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Servi di Dio Martiri di Russia (Antonij Maleckij e 14 compagni)

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Il XX secolo ha apportato alla Chiesa cattolica nei territori della Russia e di tutta l'ex URSS molte sofferenze. Moltissimi cristiani, tra cui anche numerosi cattolici, hanno affrontato persecuzioni e la morte. Molti di costoro hanno offerto alla Chiesa e al mondo una vivida testimonianza della verità evangelica e un modello di autentica fedeltà a Dio, anche al cospetto della morte. L'esempio della loro eroica fede ha certamente un grande significato per tutta la Chiesa, soprattutto nella situazione odierna. Il programma “Nuovi martiri cattolici della Russia” è stato approvato dalla Conferenza episcopale della Federazione russa il 30 gennaio 2002. Lo scopo di questo programma è la preparazione del processo di beatificazione dei martiri cattolici della Russia nel XX secolo. Come coordinatore del programma è stato nominato il prelato Bronislaw Chaplickij. Al suo stadio attuale, il programma si prefigge lo scopo di rinvenire possibili candidati alla canonizzazione, di raccogliere i documenti che si sono conservati, le notizie e le testimonianze riguardanti la loro vita e la morte, di stabilire i fatti di un culto loro già tributato fra i credenti in Russia e in altri paesi, di compiere uno studio preliminare sui materiali raccolti.



«È adesso e soltanto adesso, mentre in intere regioni colpite dalla carestia le persone stanno mangiando la carne umana, e centinaia, se non migliaia, di corpi stanno ingombrando le strade, che noi possiamo (e quindi dobbiamo) confiscare i beni della Chiesa con la più selvaggia e spietata energia, senza fermarci davanti al timore di schiacciare ogni forma di resistenza. È precisamente adesso e soltanto adesso che la stragrande maggioranza delle masse rurali saranno dalla nostra parte o, per lo meno, non saranno in grado di sostenere [la resistenza religiosa]… Più grande sarà il numero di rappresentati del clero e della borghesia reazionaria che riusciremo a giustiziare meglio sarà». Così scriveva Lenin in una lettera, durante la terribile carestia che colpì Russia e Ucraina fra il 1921 e il 1922. Il tono e lo stile dello scritto ricordano molto da vicino le relazioni che generali e ufficiali repubblicani, durante la Rivoluzione Francese, inviavano a Parigi dalla cattolicissima Vandea, dove si consumò il primo genocidio della storia dell’Occidente. Da allora lo sterminio di popolazioni civili divenne, per questi regimi, non più un crimine, ma un “dovere repubblicano”, il modo più efficace di servire il «nuovo che avanza».
Lenin decretò, dunque, l’ora decisiva per sopprimere la Chiesa cattolica. Il leader sovietico voleva essere messo al corrente ogni giorno del numero dei preti giustiziati. Secondo padre Leopold Braun, sacerdote americano che officiava la chiesa di San Luigi a Mosca, nel 1934, le 3.300 chiese cattoliche e le 2.000 cappelle esistenti sul suolo russo vennero ridotte a due chiese, lasciate come dimostrazione pubblica a beneficio degli stranieri che, nonostante le accuse di persecuzione, in realtà il cattolicesimo era presente in Unione Sovietica, in ossequio al principio della libertà religiosa affermato dalla legislazione rivoluzionaria. È la beffa tragica dei regimi totalitari: irridere le proprie vittime assicurando loro formalmente ciò che, di fatto, viene loro tolto; e questo riguarda tutto, fino alla stessa vita ed esistenza.
«Se la rivoluzione messicana ha prodotto la più grande persecuzione contro i cattolici nel XX secolo, la rivoluzione russa ha inventato gli strumenti che sono diventati comuni non solo nelle persecuzioni religiose, ma in varie forme d’oppressione d’intere popolazioni», ha scritto lo storico Robert Royal nel libro «I martiri del Ventesimo secolo. Il volto dimenticato della storia del mondo» (Àncora, 2002). La Russia sovietica ha, infatti, creato un’estesa rete di campi di prigionia, i famigerati gulag, di cui ha portato aperta e coraggiosa testimonianza in Occidente Aleksander Sol×enitzyn. Fra gli intenti di questi campi di terrore, di sevizie, di torture e di morte, c’era anche (e, forse, soprattutto) quello di cancellare la religione. Quanti martiri in quei campi di orrore… La cosa spaventosa è che rischiano di essere dimenticati: della maggioranza di essi non esiste neppure un volto, neppure un nome… La grande e satanica abilità sovietica è stata proprio questa: far perdere le tracce della memoria, perché nulla è maggiormente temuto dai rivoluzionari della memoria; ricordare vuol dire far sapere alle generazioni successive che le loro radici, la loro civiltà affondano nel sangue di chi non ha rinnegato cristo di fronte alla barbarie. E questo, per loro, è inaccettabile, perché significa ammettere che c’è un prima della Rivoluzione, un prima che ha prodotto eroi e non solo sfruttatori e sfruttati, eroi massacrati dalla Rivoluzione stessa; esiste un prima in cui la fede infonde una forza tranquilla… E, se questo prima esisteva ed è stato spazzato via dalla Rivoluzione, non solo questa perde la sua stessa giustificazione storica, ma si rende possibile tornare a quel prima: e questo è l’incubo di ogni rivoluzionario!
Sebbene la Russia venga considerata come il principale Paese ortodosso, vi è stata al suo interno e per lungo tempo una numerosa popolazione cattolica. Quando nel 1772 ebbe luogo la prima spartizione della Polonia, quasi un milione di cattolici si aggiunsero a quelli che già erano sotto la giurisdizione russa. Fu la zarina Caterina II ad offrire speranze ai cattolici. Zone della Lituania, della Galizia e altri territori in cui erano presenti gruppi significativi di cattolici furono annessi alla Russia in successive revisioni dei confini. La Russia tentò di fare pressione sui cattolici per traghettarli alla Chiesa ortodossa, ma nel 1905 quando il governo zarista emise un editto di tolleranza 250.000 cattolici abbandonarono l’Ortodossia, per tornare alla fedeltà a Roma. All’inizio del Novecento si aveva l’impressione che per la Chiesa cattolica ci sarebbe stata una maggiore libertà di movimento sul suolo russo. Ma la speranza cadde ben presto con l’arrivo, nel 1917, dei bolscevichi al potere.
Il regime sovietico proclamò la separazione fra Stato e Chiesa all’inizio del 1918 e il 31 gennaio la «Pravda» rese noto che cosa significava quell’atto: tutti i fondi ecclesiastici e monastici sarebbero andati ai locali membri del Partito; le librerie e la stampa sarebbero state commissariate; «i nemici del popolo» (la massa informe di tutti coloro che l’oligarchia politica al potere pensava potessero, anche solo potenzialmente, nuocerle) dovevano essere registrati. Le scuole e i seminari vennero nazionalizzati. La Chiesa, ormai, come tutto il resto, apparteneva allo Stato.  I ventimila bambini delle scuole elementari, dirette dalla chiesa di Santa Caterina, non avrebbero più ricevuto un’educazione cattolica. Il seminario e le scuole superiori di Santa Caterina, con i suoi 1.500 alunni, vennero chiusi. Preti e religiosi erano considerati membri della «classe sfruttratrice».
Nell’aprile del 1919 l’arcivescovo Ropp dell’arcidiocesi latino-cattolica di Mogilev, responsabile dei cattolici romani di Russia, fu arrestato, accusato di speculazioni economiche illegali. Secondo le cronache del tempo, una domenica mattina a San Pietroburgo circa 3.000 cattolici sfilarono in segno di protesta sotto il quartier generale della Čeka, la polizia politica, che anticipò del KGB. La notte seguente, durante un rastrellamento, il governo cercò di catturare diversi sacerdoti, molti di loro riuscirono a fuggire, ma quattro furono presi: Ladislas Issajewicz, Anthony Racewicz, John Wasilewski Aleksei Zerchaninov. Gli ultimi due moriranno circa dieci anni dopo in un campo di prigionia.
L’arcivescovo Ropp, invece, venne risparmiato. Trasportato nel tristemente famoso carcere della Lubianka a Mosca e successivamente in quello di Butirka, gli fu poi permesso di vivere nella parrocchia moscovita dell’Immacolata Concezione con la condizione di tenersi lontano dalle questioni riguardanti i rapporti fra Stato e Chiesa e di astenersi dall’esercizio del ministero. Il Vaticano intervenne e si giunse ad un accordo. Non così accadde per il successore di Ropp, il polacco John Cieplak. Egli, insieme al suo assistente, monsignor Constantine Budkiewcz, a seguito di un processo-farsa, venne condannato a morte per attività antisovietica. Bisogna sapere che una buona parte dei cattolici in Russia era proprio di origine polacca e Lenin escogitò il modo di eliminarli, dichiarando che molti di essi erano spie oppure erano coinvolti nel promuovere gli interessi di un’organizzazione straniera, il Vaticano.
Scriveva, poco dopo la presa del potere da parte dei sovietici, il beato Leonid Fëdorov  all’arcivescovo di Lviv, in Ucraina, Andrei Sheptytskyi:
«Per la Chiesa stanno tornando i tempi di Diocleziano. Non è un’esagerazione, ma un dato di fatto […]. Ringraziamo Dio di tutto! È la giusta punizione del clero per l’indolenza, l’egoismo, il poco amore verso il gregge affidatogli. I fedeli stanno a guardare apaticamente le chiese abbandonate da Dio e devastate […]. Non avrei mai pensato che ci sarebbe stato chiesto di portare una croce tanto grande».
Fëdorov, martire della fede, sarà proclamato beato da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001 con altre 24 vittime del regime sovietico di nazionalità ucraina. Nacque il 4 novembre 1879 a San Pietroburgo da una famiglia ortodossa russa. Nel 1902 lasciò il seminario ortodosso e fece un viaggio a Roma, dove si convertì al cattolicesimo. Studiò nelle città di Anonia, Roma e Friburgo. Il 25 marzo 1911 ricevette l’ordinazione presbiterale in Bosnia come greco-cattolico, cioè di rito bizantino. Due anni dopo divenne monaco nel monastero di San Teodoro lo Studita. In seguito fece ritorno a San Pietroburgo per venire deportato, su ordini del governo bolscevico, in Siberia, ma venne liberato dopo poco, nel 1917, quando impazzava ancora la Rivoluzione. Benedetto XV lo nominò Esarca dei Cattolici Russi di rito bizantino. Nel 1923 fu arrestato una seconda volta e condannato a dieci anni di prigionia: venne deportato nelle isole Solovki sul Mar Bianco ed a Vladka. Morì il 7 marzo 1935, presso Kirov. Già nel 1937, con l’appoggio nel metropolita ucraino Sheptytsky, iniziò l’iter diocesano per la sua elevazione all’onore degli altari.
Con l'avvento al potere dei comunisti in Russia (1917-18), la proprietà dell'arcipelago Solovki e dei suoi edifici venne requisita dallo Stato. Per le sue caratteristiche peculiari (luogo molto isolato, quasi inospitale, da dove è difficile entrare ed uscire) venne scelto fin dal 1921 come sede di uno dei primi campi di lavoro del regime sovietico. Vi vennero inviati criminali comuni, ma anche oppositori politici, religiosi, membri dell'alta società zarista. Uno dopo l'altro, vennero aperti nuovi campi di detenzione.
Nel 1929 si contavano nelle sei isole ben 39 campi di lavoro e si arrivò ad avere, contemporaneamente, 70.000 persone. Negli anni trenta i detenuti più rappresentati furono contadini: il 67% dei reclusi. Nell'ottobre 1937 vi fu un'enorme esecuzione di massa: vennero giustiziati 1.115 internati. I gulag vennero chiusi nel 1990, all'indomani dello scioglimento dell'URSS. Aleksandr Solzhenicyn ne fece il prototipo dell'universo concentrazionario sovietico nella celeberrima opera Arcipelago Gulag (1973): «La specificità del Gulag è frutto dei principi sperimentati alle Isole Solovki: l'utilizzo dei forzati per risparmiare, il prolungamento arbitrario della detenzione con nuove condanne all'esilio, la subordinazione dei detenuti politici ai criminali, l'interdipendenza tra razione alimentare e lavoro e, infine, l'umiliazione costante dei prigionieri attraverso un regime che calpesta i diritti umani più elementari».
Adolf Hitler, ben prima della sua ascesa al potere (gennaio 1933) aveva mandato suoi emissari nelle isole Solovki per "studiare" il sistema concentrazionario sovietico. I risultati soddisfarono i nazisti e la Germania nazista riprodurrà quei campi di lavoro dieci anni dopo.
In tutta la Russia venne progressivamente rafforzato l’intervento della polizia. La brutalità e la ferocia giunse ad apici spaventosi: gli oppositori del regime si seppellivano vivi. Anche nella grande arcidiocesi di Mogilev furono perpetrate  atrocità simili. Parallelamente ai massacri, il governo sovietico iniziò a realizzare una campagna massiccia di propaganda ateistica e, nonostante l’economia fosse in grave difficoltà, vennero affrontati costi impressionanti nell’editoria per divulgare il pensiero materialista. E gli effetti furono pressoché immediati. Per esempio, a Smolensk la chiesa cattolica dell’Immacolata Concezione nel 1904 contava 6.400 parrocchiani, agli inizi degli anni Venti soltanto 100. Verso la fine del 1922 a Petrograd tutte le chiese, circondate da truppe militari, furono chiuse.
Con il pretesto della carestia lo stato di polizia saccheggiava le chiese, sia cattoliche che ortodosse, ma anche le sinagoghe. Tuttavia la propaganda ateistica non rallentò.
Nel marzo del 1923 l’arcivescovo John Cieplak, monsignor Budkiewicz, l’esarca Fëdorov, tredici sacerdoti e un laico, James Sharnas, che avevano osato protestare per la chiusura della chiese di Petrograd, furono, inscenando una grande farsa, processati. Le accuse travolsero tutte le attività religiose o le varie forme di resistenza alla persecuzione sovietica, indicandole come crimini politici o attività sovversive e la corte, in pratica, non era formata da giudici, bensì da persecutori e aguzzini. Uno di essi disse a padre Michael Rutkowski che, quando si era inginocchiato e messo a pregare, vedendo che non riusciva a fare nulla per impedire alla milizia di saccheggiare la chiesa dell’Assunzione, aveva compiuto «un atto controrivoluzionario». Inoltre dichiarò all’arcivescovo che insegnare religione ai bambini era un atto terroristico. Ma non basta, vennero accusati, per non voler consegnare gli oggetti sacri al governo, di sedizione; di cospirazione a danno degli interessi sovietici. Il tragico processo si concluse la domenica delle Palme del 1923: Cieplak e Budkiewicz furono condannati a morte, gli altri alla detenzione. Le pressioni diplomatiche di Stati Uniti, Belgio e Gran Bretagna, in unione con altri stati e con le autorità religiose, ottennero la grazia per l’arcivescovo. Mentre monsignor Budkiewicz venne fucilato all’alba del 1° aprile 1923, la domenica di Pasqua, divenendo il primo martire ufficiale, sotto il regime sovietico, di cui si ha testimonianza.
Nel 1925 il numero dei preti cattolici in Russia scese da 245 a 70. Negli otto anni che vanno dalla rivoluzione bolscevica l 1925 sono misteriosamente scomparsi circa 200 mila cattolici, dei quali non è mai giunta voce e documentazione. A Mosca e a Pietrogrado furono numerosissimi gli arresti di sacerdoti, suore e laici. Un’intera comunità di monache domenicane venne incarcerata con la sua madre superiora, suor Anna Abriskosova: nessuno ha più avuto loro notizie.
Dopo il processo dell’arcivescovo Cieplak e la sua successiva espulsione in Lettonia nel 1924, anche gli altri rappresentanti della gerarchia cattolica furono costretti alla fuga e da qual momento in poi, il Cremlino si oppose alla nomina di nuovi vescovi, almeno finché la Santa Sede non avesse riconosciuto ufficialmente il governo sovietico.
La Chiesa, come ricorda Papa Pio XI (1857-1939) nell’enciclica Divini Redemptoris del 1937 (n. 4), ha condannato il comunismo già prima che fosse pubblicato, nel 1848, il Manifesto del Partito Comunista, precisamente nel 1846, con l’enciclica Qui pluribus del Beato Pio IX (1792-1878). La stessa Divini Redemptoris, pubblicata cinque giorni dopo l’enciclica sul nazional-socialismo, Mit brennender Sorge, costituisce la più articolata analisi del fenomeno comunista da parte della Chiesa. Ma i documenti magisteri ali e non della Chiesa sono centinaia e centinaia, e fra i più recenti spiccano l’istruzione della Congregazione per la Dottrina della Fede (allora presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger) Libertatis nuntius su alcuni aspetti della «teologia della liberazione», del 1984, e i riferimenti al marxismo nell’enciclica Spe salvi, del 2007, di Benedetto XVI:
«Dopo la rivoluzione borghese del 1789 era arrivata l'ora per una nuova rivoluzione, quella proletaria: il progresso non poteva semplicemente avanzare in modo lineare a piccoli passi. Ci voleva il salto rivoluzionario […]. Essendosi dileguata la verità dell'aldilà, si sarebbe ormai trattato di stabilire la verità dell'aldiquà. La critica del cielo si trasforma nella critica della terra, la critica della teologia nella critica della politica. Il progresso verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono, non viene più semplicemente dalla scienza, ma dalla politica – da una politica pensata scientificamente, che sa riconoscere la struttura della storia e della società ed indica così la strada verso la rivoluzione, verso il cambiamento di tutte le cose. […]. La sua promessa, grazie all'acutezza delle analisi e alla chiara indicazione degli strumenti per il cambiamento radicale, ha affascinato ed affascina tuttora sempre di nuovo. La rivoluzione poi si è anche verificata nel modo più radicale in Russia. Ma con la sua vittoria si è reso evidente anche l'errore fondamentale di Marx. Egli ha indicato con esattezza come realizzare il rovesciamento. Ma non ci ha detto come le cose avrebbero dovuto procedere dopo […]. Allora tutto avrebbe potuto procedere da sé sulla retta via, perché tutto sarebbe appartenuto a tutti e tutti avrebbero voluto il meglio l'uno per l'altro. Così, dopo la rivoluzione riuscita, Lenin dovette accorgersi che negli scritti del maestro non si trovava nessun'indicazione sul come procedere. Sì, egli aveva parlato della fase intermedia della dittatura del proletariato come di una necessità che, però, in un secondo tempo da sé si sarebbe dimostrata caduca. Questa “fase intermedia” la conosciamo benissimo e sappiamo anche come si sia poi sviluppata, non portando alla luce il mondo sano, ma lasciando dietro di sé una distruzione desolante». La materia, alla quale si era tanto inneggiato, venne distrutta con una pessima e sperequativa economia e quella politica che non contava su Dio, perché la religione era considerata come «oppio dei popoli», non contava neppure sull’uomo e lo divorava nella sua macchina infernale di morte.
Non volendo lasciare la Russia senza gerarchia cattolica, né cedere ai ricatti, Papa Pio XI decise di far ordinare, in segreto, un assunzioni sta francese, padre Eugène Neveu, che aveva vissuto per vent’anni in Russia. Neveu fu ordinato Vescovo a Mosca il 21 marzo 1926. Egli volle affrontare con coraggio la persecuzione comunista e pronunciò parole forti e chiare. La polizia segreta iniziò subito a sorvegliarlo. In qualità di cappellano dell’ambasciata francese, il Vescovo Neveu non poteva essere espulso facilmente dall’URSS: non c’era altro metodo per il Kgb che inventare delle accuse contro di lui, facendolo passare come un «agente del Vaticano». Il Kgb, attraverso spie infiltrate fra i suoi domestici, gli inservienti dell’ambasciata francese e i fedeli di San Luigi, scoprirono che il Vescovo passava notizie in Occidente, riguardanti i preti deportati nei campi di prigionia e preti uccisi, perciò fu iscritto nella lista nera dei «controrivoluzionari». Un’accusa speciale che gli veniva rivolta era quella di sostenere con fondi esteri gli «attivisti cattolici». D’altra parte Neveu soccorreva non solo sacerdoti, ma anche ordini religiosi, orfani e famiglie. Egli definì alcune suore domenicane «eroiche donne russe» raccolte intorno alla bella figura di Anna Abrikosova. Furono monache molto coraggiose ed una di loro, prima di essere deportata in un campo di lavoro, come accadde ad altre consorelle, anche torturate, ebbe a dire: «Sono cattolica e me ne vanto, sono domenicana e ne sono orgogliosa. Non avete nessun diritto di condannarmi per questo, perché Dio non è il capo di un partito religioso e perché gli insegnamenti di Gesù non sono un programma politico, ma sono amore e misericordia».
I detenuti imprigionati per motivi religiosi erano torturati non solo fisicamente, ma anche moralmente. I carcerieri, ateisti militanti, li vessavano e li schernivano continuamente. Padre Pietro Leoni, un gesuita italiano, che si era preparato alla missione studiando al Russicum di Roma, rimase nei campi di prigionia dal 1945 al 1955, ma, forte nella fede, riuscì a superare le vessazioni psicologiche.
Le stime riguardanti tutti i territori dell’URSS ammontano, prima del grande Terrore della metà degli anni Trenta, a 19 milioni di persone catturate.
Lascia scritto padre Felix Lubicinski, arrestato per la prima volta in Ucraina con l’imputazione di «istruzione illegale di catechismo»: «Se si perde la fede, si perde se stessi e allo stesso tempo la propria moralità, trasformandosi in bestie. Tutti i violenti, senza eccezioni, al di là dei modi in cui definiscono se stessi, hanno la stessa filosofia: “Se Dio non esiste, tutto è permesso”. Morì nel 1931 a causa della spietata vita del campo.
I sovietici usavano i detenuti per la costruzione  di un canale fra il Mar Bianco e il Mar Baltico. Il lavoro disumano constava nel trasportare blocchi di ghiaccio e nel tagliare il legname per 16 ore al giorno e sette giorni alla settimana. Il nutrimento era decisamente inadeguato e insufficiente; il freddo era terribile e le baracche erano sovraffollate. Eppure in questi luoghi di schiavitù, di tortura e di morte il Credo dei perseguitati era assai potente e il grido di Fede si alzava alto come il volo delle aquile. Spesso si riuscì ad allontanare la disperazione, come ci dimostra la splendida testimonianza di un giovane sacerdote, don Boleslas Sloskans, che scrisse, dalle Isole Solovki ai suoi genitori, parole di struggente e incomparabile Verità cristiana, arrivando a sperimentare la felicità nella più cruda sofferenza, causata dagli aguzzini, che lui imparò ad amare:
«Cara mamma, caro papà,
può darsi che abbiate già saputo del mio arresto attraverso i giornali. Solo ora, dopo sei mesi,  ho avuto il permesso di scrivervi. Ricordate le parole del Signore: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno il potere di uccidere l’anima […]”. È esattamente questo ciò di cui sto facendo esperienza: tutto quello che Dio dispone o permette accade soltanto per il nostro bene. Negli ultimi quindici anni non ho mai ricevuto tante grazie come in questi cinque mesi di prigionia. Il carcere, fatta eccezione per il rammarico di non poter celebrare la messa, è stato l’evento più grande e più straordinario della mia vita interiore. Cari genitori, pregate per me, ma senza paura o tristezza nei vostri cuori. Aprite i cuori al suo grande amore. Sono così felice, ora, d’essere pronto ad amare ogni essere umano senza eccezione, anche coloro che non meritano d’essere amati: sono loro ad essere i più infelici».


Autore:
Cristina Siccardi


Note:
Per approfondire: www.it.catholicmartyrs.org

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Aggiunto/modificato il 2011-12-31

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