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Don Isidoro Meschi Sacerdote

Testimoni

Merate, Lecco, 7 giugno 1945 Busto Arsizio, Varese, 14 febbraio 1991

Don Isidoro Meschi, detto “don Lolo”, è stato un sacerdote della diocesi di Milano. Nativo di Merate, iniziò gli studi per il sacerdozio a 14 anni e fu ordinato il 28 giugno 1969. Dopo il primo incarico come vicerettore del Seminario di Venegono Inferiore, venne inviato come vicario presso la basilica di San Giovanni a Busto Arsizio. Ebbe numerose responsabilità a livello parrocchiale e diocesano (membro del Consiglio Presbiterale e direttore dell’edizione dell’Alto milanese del settimanale «Luce») e fu anche insegnante di religione. Sensibile al dilagare delle dipendenze da droga nei giovani, fondò la comunità di recupero «Marco Riva» e mise a punto uno speciale metodo riabilitativo. Nel 1990 venne nominato vicario parrocchiale a San Giuseppe, sempre a Busto Arsizio. La notte del 14 febbraio 1991 venne ucciso con una pugnalata al cuore da Maurizio Debiaggi, un giovane con gravi problemi psichici; aveva 46 anni. Il suo ricordo è stato custodito dall’Associazione «Amici di don Isidoro», con sede a Busto Arsizio. A fronte della perdurante fama di santità, alla fine del 2013 il cardinal Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha inviato una lettera all’Associazione tramite il suo delegato monsignor Ennio Apeciti, dando il proprio benestare all’inizio di una fase preparatoria (raccolta di documenti e testimonianze), per valutare l'opportunità che il sacerdote sia ritenuto idoneo per l'inizio del processo di beatificazione. I resti mortali di don Isidoro sono sepolti nel cimitero monumentale di Busto Arsizio, presso la cappella riservata ai sacerdoti della città.



In Lombardia la sua morte passa alle cronache come «il delitto di San Valentino», perché avvenuto nella gelida sera del 14 febbraio 1991. E nella cronaca nera sarebbe rimasta, come tanti altri analoghi fatti di sangue, se non ci si fosse resi conto, come già ebbe a dire il Cardinal Martini il giorno dei funerali, che quella morte «non è una semplice disgrazia, non è una semplice perdita di un prete giovane, non è un semplice vuoto ma un grande segno evangelico».
Ed è esattamente per questa ragione che, 26 anni dopo, la Chiesa ambrosiana sta raccogliendo documenti e testimonianze, perché l’arcivescovo di Milano possa esprimere il proprio giudizio sull'opportunità di dare inizio al processo di beatificazione. In molti sperano che si avveri così la profezia di Martini e la morte di don Isidoro Meschi «un giorno possa essere un segno per tutta la Chiesa e fare parte della santità della Chiesa».
Lolo, come tutti lo conoscono, nato a Merate nel 1945, cresce, con una sorella e un fratello, in un ambiente caldo di fede e di carità operosa ed è forse anche per questo che già a 6 anni è innamorato di Gesù; anzi, questa passione è in lui così forte e così ben alimentata, da farlo entrare a 14 anni in seminario, per essere un giorno «tutto di Gesù» e per poterlo portare agli altri. È la morte improvvisa di papà, a soli 46 anni, a dare Il primo scossone alla sua vocazione, perché mamma lo vorrebbe riavere a casa e solo la sua caparbietà lo fa stare in seminario malgrado tutto.
Diventa prete il 28 giugno 1969 e, tra i suoi primi impegni pastorali e la direzione del settimanale diocesano, subito si delineano i tratti essenziali del suo ministero, in cui la sua capacità di comprensione e di accoglienza lo fanno diventare prete dei giovani. In pieno clima sessantottino, caratterizzato da ribellioni e contestazioni, la sua straordinaria coerenza di vita imprime credibilità alle sue prediche, che per questo lasciano il segno.
È astemio, mangia lo stretto indispensabile, ha un abbigliamento pulito e decoroso ma sobrio e riciclato, difficilmente accetta regali e non gradisce neanche i caffè; quando proprio non può rifiutare, siano maglioni o denaro e persino il pigiama, tutto finisce nelle mani dei barboni o di chiunque non se la passa tanto bene. Lo constatano il giorno in cui deve essere ricoverato in ospedale per un incidente e gli devono comprare un pigiama che non ha, come pure il giorno in cui dovranno comporre il suo corpo nella bara e non gli potranno mettere addosso che vestiti rattoppati.
Prete di tanta preghiera e di prolungata sosta nei banchi della chiesa, direttore spirituale di rara efficacia e di dolce incisività, si rivela soprattutto uomo di frontiera o, se vogliamo, per usare un termine oggi di moda, attento alle periferie esistenziali del suo tempo, caratterizzato dall’eroina che comincia a serpeggiare tra i giovani. Rubando tempo al sonno, rinunciando alle ferie «perché c’è sempre qualcuno che ha bisogno d’aiuto», studia psicologia ed elabora un proprio metodo di riabilitazione e di recupero dalle dipendenze, condensandolo nel suo volume «Dallo sballo all’empatia».
Ad inizio anni Ottanta don Lolo, confidando solo nelle sue forze, nel suo stipendio di insegnante di religione e nell’opera di alcuni volontari, ristruttura una vecchia cascina di Busto Arsizio, facendola diventare il centro di recupero «Marco Riva». Qui trascorre tutto il suo tempo libero come terapeuta, coordinatore, sostenitore degli sforzi di chi come lui crede che ai giovani entrati nel tunnel della droga occorra offrire una seconda possibilità.
«Davanti a qualsiasi fratello, abbiate il coraggio di non chiudere né mente, né cuore», insegna ai suoi giovani attingendo al suo vissuto di prete degli sbandati e dei disagiati, tanto da far dire a qualcuno che lo conosce bene: «Lolo, chi ha la fortuna di conoscerti non può dire di non aver conosciuto Gesù». Oggetto delle sue cure, tra gli altri, anche Maurizio, gravemente psicolabile, sul cui recupero tuttavia don Lolo ha scommesso, procurandogli occasioni di lavoro e tentativi di cura, investendo molto del suo carisma e dell’ascendente che ha su di lui.
Fino a quella sera, in cui Maurizio esce di casa armato di coltello per “aggiustare i conti” con quel prete che si interessa dei drogati e non solo di lui. Più disturbato del solito, quella sera Maurizio va in escandescenze; don Lolo, che lo sa armato, per evitargli qualche sciocchezza ai danni dei giovani dei Centro, lo accompagna fuori, al buio, cercando di calmarlo, ma viene freddato con una coltellata dritta al cuore.
Nel testamento di pochi mesi prima aveva scritto di essere un «prete felice», estremamente grato al Signore di avergli permesso di «raggiungere almeno un traguardo: quello di rimanere nell’insipienza del rancore, proprio verso nessuno».

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Isidoro Meschi nasce il 7 giugno del 1945 a Merate, cittadina del lecchese. Il padre Guido è molto stimato tra i suoi concittadini per l’impegno come contabile dell’ospedale e della parrocchia, attività che presta gratuitamente, e come militante della Democrazia Cristiana.
A Isidoro, fin da piccolo soprannominato Lolo, Gesù si manifesta a sei anni, durante la lezione di catechismo della maestra di scuola: il bimbo se ne innamora, tanto da maturare presto, “con un fulgore da non lasciare dubbio alcuno”, il desiderio di servirlo come sacerdote. La messa del mattino prima di scuola e la recita del rosario diventano abitudini quotidiane per il piccolo Lolo, che a 14 anni entra nel seminario di Seveso.
Poco dopo il suo ingresso in seminario, il padre Guido si ammala gravemente e nel giro di pochi mesi muore a soli 46 anni. La madre vorrebbe riportare Isidoro a casa con sé e con i due fratelli più piccoli, ma il ragazzo la convince a lasciarlo continuare gli studi. È così che nel 1969 Isidoro giunge all’ordinazione sacerdotale.
Il suo primo incarico è nel seminario di Venegono Inferiore come vicerettore. Nel non facile clima di contestazione seguito al Sessantotto, con i ragazzi egli dimostra una rigorosa coerenza unita a una straordinaria capacità di comprensione e accoglienza.
Dopo tre anni, Isidoro viene assegnato alla basilica di San Giovanni a Busto Arsizio, in provincia di Varese. La sua vita pastorale è piena di impegni: educatore in oratorio nei primi anni, insegnante di religione nel liceo classico cittadino, membro del consiglio presbiterale diocesano, direttore del settimanale diocesano “Luce” nell’edizione dell’Alto milanese. Isidoro è molto apprezzato per le sue fini qualità intellettuali, ma è soprattutto sull’altare e nel confessionale che esprime il suo valore: è una guida spirituale instancabile e illuminata, le sue omelie lasciano il segno e il suo rapimento durante la celebrazione eucaristica ne rivelano la fede granitica e feconda. Nonostante i suoi molteplici impegni, infatti, Lolo è sempre pronto a visitare gli ammalati e le persone sole e a prendersi a cuore gli sbandati. Tra loro c’è un ragazzo psicolabile, Maurizio, che don Isidoro cerca in tutti i modi di riabilitare facendolo anche assumere nella redazione del “Luce”.
Anche il suo stile di vita ricalca i dettami evangelici: don Isidoro è astemio e si ciba solo dell’indispensabile, il suo abbigliamento è decoroso ma usurato dal tempo, all’auto preferisce la bicicletta, che usa anche per tenersi in forma, difficilmente accetta regali e rifiuta persino i caffè, tiene per sé solo il necessario e regala ai poveri tutto ciò di cui dispone: denaro, cibo, maglioni, persino il pigiama.
Negli anni Ottanta il dilagare dell’eroina tra i giovani non lo lascia indifferente: per loro apre un punto di ascolto e poi, confidando solo sulle forze proprie e di altri volontari, ristruttura una cascina per farne il centro di recupero “Marco Riva”. Rubando il tempo al sonno, studia libri di psicologia ed elabora un metodo di riabilitazione condensato nel volume: “Dallo sballo all’empatia”, ancora oggi alla base del lavoro della comunità.
La notte del 14 febbraio 1991 Maurizio, geloso delle attenzioni che il sacerdote riservava agli altri bisognosi, va a cercare Lolo alla “Marco Riva” armato di coltello. Il sacerdote viene messo in guardia dalla madre del ragazzo, ma lo affronta comunque da solo, per non mettere in pericolo gli altri. Una pugnalata al cuore gli è fatale: don Lolo muore a 46 anni, come aveva spesso profetizzato agli amici, pochi mesi dopo aver scritto il suo testamento spirituale, un vero capolavoro di religiosità che si conclude con questo appello:
Sorelle e fratelli che mi avete conosciuto, accorgetevi che Gesù, Emmanuele, Cristo Signore è davvero in sovrabbondante, gioiosa pienezza Via, Verità, Vita.
In Lui, con Lui, per Lui, scoprite quanto è bella la vita, in tutte le sue espressioni autentiche. Essa, può, forse, sembrare breve, deludente, anche crudele; è invece l’appuntamento e il cammino con l’immolarsi di Gesù per noi, perché noi possiamo credere, sperare, amare fino alla Risurrezione, fino alla vita eterna.
Davanti a qualsiasi fratello, abbiate il coraggio di non chiudere né mente, né cuore; Gesù ce ne rende capaci e ci fa avere il “Suo centuplo”.
Ricordatevi che, credendo in Cristo, abbiamo la incommensurabile ricchezza di poter pregare; non rinunciate mai a mettervi sempre quali discepoli che vogliono imparare a pregare.
Adesso, sapendo che ogni giorno è reso dallo Spirito Santo Pentecoste, uniti a Maria che ci è Madre e Maestra nel permettere alla parola di Dio di illuminare e glorificare l’uomo, ricordando un poco pure me, elevate insieme la preghiera che il Vangelo di Gesù ci insegna: Padre Nostro….


Il testamento viene letto durante la cerimonia funebre, celebrata da 150 sacerdoti e due vescovi e cui partecipa una folla immensa, stimata dalle cronache giornalistiche intorno alle 20mila persone. Alla messa di suffragio che l’aveva preceduta, il cardinale Carlo Maria Martini, allora arcivescovo della diocesi di Milano, aveva detto: “Sono certo che questa morte sarà un grande segno evangelico. Non è una morte come le altre, non è una semplice disgrazia, non è una semplice perdita di un prete giovane da cui speravamo molto per la diocesi, non è un semplice vuoto ma un grande segno evangelico e voi tutti che siete venuti qui, che lo avete conosciuto, lo sentite profondamente come un grande segno evangelico per un mondo distrutto dall’odio. […] E io oso affermare che questo segno non sarà solo per questa comunità, non sarà solo per la città di Busto Arsizio, sarà per tutta la diocesi, per tutto il clero. Chissà che un giorno non possa essere un segno per tutta la Chiesa e fare parte della santità della Chiesa”.
L’auspicio del Cardinale è stato raccolto dall’Associazione “Amici di don Isidoro”, sorta nel 2007 a Busto Arsizio e attiva negli stessi campi che il sacerdote aveva particolarmente a cuore, oltre che nel conservarne il ricordo e la testimonianza.
A fronte della perdurante fama di santità, alla fine del 2013 il cardinal Angelo Scola, arcivescovo di Milano, ha inviato una lettera all’Associazione tramite il suo delegato monsignor Ennio Apeciti, dando il proprio benestare all’inizio della fase preparatoria del suo processo di beatificazione.
I resti mortali di don Isidoro sono sepolti nel cimitero monumentale di Busto Arsizio, presso la cappella riservata ai sacerdoti della città.

PREGHIERA

Padre onnipotente,
Tu hai donato a don Isidoro
di vivere il suo ministero sacerdotale
e di testimoniare con gioia e con fermezza
la sua fede in Te Via, Verità, Vita.

Signore Gesù,
Tu ne hai alimentato la speranza,
che lo ha sorretto nella sfida coraggiosa
a farsi carico del male altrui,
per trasformarlo in opportunità di riscatto,
alla luce del Tuo amore.

Spirito dell’Amore,
Tu hai infiammato la sua carità
rendendolo desideroso di farsi vicino
a chi era solo, ammalato, povero, fragile,
per testimoniargli la vera libertà
e pienezza di vita,
che Tu solo doni.

Trinità d’amore,
fa’ che anche noi,
sull’esempio di don Isidoro,
liberati da ogni egoismo e paura,
impariamo ad amarTi,
riconoscendo in ogni fratello
piegato dal dolore,
il Tuo santo volto ferito
e umiliato per amore.

Per sua intercessione, concedici,
Ti preghiamo
la Grazia che tanto desideriamo,
perché sia presto annoverato
tra i beati e i santi della Chiesa.

Amen

Pater, Ave, Gloria

Imprimatur in Curia Arch. Mediolanensis
5 dicembre 2013
+ Mons. Angelo Mascheroni


Autore:
Cristina Tessaro ed Emilia Flocchini


Note:
Per informazioni:
Amici di Don Isidoro Meschi
c/o Parrocchia di San Giuseppe Viale Stelvio 2, 21052 Busto Arsizio (VA)
www.donisidoro.it - www.facebook.com/donisidoromeschi

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Aggiunto il 2017-02-14

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