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Martiri di Alto Alegre

Testimoni

Alto Alegre, Brasile, 13 marzo 1901

Il 13 marzo 1901, verso le cinque del mattino, la missione di San Giuseppe della Provvidenza, presso Alto Alegre in Brasile, fondata dai padri Cappuccini della Provincia Lombarda, fu attaccata da un gruppo di indios armati. Tra i morti accertati ci furono tre sacerdoti cappuccini, un fratello laico, sette Suore Cappuccine di Madre Rubatto e due Terziari francescani, insieme a più di 250 fedeli. I resti mortali dei quattro frati, delle sette suore e dei due laici loro collaboratori, comunemente noti come “martiri di Alto Alegre” ma non dichiarati ufficialmente tali, sono attualmente conservati nella chiesa parrocchiale di Barra do Corda, in Brasile.



L’Ordine dei Cappuccini in Brasile
Gli inizi dell’apostolato dei Cappuccini in Brasile risalgono al 1612, quando alcuni religiosi della Provincia di Parigi approdarono sulle coste del Maranhão, nel Nord-Est brasiliano, al seguito di una spedizione militare. La permanenza durò un anno, in quanto le truppe portoghesi obbligarono i francesi alla resa: rimasero solo due frati, mentre gli altri furono espulsi.

L’invio in missione dei Cappuccini lombardi
Si dovette aspettare il 1892, quando la Provincia Lombarda dell’Ordine cappuccino inviò un primo gruppo di sei missionari. Salpati da Genova il 10 aprile 1892, approdarono a Recife, nello stato di Pernambuco, quattordici giorni dopo, nel pieno di un’epidemia di febbre gialla: il primo a morirne fu padre Emiliano da Goglione.
Nel 1896 padre Carlo da San Martino Olearo fondò quindi una colonia agricola, intitolandola a San Giuseppe della Provvidenza (São José da Providencia), compresa nella missione di Alto Alegre. La colonia era popolata da indigeni, compresi alcuni già cristiani, accolti dai frati stessi.

L’arrivo delle Terziarie Cappuccine di Loano
Per l’educazione delle bambine del luogo, i Cappuccini pensarono di chiedere l’apporto di una congregazione femminile; tuttavia ricevettero molti rifiuti, anche da congregazioni già ben avviate.
Nell’aprile 1898 il Ministro generale dell’Ordine, padre Bernardo da Andermatt, si rivolse a madre Maria Francesca di Gesù, al secolo Maria Rubatto, che nel 1885 aveva accettato di fondare a Loano, in Liguria, un istituto religioso di Terziarie Cappuccine (oggi dette Suore Cappuccine di Madre Rubatto).
Lei aderì immediatamente alla proposta e accompagnò di persona sei suore, tutte molto giovani, scelte tra le componenti della comunità di Montevideo in Uruguay: arrivarono il 28 giugno 1899, dopo un viaggio lungo e pericoloso.

La vita in missione
Sostanzialmente, la vita della missione era organizzata come quella di un’azienda agricola o “fazenda”: gran parte del tempo era dedicato al lavoro contadino, specie per la coltivazione della canna da zucchero. Anche i frati, salvo i momenti dedicati alla preghiera, s’impegnavano in quella fatica che, forse, appariva troppo gravosa per gli indigeni.
Quanto alle suore, avevano inaugurato appena due giorni dopo il loro arrivo un collegio femminile, per l’educazione delle bambine e delle ragazze del luogo. Entrando nelle case, riuscirono in molti casi a pacificare gli animi, già in tensione per precedenti contrasti tra locali e colonizzatori.

Il contesto storico
Infatti, quando portoghesi e brasiliani avevano occupato la località dove sorse Barra do Corda, non molto lontano da dove sorse la missione, le popolazioni indigene dei Cannellas, dei Matteiros e dei Guajajaras si ritirarono nella foresta, ma guardavano con sospetto e mal sopportavano quell’intrusione.
Nel 1855 Barra do Corda fu riconosciuta ufficialmente come città ed ebbe una sorta di governatore, per regolare il lavoro delle tribù. Il primo, Manuel Rodriguez de Mello Uchoa, era scarsamente interessato alla promozione umana delle popolazioni locali. Il suo successore, Joao da Cunha Alcanfor, prese invece a costringere i Cannellas a lavorare, per appropriarsi dei loro prodotti.
I frati, poi, nel tentativo di moralizzare i costumi degli indios, avevano accanitamente combattuto la poligamia e il concubinaggio; in più, spesso avevano ricevuto i bambini dalle stesse famiglie, così che fossero educati nei loro collegi.

Il massacro
Il 13 marzo 1901, verso le cinque del mattino, la missione di San Giuseppe della Provvidenza fu attaccata da un gruppo di indios armati. Alla loro guida, Joao Manoel Pereira Dos Santos, detto Capitano Caboré, la cui concubina era stata espulsa dalla missione.
Primo a cadere fu padre Zaccaria da Malegno, aggredito mentre stava celebrando la Messa nella chiesetta della missione. Un altro gruppo assalì l’abitazione dei frati, uccidendo padre Vittore da Lurano e un giovane terziario francescano, Pietro Novaresi, che aveva seguito i frati in missione. Non lontano abitava donna Carlota Bizerra, che si era dedicata alle bambine prima dell’arrivo delle suore: anche lei fu ferita a morte.
Nella confusione generale, perirono anche il superiore della Missione, padre Rinaldo da Paullo, il fratello laico Salvatore da Albino e tutte e sette le suore Terziarie Cappuccine, compresa la novizia suor Maria Anna, brasiliana. Gli indios gettarono i cadaveri nella cisterna del collegio femminile.

Le reazioni e il processo
Informato direttamente dell’accaduto, papa Leone XIII esclamò, riferendosi alle vittime del massacro: «Sono le primizie del secolo». A madre Francesca Rubatto, invece, la notizia arrivò attraverso un telegramma: «Indi massacrarono suore et padri di San Giuseppe». Rimase sconvolta, chiedendosi se non sarebbe stato meglio impedire la loro partenza; poi l’accettazione della volontà di Dio ebbe la meglio.
Il processo ai colpevoli si concluse con una sentenza di assoluzione: una trentina di complici fu liberata il 27 luglio 1905, ma non Joao Caboré, che era morto il 14 novembre 1901, dopo essersi confessato e aver ricevuto l’Unzione degli Infermi.
Secondo padre Bartolomeo da Monza, che stese la prima relazione storica sui fatti, per la sentenza assolutoria ci fu una pressione da parte della Massoneria, che voleva ostacolare in ogni modo l’opera dei frati. C’era anche un notevole interesse da parte dei latifondisti locali, che volevano accaparrarsi il territorio della missione.

La sepoltura
A lungo la zona della missione fu inaccessibile, per occultare le prove dell’eccidio. Appena fu possibile entrare, i frati superstiti andarono a raccogliere i cadaveri dei confratelli, delle suore e dei due laici e li portarono a Barra do Corda; dopo i funerali, li collocarono in una cappella mortuaria addossata al muro di cinta del convento.
Cinquant’anni dopo il massacro fu costruita una nuova chiesa a Barra do Corda, quasi un mausoleo, all’interno del quale furono traslati i resti di quelli che ormai erano informalmente conosciuti, nell’Ordine cappuccino, come i martiri di Alto Alegre.

L’elenco
Accanto al nome di ciascun personaggio è indicato il numero progressivo della scheda biografica che lo riguarda, dove è possibile trovare ulteriori informazioni. Per le Cappuccine di Madre Rubatto i nomi di religione sono riportati secondo l’antica usanza, ossia con il santo protettore di ciascuna suora.

96030 – Padre Zaccaria da Malegno (Giambattista Casari), sacerdote cappuccino
Padre Rinaldo da Paullo (Francesco Panigada), sacerdote cappuccino
Padre Vittore da Lurano (Camillo Biazini), sacerdote cappuccino
Fra Salvatore da Albino (Fortunato Fassi), religioso cappuccino
Suor Maria Eleonora di Sant’Antonio (Caterina Tassone), suora Cappuccina di Madre Rubatto
Suor Maria di San Lorenzo (Maria Dagnino), suora Cappuccina di Madre Rubatto
Suor Maria Agnese di San Carlo (Colombina Colombo), suora Cappuccina di Madre Rubatto
Suor Maria Eufemia di San Giovanni Battista (Clotilde Macchello), suora Cappuccina di Madre Rubatto
Suor Maria Benedetta di San Luigi (Angiolina Isetta), suora Cappuccina di Madre Rubatto
Suor Maria Natalina di San Giuseppe (Geronima Parodi), suora Cappuccina di Madre Rubatto
Suor Maria Anna di San Carlo (Clara), suora Cappuccina di Madre Rubatto
Pietro Novaresi, terziario francescano
Carlota Bizerra, terziaria francescana


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2017-09-15

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