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Ruggiero Peschechera Giovane laico

Testimoni

Barletta, Bari, 19 ottobre 1968 - 15 aprile 1992


Buon anno!
La mezzanotte dell’ultimo giorno dell’anno è sempre un momento tanto atteso da tutti per aprire una bottiglia di champagne, per scambiarsi gli auguri del nuovo anno che inizia, per allontare, almeno per un po’, i motivi di preoccupazione e aprire la porta alla speranza.
Ma se tra i familiari c’è una persona cara che sta lottando in ospedale contro un brutto male, come in genere si chiama il tumore, quasi a nasconderne la sua malignità, non si ha davvero lo spirito giusto per far festa.
Era così per i familiari di Ruggiero, la sera del 31 dicembre 1991. Si trovavano non nella propria e amata casa di Barletta, bensì in Francia, a Lione (Lyon), dove il figlio o fratello più giovane era ricoverato da più di tre mesi, in perenne lotta contro la sua terribile malattia. Quando dunque a mezzanotte precisa, in casa di Padre François, dove erano ospiti i più stretti parenti di Ruggiero, si sentì suonare il telefono, si pensò subito alla catastrofe. E invece al telefono Carmela sentì la viva voce di suo fratello Ruggiero che dalla camera sterile, dove era rinchiuso da più di quindici giorni, volle augurare a tutti il suo “Buon anno!”.
Gli sarebbero rimasti solo tre mesi e mezzo di vita, la situazione non era per nulla felice, ma Ruggiero Peschechera era fatto così. Aveva avuto solo un comprensibile iniziale smarrimento quando aveva scoperto il suo male nel febbraio di quel 1991, ma poi recuperata la sua abituale serenità, fino al giorno prima della morte continuerà a sprizzare gioia, a infondere fiducia e speranza, a progettare il suo futuro, a pregare il Signore, a sorridere e scherzare.
Qualche ora prima di telefonare ai propri cari aveva scritto alla fidanzata: «È la prima volta che aspetto con piacere l’arrivo del nuovo anno e non per la cavolata degli auguri di un anno migliore, perché siamo noi a diventare migliori se vogliamo e non l’anno a farci migliorare...».

“Adoro i bambini”
Terzogenito di Giuseppe e Gaetana Curci, che godevano già della presenza di Francesco con i suoi sei anni e di Carmela di quattro, Ruggiero vide la luce a Barletta (BA) il 19 ottobre 1968.
Come tutti i bambini compì il cammino scolastico e di fede senza farsi notare in modo particolare.
A scuola, presso un istituto di suore, si mostrava educato e riservato, mentre in casa era un pochino più vivace, ma altrettanto affettuoso.
Prima di passare alle scuole medie, nel luglio 1979, la famiglia cambiò casa e si trasferì nel complesso residenziale che per la sua forma circolare è detto il “Colosseo”. Il suo ampio giardino permise a Ruggiero di uscire spesso di casa e di familiarizzare presto con tutti.
La sua giovialità e bontà erano una porta aperta per tutti coloro che incontrava e in particolare per i bambini. I più piccoli diventarono ben presto i suoi preferiti, tanto da organizzare i loro giochi, fare loro gli indovinelli, regalare quanto poteva ritrovarsi fra le mani: giocattoli, dolci, caramelle, soldi. E quegli stessi bambini, affettuosamente, cominciarono a chiamarlo “Zio Pesca”.
Quando già si trovava a Lyon ammalato, in una lettera ad Eva, scriveva: «Sappi che adoro i bambini per cui mi piacerebbe diventare amico del (tuo) piccolo Pako per giocare con lui. Il mio sogno è sempre stato quello di avere una famiglia con tanti bimbetti. I bambini sono le più belle creature di Dio, e anche se talvolta sono delle piccole pesti non si può che amarli sempre di più».
Anche nell’ambito della nuova parrocchia Ruggiero non trovò alcuna difficoltà d’inserimento. Conobbe il suo parroco, don Luigi Filannino, che divenne il suo abituale confessore fino alla morte e da lui ebbe il dono della Prima Comunione nel giugno 1980; nell’estate 1983 ricevette la Cresima dall’Arcivescovo Mons. Giuseppe Carata.

Persone stupide e inutili
L’ultimo giorno di novembre 1991, dal suo ‘esilio’ a Lyon, Ruggiero raggiunge l’amica Sara con una lettera in cui spiega quanto ha capito della vita: «La mia malattia mi ha aperto ancora di più non solo gli occhi, ma soprattutto il cuore. Ho visto un mondo completamente diverso, un mondo di cui non conoscevo l’esistenza, ma è davvero terribile. Ci sono disgrazie che colpiscono bambini e ragazzi della nostra età. Credevo che certe cose non riguardassero noi giovani ragazzi. E invece questa è una realtà terribile e nel Centro in cui mi trovo, riesci a toccare con mano questa terribile realtà. Non c’è altra consolazione che il grande amore di Dio e convincersi che bisogna aiutare i bisognosi. Basta un gesto carino per regalare un sorriso a queste persone, ma è necessario farlo per dare una ragione alla nostra vita.
Sto quasi odiando l’idea che in passato non abbia fatto tanto, e non accetto il fatto che ci siano persone così stupide e inutili che pensano solo ai divertimenti e alle cose materiali. Non possiamo e non dobbiamo mai dimenticare tutte queste persone e bisogna invogliare tutti a non essere egoisti. Basta solo impegnare un po’ del proprio tempo libero e riesci ad avere un vero tesoro nel cuore».
Sembra quasi una lettera di rimorso per non essere stato abbastanza generoso negli anni passati; in realtà la sua vita è attraversata in tutta la sua lunghezza da una commovente e crescente generosità.
Dopo le scuole medie, frequentò un Istituto Tecnico Commerciale conseguendo la maturità con 60/60. Per questo sospirato traguardo volle ringraziare il Signore, obbligandosi ad una concreta iniziativa di carità: versare ogni estate alla Caritas di Barletta un’offerta di 50.000 lire, frutto di risparmio sui regali di genitori e parenti; nel 1991 l’offerta fu di 100.000, perché per la malattia aveva ricevuto più doni.
Professori e compagni certificano che «Ruggiero era un ottimo alunno, nonché un ottimo compagno di classe, sempre generoso e disponibile con tutti». E lo sanno anche i ragazzi del “Colosseo” a cui faceva gratuitamente ripetizione delle lezioni.
Quando poi cominciò a frequentare l’Università di Bari alla facoltà di Economia e Commercio, dava lezioni private per quadagnare qualcosa e... fare beneficienza!

“Amavo assai giocare”
Eppure era un ragazzo normale, come tutti, che assieme ai suoi sogni sempre nuovi di generosità, nelle sue lettere alla fidanzata da Lyon, raccontava con semplicità anche le sue marachelle di bambino: «Ora voglio parlarti un po’ della mia infanzia perché mi dà allegria. Sai che io amavo assai giocare a pallone e a tennis. Questo succedeva almeno 2-3 volte alla settimana. Ovviamente mia madre si arrabbiava con me che spendevo soldi e con mio padre che mi copriva e mi pagava, e poi perché sporcavo i vestiti che lei doveva lavare, così mi toccava andare a giocare di nascosto. Dicevo a mio padre che mi ritiravo più tardi ed ero costretto a gettare la borsa dal balcone perché mia madre sospettava. Naturalmente ero beccato.
Una volta, sempre per caso, erano le 12, 30 di notte ed io piano piano cercavo di entrare in casa... Chi c’era, per caso, ad aspettarmi? Mia madre. Lei gridava e io ridevo. Però lo facevo per il suo bene. Infatti se io dicevo di andare a giocare al pallone, lei si arrabbiava prima e dopo. Invece, in quel modo si arrabbiava solo dopo. Hai visto che bravo figlio e come le voglio bene?
...Una volta, per i nervi, diedi un pugno sul vetro della porta e si ruppe. La cosa strana fu che mia madre non mi fece niente. Anzi, mi fece una domanda: “Quanti soldi hai conservato?”. E io ingenuamente dissi: “27.000 lire”. Il giorno dopo mi disse che non avevo più quelle 27.000 lire perché dovevo contribuire a pagare il danno fatto».

Aveva molti amici
Quando si scoprono giovani come Ruggiero si guardano e riguardano le date della vita, perché sembra impossibile trovare persone siffatte, così vicine nel tempo.
Aperto, allegro, positivo, sereno, buono, amante della vita, Ruggiero sembrava predisposto per natura ad una larga cerchia di amici. E in realtà di amici ne ebbe veramente tanti, e di tutte le età. I più giovani arrivavano a confidargli ogni loro vicenda, sia scolastica che sentimentale, perché era l’unica persona ‘adulta’ con cui riuscivano ad aprirsi veramente e di cui ascoltavano volentieri i suggerimenti. Non per nulla in casa sua, anche se con un certo disappunto qualche volta dei genitori, il telefono continuava a suonare perché tanti gli chiedevano una mano, un consiglio, un aiuto; e quando sarà ammalato a Lyon, in circa 4 mesi e mezzo di lontananza, riceverà più di cento lettere dai vecchi e nuovi amici, e a tutti con pazienza e piacere puntalmente risponderà.
Tra le amicizie più sentite, certamente è da rilevare quella particolare con una ragazza conosciuta nell’estate del 1987; aveva tre anni in meno di lui. Il loro rapporto sarebbe terminato a febbraio 1990 con grande sofferenza da parte di Ruggiero stesso. Il motivo? Probabilmente non c’era la stessa sensibilità spirituale, per cui la sua generosità e beneficienza, che era costretto a fare di nascosto, furono giudicate eccessive dalla sua amica.
Ruggiero non riusciva a non pensare agli altri. È lungo l’elenco delle associazioni a cui si iscrisse per un’esigenza profonda di bene. Cominciò con l’Aido (Associazione Italiana Donatori di Organi), la Lega del Filo d’Oro e l’Associazione Italiani Amici di Raoul Follereau; poi scrisse al Centro Internazionale per la Pace fra i Popoli di Assisi per le adozioni a distanza e pianse di gioia quando gli venne comunicato che poteva adottare Valeria, una bambina di Buenos Aires. Fece opera di volontariato all’Unitalsi di Brindisi e divenne sostenitore dell’Opera Padre Pio e dell’Associazione Italiana per la ricerca sul Cancro; si iscrisse alla Lega Tumori, alla Pia Unione del Transito di San Giuseppe, all’Associazione Sclerosi Multipla, a quella delle Missioni don Bosco e all’Associazione Italiana per il World Wildlife Fund. E in tante sue iniziative riuscì a coinvolgere i suoi amici!
Ultimo atto della sua generosità lo compirà nel gennaio 1992, quando fece la donazione degli ultimi franchi al gruppo del “Mandorlo” di Lyon che aiuta i familiari degli italiani ammalati.

“Ti convertirò!!”
Il 7 dicembre 1990 in casa di un amico, Ruggiero conobbe Mariella, una ragazza di 18 anni che frequentava l’ultimo anno del Liceo classico. Tra i due nacque subito una reciproca intesa che diventerà fondamentale per i successivi mesi di malattia.
A Mariella, infatti, Ruggiero arriverà a confidare ogni suo momento di gioia e di sofferenza. L’unica differenza che li divideva era il fatto che lei non credeva in Dio, ma in una lettera datata 27 aprile 1991, Ruggiero le scriveva: «Ringrazio spesso Dio quando prego (peccato che in questo non siamo uguali: è l’unica differenza che ci separa, ma non per molto! Ah! Ah! Ah! Ti convertirò!!) per avermi dato te...».
Testimonia Mariella stessa: «Riuscì a parlarmi del dono della Fede con una dolcezza e persuasione tali da rendermi completamente arrendevole».
Da Lyon, dove Mariella non potrà mai recarsi, Ruggiero , oltre che sentirla 2/3 volte al giorno per telefono, le scriverà oltre 50 lettere, sempre correlate come per gli altri amici, di giorno della settimana e di ora, precisa fino al minuto. E il 6 novembre 1991, i due, per telefono, si fecero reciproca promessa di amore: un fidanzamento ad oltre mille chilometri di distanza!

L’amico migliore
La “via crucis” di Ruggiero era iniziata il 14 febbraio 1991, quando il termometro cominciò a segnalare un’improvvisa febbre; ad essa seguì un più preoccupante dolore toracico molto forte, tanto che già la notte del 23 Ruggiero si sentì morire. Una massa tumorale localizzata al mediastino premeva sulla vena cava fin quasi a farlo soffocare.
Dopo una più precisa diagnosi si cominciò subito al Policlinico di Bari una serie di chemioterapie di crescente intensità fino al pieno dell’estate. Intanto Ruggiero cercò di riprendere la sua vita normale fatta di studi universitari e di iniziative di carità, ma soprattutto tirò fuori dal suo cuore tutta la fede che aveva dentro. Oltre a quella domenicale, nel mese di maggio partecipò ogni giorno alla Santa Messa; il rosario alla Madonna diventò più che quotidiano; con la sua Mariella si recò in pellegrinaggio fino a San Giovanni Rotondo da Padre Pio...
Ma la malattia continuò inesorabile il suo corso.
Il 4 settembre i medici decisero per un urgente e dolorosa intervento di toracotomia e Ruggiero vi si abbandonò con una fede veramente audace. Nell’entrare in sala operatoria, sorridente mostrò alla mamma il Crocifisso di legno che portava nella tasca del pigiama e la invitò a non preoccuparsi, perché Gesù era con lui per aiutarlo.
L’operazione però non diede il risultato sperato per cui, pur nel rischio di un viaggio fatale, medici e familiari decisero di scommettere sul 30% di possibilità che ancora poteva offrire la terapia del Centro Leon Berard di Lyon, e il 25 settembre partì per la Francia.
Il 2 ottobre Ruggiero aprì il suo animo con un’amica suora, Sr. Bertilla, affettuosamente chiamata Zia: “La prova si è fatta davvero dura. Ho tanto bisogno di sentire il Signore e la Madonna vicini. Solo loro possono darci la forza per superare ogni ostacolo”.
Le righe dettate dalla fede si pescano a piene mani nelle lettere che scrisse a chiunque. A Sara dettò: «Se sei triste pensa sempre che il nostro migliore amico è Gesù e Lui può solo volerci bene e non ci tradisce mai»; così a Lilly: «Ho capito che il nostro migliore amico è proprio Gesù e, nonostante le sofferenze, ci ama sempre»; alla sua fidanzata: «L’unica cosa che riesce a mantenere il mio equilibrio è la consapevolezza di fare parte di un Disegno di Dio e che quindi non devo deluderlo perché Lui ha molta fiducia in me, nella mia Fede in Lui».

La luce della Speranza
Nei lunghi mesi trascorsi in Francia, Ruggiero non sciupò il suo tempo a piangersi addosso. Continuò a vivere di fede, di speranza e di carità.
A Suor Bertilla scrisse all’inizio di dicembre: “Questa volta la Croce si sta facendo sempre più pesante, ma il Signore si avvicina sempre di più a darmi una mano e a farmi vedere, seppure in lontananza, la luce della Speranza”.
Il 10 gennaio 1992, dopo quasi un intero mese, Ruggiero uscì dalla Camera Sterile dove aveva fatto l’autotrapianto del midollo, e dove gli erano nati – nella notte di Natale! – i primi nuovi globuli bianchi.
Eccolo allora girare per l’ospedale per rincuorare gli altri ammalati o per accompagnarli alla Messa domenicale dove il Celebrante sceglieva sempre lui, e ne era contentissimo, per la lettura del Vangelo in italiano. Intanto progettava e sognava il suo futuro sempre a servizio dei bisognosi. Quante volte lo scrisse alla sua fidanzata!
Il 15 febbraio, finalmente, prese il treno e con un viaggio di 18 ore ritornò a Barletta. Appena arrivato, senza andare a casa, corse alla Messa, poi dalla sua Mariella e insieme andarono al Santuario dello Sterpeto a ringraziare la Madonna e a portare un mazzo di fiori.

“Sono pronto”
Furono giorni felici quelli che Ruggiero passò a Barletta quando fu tornato da Lyon. Li passò recandosi a far visita a tutti gli amici, per ringraziarli della loro vicinanza ed informarli dei suoi progetti futuri a favore degli ammalati. Ma furono pochi. Era tornato il 15 e la notte del 26 febbraio si sentì di nuovo molto male tanto che il 2 marzo era di nuovo a Lyon. E il nuovo ricovero servì solo per alleviare un po’ il dolore, perché le speranze di guarigione erano inesistenti. Così il 17 marzo tornò di nuovo a casa dove passò altri venti giorni pieni di dolore.
Nei pochi momenti di sollievo, riuscì ancora ad avvicinare gli amici e i bambini del “Colosseo” per lasciar loro come un testamento spirituale: “L’importante è agire con il cuore, fare del bene al prossimo. Solo in questo modo quando la nostra vita sulla terra finirà, potremo sentirci felici, soddisfatti”.
Consapevole della sua situazione irreversibile, Ruggiero impiegò del tempo anche per riordinare la sua stanza, i suoi libri, la sua agenda, quasi a esprimere anche esternamente la sua profonda serenità interiore.
Con la stessa grandezza spirituale ed eroica fede, siccome era il tempo della Quaresima, Ruggiero non rinunciò ai suoi propositi: si impegnò a non mangiare dolci e a non diminuire il suo ritmo di preghiera. E quando la sorella si sentì in dovere di rimproverarlo, rispose con il suo solito sorriso.
Al parroco don Luigi, venuto a fargli visita confidò: “Sono pronto ad accettare tutto fino alla fine, come Dio vorrà”.
Il 5 aprile fu il giorno del suo ultimo viaggio per Lyon. A salutarlo alla stazione c’erano tutti: parenti, amici, conoscenti e bambini. E Ruggiero, che riusciva a malapena a reggersi in piedi, volle salutare tutti personalmente.
Da Lyon il 10 scrisse la sua ultima lettera. Sono gli auguri pasquali per Sr. Bertilla: “Come tu saprai il mio sogno sarà sempre quello di rendermi utile agli altri. In questi giorni ho provato, però una sofferenza così forte che un po’ mi ha fatto paura e cioè di non essere in grado di poter fare tutto quello che mi prefiggo.
La paura maggiore che noi figli di Dio abbiamo è quella di offendere il nostro Padre. Ogni piccola azione, ogni pensiero può portare offesa a Dio e questo mi preoccupa... ma non permetterò che ciò accada anche perché non si può rovinare un così bel dono di Dio.
Ciò che comunque mi interessa davvero è raggiungere una maggiore pace interna. E quello che più voglio sentire vicino in questo momento è proprio Gesù perché solo in Lui non saremo mai soli e mai tristi”.

“Ho la grazia di Dio in me”
Il 12 aprile era la Domenica della Palme e Ruggierò partecipò sulla sedia a rotelle alla Messa nella chiesa dell’ospedale, ma invitò la sorella a sostituirlo per leggere il Vangelo, perché lui non ci vedeva più bene.
Durante il giorno sembrò il solito Ruggiero, tutto luminoso, che parlava dei suoi progetti futuri, dei suoi sogni, delle cose che più gli stavano a cuore. Quasi quasi anche mamma e sorella si lasciavano illudere dalla speranza. Nonostante le inesorabili parole dei medici, Ruggiero continuò a incoraggiare alla fiducia fino ad assicurare di aver ricevuto la grazia. Alla domanda stupita di mamma e sorella di quale grazia parlasse, visto che era lì davanti a loro a soffrire, Ruggiero, portandosi la mano al petto, disse: “Ho la grazia di Dio in me!”.
Resistette fino al mattino del Mercoledì Santo, ma la morte non intaccò il suo viso che rimase bello e sereno. Anche i medici e le infermiere si sentirono in dovere di andarlo a salutare con le lacrime agli occhi.
La notevole distanza non permise alla salma di arrivare a casa prima dell’una di notte, ma ugualmente ad attenderlo c’erano centinaia di persone e sui balconi parecchi dei suoi bambini. Il suo funerale venne celebrato il Giovedì Santo.
In una lettera a Mariella Ruggiero aveva scritto: “Alla fine, come Gesù sarò felice”.


Autore:
fratel Claudio Campagnola


Fonte:
Nazareth agli adolescenti e agli amici


Note:
Per approfondire: Ruggiero, Quante sono le stelle del cielo, Edizioni Piemme

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Aggiunto/modificato il 2012-09-09

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