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Padre Pietro Franchini

Testimoni

Marano Ticino, Novara, 11 gennaio 1904 - 1 marzo 1981


Il 25 novembre 2001, il Santo Padre Giovanni Paolo II, in S. Pietro a Roma, ha canonizzato S. Giuseppe Marello, “il canonico buono” di Asti, fondatore degli Oblati di S. Giuseppe e Vescovo di Acqui, protagonista di tante opere buone nella sua breve esistenza di soli 50 anni (1844-1895).
La sua immagine, la “incontrai” la prima volta all’inizio d’ottobre 1961, entrando, come studente di I° superiore all’Istituto Fulgor, tenuto dagli Oblati di S. Giuseppe. Quel giorno, ad accogliere il ragazzo quattordicenne, timido e un po’ selvatico, sulla cattedra, c’era un prete alto e sottile, riservato e amabile, con una luce addosso che affascinava.
Era P. Pietro Franchini, il preside stesso dell’Istituto, pluri-laureato e docente a tempo pieno, il medesimo che diversi suoi confratelli avrebbero definito il migliore imitatore del Fondatore Mons. Marello, tra coloro che gli sono stati figli. Non per nulla, ora si muovono i primi passi, per iniziare l’inchiesta diocesana per la sua eventuale beatificazione.
 
Giorni densi
Pietro Franchini era nato l’11 gennaio 1904 – cento anni fa - a Marano Ticino, da modesta famiglia di lavoratori. Ragazzo, aveva conosciuto gli Oblati di S. Giuseppe chiamati in diocesi di Novara dal Vescovo Mons. Giuseppe Gamba (1857-1929), che in gioventù, ad Asti era stato allievo e collaboratore di don Giuseppe Marello. Da Mons. Gamba, Pietro, decenne, riceve la Cresima.
In quegli anni della sua prima adolescenza, aveva sentito la voce di Gesù che lo chiamava a consacrarsi a Lui come “certosino e apostolo”, nella stessa Famiglia degli Oblati “Giuseppini”. Il Ginnasio - Liceo ad Asti, con lode, il noviziato a Alba, sotto la guida di P. Lorenzo Franco, uno dei primi, formato direttamente dal Fondatore. Umile e mite, già brillava e si distingueva per il profitto nello studio, la singolare purezza e intimità con il Signore. Lo dice il “diario” spirituale che abbiamo letto.
Gli studi teologici, i superiori glieli fecero compiere a Roma, al Pontificio Ateneo “Angelicum”, dove ebbe tra i suoi maestri il P. Reginaldo Garrigou-Lagrange, domenicano, insigne tomista e guida delle anime verso la santità. Laureatosi a pieni voti in filosofia e teologia, Pietro Franchini venne ordinato sacerdotee a Roma, dal Card. Pompili, Vicario del papa, l’8 luglio 1928.
Era un appassionato della Verità, di Gesù Cristo che è per tutti la Verità suprema su Dio, sull’uomo e sul mondo. Alla scuola di Garrigou-Lagrange vide la filosofia di S. Tommaso d’Aquino – o meglio la “filosofia dell’essere” – come “la filosofia perennis”, l’unica che consente di “pensare bene”, di cogliere la Verità dell’essere, di accedere all’Assoluto che è Dio, di fondare in “rationabile obsequium” la fede nella divina Rivelazione, superando sia il razionalismo che il fideismo, di cui è impregnato il mondo contemporaneo.
Si porterà sempre appresso le lezioni di Garrigou-Lagrange, alle quali e alla “Summa” di S. Tommaso, egli tornerà sempre per essere servo e apostolo della Verità. Su quelle lezioni, annotate con scrittura elegante dalla viva parola del grande Maestro, anche lo scrivente è stato educato a pensare in modo retto, negli anni luminosi dell’adolescenza.
Rientrato ad Asti, all’inizio degli anni ’30, da Asti non si muoverà più. Innanzi tutto e sempre sacerdote: la Messa santamente celebrata con fede e amore incandescenti a quel Gesù che è tutto, l’assiduità al confessionale, guida di ragazzi e giovani, di preti e di religiosi, collaboratore dei parroci della diocesi nelle diverse necessità del ministero, predicatore amabile e attraente di missioni al popolo.
Presto, ebbe i primi incarichi: direttore della Tipografia S. Giuseppe, poi “prefetto” dei chierici e docente nel corso teologico della sua Congregazione, infine, dopo la seconda guerra mondiale, professore e preside dell’Istituto Fulgor di Asti con la scuola media e l’istituto magistrale. Fu allora che sentì la necessità di laurearsi una terza volta, in lettere, con il prof. Ezio Franceschini, all’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Nei primi anni del suo sacerdozio, aveva raccolto l’insegnamento orale del fondatore, trasmesso dai primi Giuseppini, Cortona, Carandino, Garberoglio, anche le sue massime latine, come patrimonio della Congregazione da trasmettere ai “figli” futuri. La battuta latina sempre pronta, come quel giorno che a don Carandino che diceva: “Non moritur homo cui in horto salvia crescit”, rispose: “In hora mortis, non est remedium in hortis”, consio della precarietà della vita e del dovere di “essere sempre preparati” alla chiamata di Dio.
Lo ebbero così maestro i suoi confratelli più giovani e poi centinaia di giovani, futuri insegnanti nella scuola, i quali gli si affezionarono per la sua bontà amabile, la cultura straordinaria, l’equilibrio inalterabile, la “cara e buona imagine paterna” che incuteva rispetto e si faceva amare. Era bellissimo, vederlo, lui così dotto e austero, circondato spesso anche dai ragazzini della scuola media, che pendevano dalle sue labbra, come da un oracolo.
Con i giovani poi delle “superiori”, sapeva donare fondamenti sicurissimi alla cultura e alla vita, indimenticabili.
 
Educatore di giovani vite
Pare ancora di vederlo quando parlava in piedi, davanti alla cattedra con le mani aperte a calice, come chi porta una Luce superiore da trasmettere, impegnato a illustrare in termini chiari, semplici e sicuri, che la Verità è corrispondenza dell’intelletto alla realtà (“adaequatio intellectus et rei”), che dunque la mente umana incontra l’essere delle cose e da queste le è dato di ascendere a Dio, di comprendere che a Dio Rivelatore è dovuto l’obbedienza della fede.
Erano i primi passi della fondazione autorevole e incrollabile della religione e della fede, i passi cui egli invitava noi suoi giovani allievi, parlando in modo chiaro, esemplificando con testimonianze ed esempi di vita indimenticabili. Dal suo discorso, dal suo insegnamento, si usciva illuminati e fortificati: non si trattava di vuote parole, di descrizioni fenomenologiche, ma di luminosa metafisica, che non permette di negarsi al “santo Vero”.
Noi gli parlavamo di libertà, come capacità di scegliere (sottinteso, purtroppo, a libero piacimento). Ci rispondeva che la libertà vera è la capacità di essere i mezzi migliori osservando l’ordine dei fini: “Voi sapete il latino, dunque sentite che bello: “libertas est facultas electiva mediorum, servato ordine finium!”. La libertà che si fonda in Dio e che solo in Lui può esplicarsi e realizzarsi: “Non c’è diritto all’errore, perché l’intelligenza è stata creata per cercare e trovare la Verità. Ragazzi, non c’è diritto alla perdizione, tanto meno alla perdizione eterna. C’è il diritto alla gioia, alla vera gioia che viene solo dall’obbedienza a Dio”.
Sembra ancora di sentire la sua voce, dolce e sicura, il suo sorriso appena accennato dai suoi occhi cinerei-celesti, quando spiegava che la Rivelazione è “locutio Dei ad homines per modum magisterii” e che la vita può essere soltanto risposta di fede e di amore a questo magistero di Dio che si rivela in Criso.
A questo punto, il suo discorso diventava entusiasmante, perché si apriva su Gesù Cristo. Era un po’ difficile seguirlo in tutti i passaggi, per noi allora così giovani, ma quale ricchezza lasciava dentro, come un seme turgido di vita, destinato a crescere e a fruttificare, solo Dio lo sa. Dalle sue labbra, appariva – citiamo delle sue parole – “Gesù Cristo, sommo esegeta della Scrittura, che la legge e la interpreta quale parola di Dio e la compie in se stesso”; “Gesù Cristo come sommo Maestro di tutti i misteri di Dio e della vita dell’uomo”; “Gesù Cristo infine, come Redentore dal peccato con il sacrificio della Croce e datore della vita della grazia e della vita eterna a chi lo segue”; “Gesù Cristo, Sacerdote e Vittima sul Calvario e sull’altare nella Messa”; “Gesù Cristo, risposta e soluzione a tutti i problemi dell’uomo”.
Insomma, era l’apologia e la teologia spezzata come pane forte, buono e fragrante, alla gioventù studiosa del suo Istituto, era la fondazione di giovani vite che in seguito avrebbero dovuto essere guide ad altri. Indimenticabile, di una bellezza singolare: se siamo capaci di pensare, di credere, di “cogitare fidem”, secondo l’espressione di S. Agostino, l’abbiamo appreso da Lui.
 
“Gesù Cristo: questa è la Vita!”

A chi gli faceva notare la difficoltà di essere sempre coerenti a questa risposta, Padre Pietro Franchini richiamava alla superiore dignità dell’uomo, creato da Dio e per Dio e che non ha pace che in Lui: “Maior sum et ad tam maiora genitus ut non sim mancipium corporis mei”, investendo la sapienza umana del Vangelo di Cristo. “Dunque la vita non va mai sprecata nel peccato, ma vissuta per il suo destino superiore ed eterno voluto da Dio stesso e reso possibile dal Sacrificio di Gesù sulla croce che ci ha meritato grazia su grazia”.
Da vero educatore, era convinto che il servizio più grande da offrire ai giovani è quello di insegnare loro a pensare rettamente e non secondo i sofismi sonori e vuoti dilagati nella filosofia e nel costume, da quando, con Cartesio, essi si sono allontanati da Dio e hanno posto “l’io” dell’uomo come unica misura e legge. Di lì, l’altro servizio che è il compimento del primo: aprire ai giovani l’incontro e la conoscenza a Cristo. Così, P. Franchini, come professore di filosofia-pedagogia, ci spingeva a scoprire che Gesù dona la pienezza dell’umanità: “Gratia naturam non tollit, sed perficit”.
Questo il pensatore e il maestro, che oggi avrebbe molto da dire sul piano di studio e sul progetto educativo di tante scuole “cattoliche” e anche dei seminari e delle facoltà teologiche, ma che cosa dire di lui, amico, confidente di tante anime giovanili? Ispirandosi allo stile di S. Giuseppe, sposo di Maria SS.ma e padre putativo di Gesù, allo stile di S. Giuseppe Marello, ci diceva: “Tu devi pregare, pregare e poi ancora pregare”. (Lui pregava quattro ore ogni giorno ed era assai bello vederlo pregare).
“Gesù è il tuo Amico: quando lo preghi, tu lo guardi e Lui ti guarda. Come puoi non essere felice?. “Ama la Verità e detesta l’errore. Oggi ci sono molti errori anche là dove non immagini. Ti puoi accorgere se uno è nella verità o nell’errore, se ama e adora Gesù Crocifisso e Eucaristico, e se onora la Madonna… o se non lo fa. Quando tu adori Gesù, Uomo-Dio nella piccola Ostia, quando tu sgrani il Rosario alla Madonna, tu accetti tutta la nostra fede e ti sforzi di viverla integralmente”.
Risentiamo ancora questo suo discorso appassionato, come se lui ce lo ripetesse ora all’orecchio: vivo e più attuale che mai.
Per 53 anni, sacerdote così: umile, dottissimo e pio come un serafino, uomo di preghiera intensa, apostolo dei giovani e dei sacerdoti. Ha continuato a insegnare ai piccoli e ai grandi fino all’ultimo giorno, il 1° marzo 1981, quando dolcemente se ne andò all’incontro con Dio.
Conosceva la “Summa” di S. Tommaso a memoria e si estasiava a guardare il cielo e i fiori del campo, a sentire il cinguettio dei canarini che allevava, e non voleva essere altro che segno della carità di Dio per ogni uomo. Aveva realizzato in pieno la parola del P. Fondatore S. Giuseppe Marello: “Credere, sperare, amare… seguire Gesù Cristo: questa è la vita”.


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2009-12-27

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