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Servo di Dio Alfonso Ugolini Sacerdote

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Thionville, Francia, 22 agosto 1908 - Sassuolo, Modena, 25 ottobre 1999


Alla faccia di chi è invidioso degli operai “dell’ultima ora”. E anche di chi crede che ci sia un’età, oltre la quale è inutile, inopportuno o disdicevole mettersi al servizio del Signore. Alfonso Ugolini diventa “don” a 65 anni suonati, che è precisamente l’età in cui le persone “normali” vanno in pensione, o lo sono già da parecchio tempo. E che, malgrado ciò, il Signore abbia bisogno di lui, ben lo dimostra tenendolo in vita per altri 26 anni ancora, perché a dispensare la misericordia divina servono persone come lui. Nasce in Francia nel 1908, da una famiglia benestante caduta in miseria, che si trasferisce a Sassuolo; quanto i genitori non gli possono dare in agiatezza e neppure a volte nel minimo indispensabile, abbondantemente glielo procurano in onestà, fede e amor del prossimo. Mamma muore di tubercolosi quando lui ha appena 12 anni e nel giro di qualche anno resterà solo al mondo perché muore anche il papà e l’unica sorella, che si è fatta suora. Anche lui si ammala di tubercolosi e sembra che, a salvarlo da morte certa, sia proprio la Madonna, cui si è affidato alla morte di mamma, nel momento in cui soffriva maggiormente la solitudine.  Profondamente religioso come gli hanno insegnato i genitori, a 17 anni si affida alla direzione spirituale del suo parroco, che ha la felice intuizione di inserirlo nella vita attiva della parrocchia, chiedendogli di fare il sacrestano, il segretario parrocchiale, il catechista e il tuttofare della chiesa. In  queste mansioni non solo si trova perfettamente a suo agio, ma si ritaglia da subito uno spazio tutto suo, che il parroco incoraggia e sostiene. All’epoca in cui neppure si sa cosa sia la Caritas parrocchiale, in un locale suo a fianco della chiesa, una sorta di centro d’ascolto in anticipo sui tempi, distribuisce sostegno, viveri e occasioni di lavoro a centinaia di diseredati. Davanti a questo improvvisato ufficio si formano ben presto code di poveri, zingari, meridionali, immigrati, ex carcerati, drogati, disoccupati, persone in cerca di un alloggio, provenienti anche da altre parrocchie. Alfonso aiuta tutti, senza chiedere provenienza, dichiarazione dei redditi o credo religioso; “Sono tutti figli di Dio”, risponde invariabilmente a chi, con la puzza sotto il naso, gli fa notare che tra i richiedenti ci sono anche atei, comunisti e finti poveri. E quando proprio non può far niente per qualcuno, perché non ha la risposta giusta al loro bisogno, ha sempre a disposizione un sorriso, una parola buona, una stretta di mano, che per quella gente, bisognosa soprattutto di tenerezza, equivale a un po’ di pioggia nell’aridità di un deserto. Un fiume di carità passa attraverso le sue mani, perché si è acquistato autorevolezza, stima e considerazione in tutto il circondario. Davanti alle sue richieste si spalancano le porte, si aprono i portafogli, si effettuano assunzioni. Si calcola, sicuramente per difetto, che in una quindicina d’anni passi nelle sue mani una somma equivalente al mezzo miliardo di lire dell’epoca, cifra da capogiro che permette di farsi un’idea della fiducia che in lui la gente ripone, al punto da elevarlo al rango di “banchiere di Dio”.  Un giorno gli capita anche di vincere alla Sisal: pagati alcuni debiti dei suoi poveri, subito utilizza il rimanente per costruire una cappella alla Madonna. Che è il suo vero unico amore, naturalmente dopo Gesù come si affretta a precisare, ed alla quale ricorre con fiducia illimitata, proprio come ad una mamma. Nel 1972 il vescovo gli propone il sacerdozio ed a lui sembra di toccare il cielo con un dito. Le solite malelingue lo dipingono come un “graziato dal vescovo” e ritengono la sua ordinazione  quasi una “promozione sul campo” per meriti acquisiti in tanti anni di servizio parrocchiale. Si sbagliano e ben lo dimostrano 26 anni di ministero umile, silenzioso, nascosto, perlopiù in confessionale, continuando ad ascoltare la gente, ma adesso in grado anche di donare la misericordia di Dio. Dicono che gli riesca di leggere nei cuori, di capire i tormenti degli altri semplicemente guardandoli negli occhi, ma forse altro non è che per la sensibilità maturata in anni di contatto con la sofferenza. Tenero, paziente e misericordioso con tutti, avvicinandolo si ha l’impressione di entrare direttamente in contatto con Dio, tanta è la gioia e la serenità che trasmette. Si spegne il 25 ottobre 1999 e una decina di anni dopo già si apre il processo per la sua canonizzazione. Perché la sua gente lo vuole presto sugli altari.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto il 2013-11-01

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