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Padre Felice Mansueto Bollini Salesiano

Testimoni

1 aprile 1910 20 novembre 1999


Un grande missionario il padre Felice Mansueto Bollini, che operò in India, nella regione dell’Assam, per 67 anni. È certamente stato uno grande salesiano e un grande apostolo che ha lasciato una impronta indelebile  del suo passaggio.
Don Felice Mansueto Bollini.Quando iniziò la più terribile guerra che mai l’umanità abbia sopportato, la seconda guerra mondiale, don Felice era già in India, nell’Assam: un italiano in terra ancora sotto il dominio inglese; Ghandi aveva offerto appoggio morale alla Gran Bretagna, e questo bastò perché i missionari italiani fossero considerati nemici, essendo alleati della Germania di Hitler. Così il padre Bollini fu internato, insieme a molti altri missionari, nei campi di concentramento di Deoli e Dehara-Dun, dove nel 1943 fu ordinato sacerdote. Proseguì la teologia nei campi di concentramento inglesi. Dopo il rilascio dalla prigionia, dal 1° aprile 1944 al novembre 1945 ricoprì la carica di amministratore della scuola dei salesiani di Saharanpur nell’Uttar Pradesh. Dal suo diario: “In principio di novembre 1945, dopo 21 mesi passati nei campi di concentramento di Deoli e 19 mesi nella nostra scuola di Sharanpur, con mia grande gioia potevo ritornare in Assam. Iniziai il mio lavoro missionario a Barpeta, fra le tribù di Boro”. E proprio qui cominciarono la sua vita avventurosa e il suo infaticabile lavoro di missionario, intento anno dopo anno a costruire piccole chiese e scuole per l’istruzione dei ragazzi, ad aiutare i poveri e gli ammalati, a evangelizzare quelle terre ancora lontane dal vangelo.

Profilo essenziale

Felice era nato a Castellanza (provincia di Varese) il 1° aprile 1910, in via Marnate 31 (ora via Marconi), alle 3.30 del mattino. Riferendosi a se stesso e alla sua vita, egli si è sempre descritto utilizzando il termine “buddhu”, che, in uno dei tanti dialetti parlati nella regione nord-orientale dell’India, l’Assam per l’appunto, significa “burlone”. Felice, Mansueto e… Burlone! Manco male! Ma nella realtà se non fu l’opposto, poco ci manca. Nella scuola del paese frequentò le elementari e, terminata la sesta, all’età di dodici anni, lasciò la scuola e cominciò a lavorare in una fabbrica tessile. Oggi ci si scandalizza, perché era un minore. Ma allora era la regola. Il suo lavoro consisteva nel candeggiare i tessuti. Durò poco, perché dentro sentiva imperiosa un’altra chiamata. Come scrisse nella domanda di ammissione al noviziato, aveva confidato al suo confessore il desiderio di diventare missionario. Così, a 18 anni, diede una sterzata ad U alla propria vita e s’incamminò per un nuovo sentiero. Ricordava: “Fui molto colpito dalla figura di don Umberto Mombellu, il prete coadiutore nella mia parrocchia; era molto devoto e la sua condotta esemplare; decisi quindi che sarei diventato anch’io prete”. Fu proprio don Umberto ad accompagnarlo in seminario a Milano, ma la fortuna volle – fortuna per i salesiani, ovviamente – che non ci fosse posto (vallo a raccontare oggi!), per cui il prete deviò verso la casa salesiana di Ivrea. Don Ambrogio Rossi, il direttore, sebbene anche il suo collegio fosse al completo, si diede d’attorno e riuscì a trovargli un posto. E Felice arrivò all’istituto missionario “Cardinal Cagliero” di Ivrea il 29 dicembre 1928. Studiò come aspirante per quattro anni, poi fu accettato per le missioni dell’Assam. Il 23 ottobre 1932 partì dal porto di Genova e il 30 ottobre arrivò a Bombay; da lì proseguì per Shillong, dove arrivò il 4 novembre. Proprio quel giorno moriva don Umberto. Il suo ricordo lo accompagnerà per tutta la vita: “Sarò sempre riconoscente al Signore per avermi dato la vocazione missionaria e a don Umberto per avermi aiutato a realizzarla”. Era iniziata per lui una straordinaria esperienza, destinata a maturare e arricchirsi nel tempo. Dopo i due anni di filosofia fu inviato a Guwahati per il tirocinio pratico. Imparò sul campo a fare il salesiano. Nel 1939 tonò a Shillong per iniziare la teologia presso lo studentato teologico del Sacro Cuore.

Via dall'Assam

Nel novembre del 1946, quando il governo chiese ai missionari di lasciare l’Assam, padre Felice fu mandato a Golaghat a rimpiazzare padre John Bennet. “Presto venne anche l’ultimo giorno e la separazione. Nessuno dei presenti immaginava che non ci saremmo più riveduti. Ci lasciammo alle grida di ‘Arrivederci a presto! Vieni a passare il Natale con noi!’ I bambini erano quelli che facevano più fracasso. Senza che io lo sapessi, ponevo termine alla prima fase della mia vita missionaria”.
Don Felice rimase a Golaghat nell’alto dell’Assam dal 1946 al 1969. Golaghat, a quel tempo, era un borgo di qualche migliaio di abitanti, ubicato alla confluenza dei fiumi Diiang e Doisiri, nella provincia di Sibsagar. La sua residenza era situata a nord della città. La ferrovia divideva la proprietà in due parti. La missione si trovava nella foresta, ed era costituita da piccoli fabbricati coperti di lamiera: la chiesa, la scuola e la residenza del padre. Il quale dal canto suo non si lasciò intimorire dallo squallore delle abitazioni, né dai pericoli della foresta, e si buttò a capofitto nel lavoro, tanta era la determinazione che non si fermò neanche durante la temporanea invasione cinese del 1962.

L’ultima fase

Nel 1976 tornò a rivedere l’Italia e i suoi parenti, ma ripartì per l’India l’8 settembre dello stesso anno. Il 22 poté iniziare il suo nuovo lavoro: costruire con due fratelli indiani, esperti di agricoltura, una scuola agricola a Umran, 35 km da Shillong. Riuscì nell’impresa, cavandosela in modo egregio. Nel febbraio del 1986, papa Giovanni Paolo II visitò Shillong, capitale della regione Meghalaya, in occasione del centenario della venuta dei primi missionari, i salvatoriani tedeschi. Riflettendo sugli inizi della sua vita missionaria, padre Bollini constatò con comprensibile soddisfazione: “Allora Shillong era l’unica diocesi di tutto l’Assam, ora ce ne sono ben otto. I Vescovi sono tutti indiani ed ex allievi delle nostre scuole. Se n’è fatto di progresso in questi 50 anni!”. Nel 1990 le primavere trascorse dal nostro “don” erano già 80 e la fatica nel lavoro non era più un optional di cui ci si poteva non curare. Trascorsero nove anni in cui Felice si dedicò all’insegnamento, alla direzione spirituale e alle confessioni. Nel 1999 morì, dopo 67 anni di vita in India, di cui 36 di vita missionaria attiva. Anzi, attivissima.


Autore:
Giorgia Frisina


Fonte:
www.sdb.org

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Aggiunto/modificato il 2011-05-12

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