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Servo di Dio Giancarlo Bertolotti Laico

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Sant’Angelo Lodigiano, Lodi, 21 febbraio 1940 - 5 novembre 2005


È morto da otto anni, ma continua ad esserci posta per lui. I fratelli, sempre più stupiti, leggendo queste lettere vengono a conoscere un mondo, a loro sconosciuto, che gravitava attorno al loro Gino. Che in realtà si chiama Giancarlo Bertolotti, nato a S. Angelo Lodigiano il 21 febbraio 1940 e cresciuto all’insegna della più assoluta normalità. Orfano di padre a nove anni, studia, riesce bene e si diploma brillantemente al liceo, cominciando subito a pensare a cosa fare “da grande”: non senza travaglio interno, schiacciato com’è tra il desiderio di farsi prete e quello di dedicarsi agli altri restando nel mondo.  In questo difficile discernimento, un aiuto gli viene dalla Fuci (la federazione degli universitari cattolici) e dalla “San Vincenzo”, che lo mette direttamente a contatto con la miseria e la sofferenza umane. Intanto si iscrive a Medicina, tenendo aperta la porta anche ad eventuali altre scelte che si potessero affacciare alla sua vita. Per questo gli amici più intimi gli riconoscono “la capacità di lasciarsi condurre da Dio senza sapere fino a dove sarebbe dovuto andare”, che, poi, altro non è che l’essenza della santità, nutrita dalla fiducia di essere in buone mani.  Laureato nel 1967, l’anno successivo inizia a specializzarsi in Ostetricia-Ginecologia, come risposta al desiderio, che in lui ormai si è palesato come vocazione definitiva, di lavorare a servizio della vita, fin dai suoi albori. Camaldoli, Spello, Bose e Taizé sono i luoghi in cui nutre periodicamente la sua spiritualità, per essere “apostolo del bell’amore” come si propone di essere. A costo di incomprensioni e difficoltà, che il reparto di Ginecologia del “San Matteo” di Pavia gli garantisce in gran quantità. Perché il dottor Bertolotti è, notoriamente, antiabortista e di questa sua scelta “per la vita” paga tutte le conseguenze. È risaputo che la sua etica professionale si ispira alle direttive della ”Humanae vitae”, non solo perché rappresentano il magistero della Chiesa, ma soprattutto perché corrispondono alla sua visione dell’uomo, della sessualità, del matrimonio. Di qui il suo impegno a promuovere, soprattutto nelle giovani coppie, il valore e l’apprezzamento del gesto sessuale matrimoniale nella sua naturale integrità e bellezza, attraverso un’educazione all’amore e alla continenza per la regolazione del concepimento. Anche se lui, proprio per servire più incondizionatamente la vita altrui, ha rinunciato al matrimonio, vivendo però una gioiosa castità, alimentata dalla preghiera.  Medico obiettore, che non ha paura di palesare apertamente le sue posizioni, si distingue per il suo impegno nel Centro di Aiuto alla Vita di Pavia e nella casa di Belgioioso, in cui vengono accolte mamme in difficoltà. Usa tatto, delicatezza e discrezione soltanto con le donne che si presentano in ospedale, aiutandole a scavare nella loro scelta di abortire per individuarne le autentiche ragioni: accollandosi personalmente, il più delle volte, le loro difficoltà economiche, che poi sono la principale causa dell’aborto. L’abitudine a mantenere le sue tasche perennemente aperte ai bisogni di queste future mamme lo obbliga ad adottare per sé uno stile di vita estremamente sobrio ed austero, al limite dell’indigenza, di cui non si lamenta perché frutto di libera scelta.  Si calcola che, così facendo, siano centinaia i bambini nati grazie alla sua “cultura della vita”. Ed è proprio da queste “vite salvate” (o dalle rispettive mamme)che arrivano le lettere di ringraziamento che i suoi fratelli trovano oggi in buca, spesso accompagnate dalle foto per “fargli vedere” come sono diventati i bambini che non avrebbero dovuto nascere. Tuti gli riconoscono una bravura eccezionale nell’arte medica e nei parti “difficili” (ed è forse questo che lo riscatta un po’ agli occhi dei colleghi o dei superiori “abortisti”, che diversamente lo vedono come fumo negli occhi) e che lui attribuisce all’ intercessione dei suoi pazienti, da lui aiutati a morire bene, e che lo attendono lassù. Il che è vero solo in parte, perché la sua bravura professionale è davvero fuori discussione, anche se non si può escludere un intervento “dall’alto”, visto che con i pazienti è solito stabilire un rapporto di amicizia, che certamente la morte non può spezzare. Muore il 5 novembre 2005, tre giorni dopo un incidente stradale in cui è stato coinvolto mentre si recava a visitare una paziente; subito la stima di cui è stato circondato si trasforma in venerazione, che obbliga la diocesi di Lodi ad aprire il processo di canonizzazione appena decorsi i fatidici cinque anni dalla morte.


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto/modificato il 2014-01-21

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