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Serva di Dio Isabella Chimienti Vergine

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Sannicandro di Bari, 20 maggio 1883 14 marzo 1903

Isabella Chimienti, giovane della diocesi di Bari-Bitonto, trascorse i diciott’anni della sua esistenza nel paese di Sannicandro, in provincia di Bari. Dovette interrompere la sua istruzione elementare per aiutare i genitori nell’andamento della casa e nell’educazione dei fratelli minori. Devotissima alla Madonna e iscritta nell’associazione delle Figlie di Maria, era determinata a entrare tra le monache cappuccine, ma alcuni problemi familiari gliel’impedirono. Morì per un male inspiegabile il 14 marzo 1902, come le era stato predetto in sogno la mattina stessa di quel giorno. La sua causa di beatificazione è stata aperta il 7 novembre 1942.



Isabella Chimienti nacque a Sannicandro di Bari il 20 maggio 1883, da Raffaele, proprietario terriero, e Anna Magistrale, casalinga; fu la primogenita di cinque figli.
La sua prima catechista fu un’anziana zia materna, Maria Giovanna Magistrale, che la considerava quasi la sua allieva prediletta. Di carattere irrequieto, solo una cosa la calmava: ricevere dalla zia dolci e confetti, che metteva in comune con i compagni di catechismo, ma ancora di più medagliette, santini e piccoli oggetti religiosi in genere. Era un modo come un altro per appagare la sua sete di Dio, dato che non poteva ancora fare la Prima Comunione.
A cinque anni, però, quel desiderio si fece così impellente da convincere l’economo curato di Sannicandro, don Giuseppe Chimienti, a presentarla alle suore Adoratrici del Sangue di Cristo perché sostenesse, insieme agli altri bambini, l’esame previo alla Comunione. L’esame riuscì brillantemente: Isabella non solo enunciò le risposte imparate a memoria, ma le seppe anche spiegare.
Rimaneva solo il problema dell’età. Il sacerdote era d’accordo, ma non dello stesso parere furono i genitori, convinti che la bambina non fosse in grado di comprendere a cosa andava incontro. Ma don Giuseppe, più tenace di loro, un giorno chiamò in sacrestia la signora Anna e la convinse a cambiare idea. Così, in un mattino di marzo, Isabella, vestita da angelo, come il curato aveva espressamente richiesto, ricevette l’Eucaristia per la prima volta. A sei anni, invece, fu il turno della Cresima, stavolta senza anticipi, ma in base all’effettiva usanza del tempo.
La bambina, crescendo, sviluppò una notevole intelligenza: contrariamente a quanto si aspettava, le fu concesso di seguire tutto il ciclo delle scuole elementari, tenute dalle stesse suore che si erano meravigliate della sua precocità catechistica. In particolare, suor Giovanna Stefanini e suor Marianna Cibelli testimoniarono favorevolmente circa la sua bontà e cortesia verso le compagne, unite a una spiccata obbedienza.
Purtroppo, la sua istruzione dovette fermarsi alla terza elementare, neppure frequentata del tutto: l’aumento dei membri della famiglia, oltre a un infortunio domestico avvenuto alla madre, l’obbligò a lasciare la scuola. Isabella, dunque, s’improvvisò bambinaia, cuoca, lavandaia e infermiera e intensificò le preghiere affinché il «piccolo Gesù» e la «dolce Mammina», come li chiamava lei, guarissero la mamma.
La guarigione avvenne, ma altre malattie colpirono il padre, la sorella Laura e l’ultimo nato, Donatino, il quale, nato con problemi di deambulazione, poteva reggersi solo con un apparecchio ortopedico. Isabella lo accudì finché, a tre anni, non lo vide morire.
Non era riuscita a studiare, ma voleva almeno imparare il mestiere di sarta: andò quindi a lezione dalla maestra Anna Sacchetti, che notò la sua precisione e rapidità, ma anche la capacità di pregare bene e non darsi a chiacchiere vane.
Il resto della vita di Isabella fu davvero, come si dice, casa e chiesa. Ogni giorno, dopo aver proceduto alle pulizie di casa, si recava presso la Collegiata di Sannicandro e ascoltava a volte fino a tre Messe, comunicandosi nei giorni fissati, anche se avrebbe voluto farlo tutti i giorni. La sua colazione finiva spesso in mano a qualche povero che, bussando a casa Chimienti, sapeva di trovare sicuramente qualche aiuto. A mezzogiorno un rapido pranzo, poi, a sera, l’accoglienza al padre di ritorno dai campi.
Come da piccola s’impuntava a insegnare, a modo suo, il catechismo ai compagni, così, cresciuta, preparò il fratello Nicolino alla Prima Comunione. Dopo cena, o nel pomeriggio, il Rosario, poi un’altra visita in chiesa per la meditazione. Le sue letture preferite, anche a casa e fino a tardi, erano le vite dei santi e «Le glorie di Maria», di sant’Alfonso Maria De Liguori.
Isabella, nel frattempo, stava maturando anche nel fisico. Numerosi giovanotti di Sannicandro le facevano una corte serratissima: alcuni arrivarono perfino a disturbarla durante una processione e la inseguirono fisicamente. Lei li respinse tutti, perché aveva deciso di consegnarsi anima e corpo a Gesù. Probabilmente, anche se non è dato saperlo, pronunciò almeno in forma privata il voto di verginità perpetua, se così si può interpretare un biglietto trovato in un suo libro di devozione: «Il voto è fatto; la parola è data; il decreto è uscito».
È certo, invece, che decise di entrare nell’associazione delle Figlie di Maria. Dopo averlo chiesto ripetutamente, si vide rispondere di sì dalla madre, a patto che avesse perseverato fino alla fine. «Piuttosto mi staccheranno la testa dal collo che la medaglina dal petto!», rispose energicamente la ragazza. L’8 dicembre 1900 venne quindi accolta come aspirante, passando tra le effettive il 16 maggio 1901; l’anno successivo, invece, divenne “incaricata” e cantatrice.
Quando anche le occasioni di offrire qualcosa a Dio le mancavano, se le procurava da sola, ad esempio mangiando non i fichi maturi, dei quali era ghiotta, ma quelli marci e caduti per terra. Inoltre, aveva preso l’abitudine di usare un pezzo di tufo come cuscino, e continuò anche quando la madre glielo buttò in strada; fu solo l’intervento del direttore spirituale a dissuaderla.
In paese non mancavano le prese in giro: c’era chi la chiamava “monachella” o “finta santa”, oppure la canzonava per il suo abbigliamento dimesso. Ai suoi familiari che volevano difenderla, anche con le maniere forti, ella rispondeva: «Mi amano a modo loro, e per questo mi scherzano. Che Dio li benedica!».
La franchezza del suo carattere, non più impulsivo come un tempo, si rifletteva nel dialogo con le compagne, oppure nel prendere con le maniere gentili il fratello Nicolino, per convincerlo a sbarazzarsi di alcune stampe indecenti.
Con un’umiltà che rasentava quasi la disistima di sé, ribatteva a chi l’elogiava: «Voi non sapete, non saprete mai quel ch’io sono. Come cattiva, come brutta: peggio di un cane morto! Io tremo per me stessa. Preghiamo Gesù che mi faccia buona e santa...». Ciò non vuol dire che fosse di umore cupo: sorrideva sempre e, a volte, sfogava la sua gioia cantando inni religiosi.
La sua devozione mariana si espresse, come già detto, nell’ingresso tra le Figlie di Maria, ma anche con la pratica dei Quindici Sabati e della Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei. In particolare, cercava di meditare la sofferenza dell’Addolorata, unita alla Passione del suo Figlio. Il ciclo dell’anno liturgico era da lei vissuto con crescente intensità, soprattutto nei tempi forti.
Desiderava a tal punto rifuggire la compagnia degli uomini, per ricercare unicamente quella di Dio, da aver deciso di entrare fra le monache cappuccine. La mamma era anche d’accordo, ma le finanze familiari, per via dello scarso raccolto, non le consentivano di mettere insieme la necessaria dote.
Di conseguenza, alla ragazza non restava altro che rassegnarsi e confidare le sue pene alla cugina Teodora, quasi sua coetanea. Le due erano così affini nello spirito, da stipulare un patto: chi fosse arrivata per prima in Paradiso, avrebbe chiesto a Dio la grazia di chiamarvi l’altra. Quando, il 20 dicembre 1902, Teodora morì, Isabella restò in attesa del segno promesso.
Verso l’alba del 14 marzo 1903, in sogno, le parve di vederla mentre saliva le scale della casa di zia Domenica, presso la quale la cugina era stata allevata. Con voce chiara, la defunta le disse: «Lascia, cara, lascia presto ogni cosa... Anche le tue vesti... E seguimi lassù!». Alla richiesta di sapere l’ora e il giorno esatti, le fu risposto: «Oggi stesso, sul tramonto».
Appena sveglia, Isabella fu certa della veridicità di quella visione notturna. Mentre stava per uscire di casa, accompagnata dal fratello Nicolino, per andare alla novena di san Giuseppe, fu fermata dalla mamma. Anche lei aveva fatto un sogno: insieme alla sorella Maria Nicola, si trovava di fronte alla grata di un monastero e, a un certo punto, vide passare davanti a sé una monaca splendente di luce.
La ragazza non le raccontò cos’aveva visto lei, ma si limitò ad accennare: «Per l’Annunziata, credo, io non sarò più da voi...». La signora Anna non la prese sul serio, anzi, l’invitò ironicamente ad aspettare ad andarsene, o avrebbe avuto il funerale di terza classe. Isabella ripeté le stesse parole di prima e si allontanò dal fratello.
Il pensiero del sogno le si faceva tanto vivo da confidare a un’amica il sogno e la decisione che ne era scaturita: non sarebbe uscita di chiesa senza prima aver ottenuto da don Vincenzo, il suo confessore, l’assoluzione “in articulo mortis”. La ricevette, ma fu più per accontentarla che per altro; poco dopo, si accostò alla Comunione.
Alle 10, tornata a casa, ebbe un rapido scambio di battute con la mamma, poi avvertì un leggero mal di testa, così da essere obbligata a mettersi a letto vestita. A mezzogiorno le fu offerta della minestra, ma vomitò quel poco che aveva ingerito. Ormai era certa che il sogno si sarebbe avverato: non le restava, quindi, che prepararsi a dovere.
Alle 17, la signora Anna spinse la porta della stanza e chiamò piano la figlia, sicura che stesse dormendo, ma non udì risposta. Anche quando alzò il tono della voce non la sentì rispondere: corse da lei, le tastò il polso e comprese: stava davvero morendo.
Sconvolta, prese ad urlare disperatamente, tanto da far accorrere in casa numerose persone. Un uomo sulla quarantina cercò di dare ordine alla folla, poi si accostò alla moribonda per farla respirare: lei intuì che stava per essere svestita e, a cenni, chiese di mandarlo via.
Finalmente accorse il medico, il quale, dopo aver interpellato Isabella, allontanò gli astanti e prese nota dei sintomi. «Inutile!... Tutto sprecato...», commentò a mezza voce lei. Non molto tempo dopo, fu udita pronunciare, come sue ultime parole, i nomi di Gesù, Maria e Giuseppe.
In quel mentre arrivò don Vincenzo, sconvolto per l’accaduto, ma rincuorato dall’aver dato alla giovane l’assoluzione che tanto bramava. Non dormì per tutta la notte, dato che non trovava le parole giuste per raccontare ai parrocchiani l’accaduto. Infine, l’indomani, tessé per loro l’elogio di Isabella, dichiarando che, secondo lui, era già in Paradiso.
Al suo funerale parteciparono, commossi, molti compaesani e numerose ragazze, quelle stesse che, a scuola di taglio e cucito, l’avevano udita dichiarare che il giorno della sua morte sarebbe stato «giorno di meraviglia». I suoi resti mortali furono quindi seppelliti nel cimitero di Sannicandro, ai piedi di una statua del Redentore.
Sin dai primi tempi dalla sua scomparsa, Isabella fu considerata santa da numerosi fedeli, non solo sannicandresi, che affermarono di averla vista in sogno e di aver da lei ottenuto grazie singolari. L’inchiesta diocesana per l’accertamento delle sue virtù eroiche fu avviata il 7 novembre 1942.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto/modificato il 2014-01-10

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