbe come tradirla". La decisione di Teresa di rimanere accanto alla gente le diede il diritto di sostenere la grandezza di una tragedia che visse in prima persona.
All'epoca era alla missione di Carapira per alcuni giorni di riposo; chiese di accompagnare p. Gino Pastore a Nacala per salutare le suore di quella comunità. Andarono fino a Monapo e lì presero il convoglio militare per Nacala, visto che in quei giorni era d'obbligo viaggiare scortati sulle strade giudicate pericolose. La scorta dell'esercito era in ritardo quel giorno fatale, e i due missionari decisero di tornare a casa. Ma alle 18,30 videro il convoglio passare sulla strada asfaltata e si affrettarono per riuscire a prenderlo alla fermata più vicina; poiché era fuori orario, speravano che il convoglio non venisse attaccato.
Dopo circa 30 chilometri, tuttavia, lungo la strada si potevano vedere delle case che erano state bruciate, da poco e all'improvviso, mentre si stavano immettendo sulla strada maestra, il convoglio cadde in un'imboscata della Renamo. Il primo camion fu colpito dai bazooka. Suor Teresa e p. Gino scesero dalla loro Land Cruiser blu, il sesto veicolo della fila, e si stesero a terra fra le ruote. Poco dopo, quando i ribelli avvicinarono il convoglio con l'intenzione di bruciare tutti i veicoli, i due strisciarono fuori dal loro nascondiglio e si dispersero fra l'erba alta.
I ribelli, tra schiamazzi e grida, avanzavano sempre più, sparando. Le truppe del governo rispondevano nell'inutile sforzo di controllare l'attacco. Ci fu un cruento scambio di pallottole e di granate tra le forze militari. Camion e macchine vennero trasformati in grandi falò. Tra le assordanti esplosioni dei serbatoi di benzina si udiva il gemito disperato dei feriti e degli arsi vivi che si contorcevano agonizzanti e il lamento dei morenti. Lo straziante inferno durò circa un'ora; il lugubre silenzio che seguì era a tratti spezzato dal crepitio delle lamiere che si piegavano nel crepuscolo della notte imminente.
P. Gino era riuscito a raggiungere un villaggio nei paraggi, sperando di vedere Teresa arrivare assieme ad altri superstiti. Iniziò una lunga ed estenuante attesa. Andò a cercarla con alcuni abitanti del luogo; il suo nome veniva gridato sempre più forte: "Teresa, Teresaa, Teresaaa", seguito solo dall'eco. Alla fine il suo corpo fu ritrovato insieme ad altri venti, disteso fra l'erba, addormentato per sempre. Era stata raggiunta da tre proiettili, uno alla testa, uno al torace, e uno alla coscia. Una morte istantanea, senza dubbio.Come avevano potuto vederla i militari nascosta tra l'erba alta? Il dubbio venne fugato grazie a un militare che si era steso accanto a lei durante al battaglia. "Notai che indossava un golf di lana e pensai a mia moglie incinta e a come poteva sentirsi la notte. 'Mama,' chiesi, 'mi daresti il tuo golf per mia moglie che è incinta?'. 'Certamente, con piacere,' rispose, e si mise in ginocchio per toglierselo. Così facendo fu avvistata e colpita". Era morta compiendo il suo ultimo atto di carità.
Quella sera, nonostante il buio, alcuni uomini misero il suo corpo su una barella e lo trasportarono a Monapo. I funerali si svolsero il giorno dopo e per poche ore le fazioni ribelli misero da parte il loro odio e si riunirono attorno alla donna e che molti di loro avevano conosciuto e amato come una madre.
Questi mozambicani colpiti dal lutto, che erano venuti a renderle omaggio, erano "la sua gente", con cui aveva diviso la vita, dando e ricevendo il meglio. Era la povera gente per cui non solo valeva la pena di soffrire, ma addirittura di morire. "Se avessi mille vite, le darei tutte per la salvezza dell'Africa," aveva detto Comboni. Questa sua figlia gli ha veramente reso onore con il suo immancabile sorriso e la sua inesauribile generosità.


Autore:
Ida Tomasi

______________________________
Aggiunto/modificato il 2009-04-26

___________________________________________
Translate this page (italian > english) with Google


L'Album delle Immagini
è temporaneamente
disattivato




CD immagini

Sostienici e avrai TUTTE le immagini di Santiebeati
Clicca qui per richiederlo

Home . Onomastico . Emerologico . Patronati . Diz.Nomi . Ricerca . Ultimi . Più visitati