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Beato Juan de Palafox y Mendoza Vescovo

1 ottobre

Fitero, Spagna, 24 giugno 1600 - Osma, Spagna, 1 ottobre 1659


Juan de Palafox y Mendoza nacque nel 1600 nella cittadina di Fitero, dove trascorse l'infanzia. Fece gli studi universitari a Huesca, Alcalá e Salamanca. Nel 1626 entrò al servizio della monarchia. Divenne sacerdote nel 1629 e dieci anni dopo ricevette l'ordinazione episcopale. Nominato vescovo di Puebla de los Ángeles in Messico (Nuova Spagna) ebbe importanti responsabilità come viceré e visitatore apostolico. Sia lì sia, in seguito, nella provincia di Soria, si distinse come zelante pastore. Morì a Osma nel 1659.
Gli storici ne ricordano l'intelligenza, l'integrità, l'energia, la preparazione intellettuale e la volontà, giungendo a definirlo "uno degli uomini più brillanti della sua generazione (...), probabilmente la figura più interessante e forse più importante di tutta la storia del Messico del XVII secolo" (J. I. Israel).
La sua figura risulta ricca e poliedrica: Juan de Palafox fu vescovo, pensatore politico, viceré e visitatore della Nuova Spagna, riformatore, fecondo scrittore, poeta, editore e commentatore di santa Teresa, mecenate delle arti e della musica, protettore degli indios, legislatore e asceta, e insieme uomo dalla profonda spiritualità.
La sua vita pubblica si svolse nella Spagna di Filippo III e Filippo IV. Da quest'ultimo monarca ricevette importanti nomine come uomo di fiducia e di comprovata lealtà. La Spagna della metà del XVII secolo presenta un quadro storico diviso: un primo momento, fino al 1640, che non coincide completamente con la decadenza, e un secondo momento, a partire da quell'anno, quando Palafox parte per le terre della Nuova Spagna, in cui si manifesta in modo evidente il declino del potere spagnolo, sia all'interno sia all'esterno del Paese. Di fatto la sua figura, in ascesa grazie alla protezione di Olivares, avrebbe iniziato a tramontare per numerosi motivi con la caduta del valido ("favorito").
Furono anche decenni di trionfo della cultura barocca, di applicazione dei decreti tridentini, anni in cui gli Stati procedevano lungo la via dell'assolutismo. Ma anche decenni in cui l'egemonia culturale, scientifica, economica e politica si spostò dal Mediterraneo al Nord Europa. Fu un'epoca di crisi, di guerre, di pestilenze, realtà a cui Palafox dovette far fronte.
L'anno 2000, giubileo del terzo millennio, è stato decisivo per il recupero della coscienza storica del venerabile Juan de Palafox. A ciò hanno collaborato diversi eventi religiosi, accademici e culturali in Spagna e in Messico. Vorrei, in particolare, ricordare il congresso "Palafox, cultura, Chiesa e Stato nel XVII secolo", tenutosi all'università di Navarra, e la mostra "Il viceré Palafox", a cura di Ricardo Fernández del Dipartimento delle arti della stessa università. Allestita a Madrid, Fitero e El Burgo de Osma, la mostra è poi approdata a Roma nella chiesa nazionale spagnola di Santiago y Montserrat.
In un recente viaggio a Puebla de los Ángeles - dove Palafox passò i migliori anni della sua vita in circostanze non facili - ho potuto constatare l'intensa attualità del ricordo e la consapevolezza della sua figura da parte della gente. Quella grande città non si può scindere dalla figura di Palafox. La sua cattedrale, la Biblioteca Palafoxiana e altri monumenti parlano della fecondità del suo lavoro. Allo stesso modo, il vescovo Palafox continua a essere un punto di riferimento ineludibile per la protezione che offrì ai più bisognosi, e in particolare agli autoctoni di quelle terre, e anche per il suo deciso sostegno alla partecipazione dei creoli al governo, sia ecclesiastico che civile, della Nuova Spagna.
Quel giovane nelle cui vene scorreva il nobile sangue aragonese era stato "attirato" dal conte duca di Olivares, come chiaro esempio della politica di richiamo della nobiltà periferica verso la corte di Madrid. Palafox rimase sempre fedele al suo mentore persino quando, anni dopo, nei suoi scritti si rivelò contrario alla privanza (cioè il favoritismo da parte di un re). La lealtà del vescovo-viceré sarà una delle sue qualità più evidenti, legata - secondo la recente interpretazione di uno storico moderno - al suo status di figlio naturale .
Quando Juan de Palafox giunse nelle terre di Puebla aveva già accumulato una grande esperienza di governo, grazie ai ruoli svolti nei consigli di guerra e delle Indie e ai suoi contatti con l'élite di quella generazione, dove la parola "riforma", secondo Elliott, era un vero motto di governo e di comportamento. Le sue doti di uomo di Stato divennero ancora più evidenti nel corso della sua tappa nelle Indie. Dopo aver analizzato in extenso sia il suo operato a Puebla e a Osma, sia il suo programma di riforme nella Nuova Spagna, non v'è dubbio che ci troviamo di fronte a un personaggio che fu un autentico antesignano per la sua epoca.
La lealtà di Juan de Palafox sarà una delle sue qualità più evidenti, insieme alla preoccupazione per la giustizia e per il ruolo dell'ordinamento giuridico. È famosa la sua sentenza secondo cui "le leggi che non si fanno osservate sono corpi morti che intralciano le strade, sui quali i magistrati inciampano e i sudditi cadono".
Questo profondo senso della giustizia fu qualcosa di connaturale alla sua persona e al suo agire. Per tutta la vita si mostrò profondamente sensibile verso l'ingiustizia, nella convinzione che la "giustizia distorta non è giustizia". Accanto alla lealtà e alla giustizia, la prudenza, la rettitudine e la capacità di osservazione furono qualità caratteristiche del vescovo-viceré.
Palafox, però, non si limitò a essere un grande pastore, uomo di governo e riformatore, ma scrisse e teorizzò anche sul pensiero politico. L'illustre storico messicano morto di recente, il professor Ernesto de la Torre Villar, lo definì uno zoòn politikòn, un uomo con l'abito talare che svolse importantissimi incarichi politici, come governatore del più ricco e vasto vicereame del Nuovo Mondo, senza smettere però di essere, innanzitutto e soprattutto, un uomo profondamente spirituale.
Palafox parte dall'analisi delle Sacre Scritture, dai precetti sicuri e inequivocabili per ordinare e reggere la cristiana monarchia spagnola, opponendosi alle teorie di Machiavelli e di Bodin. Nel ricco contenuto della sua Historia real sagrada risaltano quelle parti in cui parla della funzione della Chiesa, del potere civile e politico. Stabilisce le condizioni per essere un buon governante, affronta il bisogno di pace, analizza la responsabilità dei politici, offre alcuni consigli per il buon governo e non smette di parlare di virtù, come la giustizia, la prudenza e la forza, senza dimenticare il trattamento umano, privo di offese e di ingiurie, da riservare ai sudditi.
Di recente ho potuto verificare la sua prassi politica rileggendo alcuni paragrafi delle sue Obras completas, nella magnifica prima edizione del 1762, e alcune delle ultime pubblicazioni sulla sua figura. Hanno attirato la mia attenzione molti dei suoi giudizi, fra cui quelli che ripeteva sempre, riferendosi ai posti e agli incarichi: "Le persone si devono cercare per i posti e non i posti per le persone, esaminando quale soggetto si addice a quel regno e non quale regno si addice a quel soggetto", per poi aggiungere, con amarezza di fronte a un nobile aragonese, "marchese mio, non ti stupire; ridi e piangi quando vedo tanti uomini senza lavoro e tanti lavori senza uomo".
Nel 1649 Palafox tornerà in Spagna richiamato da Filippo IV e servirà nel Consiglio di Aragona fin al 1654, anno in cui fu destinato alla diocesi di Osma. Vi si recherà contro il parere di molti dei suoi, e vi morirà nel 1659 in odore di santità, dopo un breve periodo come pastore esemplare e fecondo sia per il suo gregge, sia per la sua edificazione spirituale. Nella cappella della cattedrale a lui destinata, che il re Carlos III ordinò di costruire appositamente, riposano le spoglie di uno dei prelati più insigni della Chiesa. Di questa grande personalità, che fra breve diventerà beato, Benedetto XIII firmò l'introduzione della causa nel 1726, Benedetto XIV aprì il cammino per l'approvazione dei suoi scritti nel 1758 e, ai giorni nostri, Benedetto XVI ha approvato il decreto delle virtù eroiche (2009) e il decreto sul miracolo (2010).


Autore:
Jorge Fernández Díaz


Fonte:
Osservatore Romano

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Aggiunto il 2011-05-20

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