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Beato Giusto Takayama Ukon Padre di famiglia, martire

4 febbraio

Haibara-cho, Giappone, 1552 circa Manila, Filippine, 4 febbraio 1615

Takayama Ukon, figlio di un proprietario terriero convertito al cattolicesimo, venne a sua volta battezzato insieme ai membri della sua famiglia, all’età di dodici anni. Intraprese la carriera militare sulle orme paterne e, come lui, ebbe anche la carica di daimyō, ossia di signore feudale. Nel pieno dell’epoca Sengoku (“epoca degli Stati in guerra”) contribuì a diffondere la fede che gli era stata trasmessa e favorì la predicazione dei missionari. Sotto lo shogun Tokugawa Ieyasu fu costretto definitivamente all’esilio a Manila, nelle Filippine, dove sbarcò nel dicembre 1614 insieme a un gruppo di altri trecento fratelli nella fede. Provato dalle persecuzioni e dal viaggio, fu colto da violenti febbri e morì il 4 febbraio 1615, a circa 62 anni. È stato beatificato a Osaka il 7 febbraio 2017, sotto il pontificato di papa Francesco.



Figlio di un nobile convertito
Takayama Ukon (secondo l’uso giapponese, il cognome va prima del nome), noto anche come Hikogoro Shigetomo, nacque tra il 1552 e il 1553 nel castello di Takayama, nei pressi di Nara. Suo padre, Takayama Zusho (o Takayama Tomoteru), apparteneva alla nobiltà militare che all’epoca era spesso coinvolta nella varie guerre tra daimyō o signori feudali: infatti, dal 1538 in poi, militò come samurai al servizio del nobile Matsunaga Hisashide e divenne comandante del castello di Sawa.
In quel frangente, nel 1563, Zusho fu anche uno dei giudici incaricati di esaminare l’operato del gesuita padre Gaspar Vilela, che quattro anni addietro aveva fondato la prima missione cattolica a Kyoto, sede dell’imperatore. Il sacerdote rispose con tale fermezza alle accuse che venivano rivolte a lui e al catechista Lorenzo, suo fedele collaboratore, che il samurai rimase convinto che avesse ragione: riconobbe la serietà della dottrina cristiana e volle viverla in prima persona, ricevendo il Battesimo e cambiando nome in Dario.
Tanto fece e tanto disse che anche gli altri due giudici fecero lo stesso. Non solo: quando tornò al castello di Sawa, invitò il catechista Lorenzo a presentare la sua fede ai familiari. Nel 1563 furono quindi battezzati, oltre a molti soldati, la moglie del samurai e i loro sei figli; Ukon, che era il maggiore, ebbe il nome cristiano di Giusto.
A causa delle lotte militari tra i vari daimyō, anche i Takayama subirono un colpo notevole: dovettero abbandonare Sawa a causa dei nemici del nobile presso cui prestava servizio. Dario, quindi, si associò all’amico Wada Koremasa e al suo esercito. Con lui si mise all’opera perché i missionari cattolici potessero ritornare a Kyoto: il signore del luogo, Oda Nobunaga, acconsentì e protesse in seguito la piccola comunità cristiana.

Un duello che segna la vita
Quanto a Giusto, era ormai dell’età adatta per prendere le armi: nel 1571, ad esempio, partecipò a una battaglia vittoriosa e rilevante. Tuttavia, alla morte di Wada Koremasa, si sviluppò un contrasto col figlio di lui, Korenaga: i figli dei due amici dovettero scontrarsi in duello.
Giusto vinse, uccidendo l’avversario, ma lui stesso rimase ferito gravemente. Rimase a lungo tra la vita e la morte e, mentre si riprendeva, riconobbe di essersi curato poco della fede che gli era stata insegnata.
Due anni dopo, come ricompensa per i loro servigi, i Takayama ricevettero il feudo di Takatsuki, al cui comando passò Giusto perché il padre era ormai anziano. Venne per lui anche il tempo di formarsi una famiglia: nel 1574 sposò una cristiana, Giusta, dalla quale ebbe di certo tre figli maschi, due dei quali morti poco dopo la nascita, e una figlia.
Sotto la sua guida, Takatsuki divenne un importante centro di attività missionaria, dove i catecumeni potevano riunirsi in locali adatti e ricevere regolarmente l’istruzione catechistica da parte di sacerdoti e religiosi. Lui stesso approfondiva i contenuti del Vangelo e, ben presto, venne ritenuto esemplare dagli altri fratelli nella fede.

Una resa per non spargere sangue
Tuttavia, le questioni di guerra non erano ancora concluse. Nel 1578 il daimyō Araki Murashige si ribellò apertamente contro Oda Nobunaga e prese in pegno la sorella e il figlio di Giusto, il quale si trovò preso dai dubbi: sapeva che suo padre voleva restare fedele all’impegno con il nobile, ma intanto il rivale di lui si era accampato di fronte al castello di Takatsuki, domandandone la resa e minacciando di mettere in pericolo i credenti cristiani.
Pregò a lungo, poi prese la sua decisione: restituì i diritti feudali al padre e si consegnò inerme. Oda apprezzò il suo gesto e lo confermò come signore del luogo, ma esiliò Dario nella provincia settentrionale di Echizen (oggi prefettura di Fukui). Proprio per questo, l’anziano contribuì a diffondere il cristianesimo anche in quelle zone del Giappone.

Alle dipendenze degli shogun, portatore del Vangelo
Giusto, intanto, aveva fatto carriera alle dipendenze di Oda Nobunaga, diventando uno dei suoi primi generali. Proseguì anche nell’aiuto ai cristiani: ottenne la costruzione della prima chiesa di Kyoto (oggi non più esistente) e di un altro edificio sacro, insieme a un seminario, ad Azuchi, sul lago Biwa. Anche a Takatsuki il numero dei credenti aumentava di anno in anno.
Quando Oda Nobunaga fu assassinato da Akechi Mitsuhide, i generali che gli erano fedeli gli diedero battaglia, poi passarono al seguito di Toyotomi Hideyoshi, il nuovo shogun. Giusto ottenne presto di grandi stima e fiducia da parte di lui e poté ancora una volta agire per aiutare i cristiani, fruttando molte conversioni anche tra personalità di spicco. Nel 1585 lo shogun lo ricompensò con un nuovo feudo, quello di Akashi: anche lì la popolazione si accostò al cristianesimo.

In conflitto con Toyotomi Hideyoshi
Tuttavia, per vari fattori, a partire del 1587 Toyotomi Hideyoshi non fu più favorevole ai cristiani: ordinò l’espulsione di tutti i missionari e degli stranieri in genere e fece pressione sui nobili affinché tornassero alla religione dei loro antenati.
Toccò anche a Giusto: la notte del 24 luglio fu convocato dallo shogun, che gli manifestò il suo dispiacere perché aveva convertito molti signori feudali. Gli ordinò quindi di abbandonare la fede, pena l’esilio in Cina e l’esproprio dei suoi beni. Il daimyō rifiutò, dichiarando che per nulla al mondo avrebbe rigettato il Dio nel quale i missionari gli avevano insegnato a credere.

La rappacificazione
La sua pena fu quindi limitata alla perdita dei beni: insieme a tutta la famiglia, Giusto mendicò a lungo, finché non venne ospitato sull’isola di Shodoshima da un suo amico, Konishi Yukinaga.
Lo shogun, però, venne a sapere del suo nascondiglio e gli propose di essere reintegrato nel suo incarico, ma ottenne un nuovo rifiuto. Giusto fu quindi condotto prigioniero a Kanazawa, dove subì notevoli privazioni.
Alla fine, Toyotomi Hideyoshi gli assegnò una rendita annua, forse perché si era pentito, e nel 1592 si riappacificò con lui nel corso di una solenne cerimonia. Pur non reintegrato come daimyō, l’altro poté muoversi liberamente nell’arcipelago giapponese: contribuì quindi all’azione missionaria dei Gesuiti, ripresa nell’anno precedente alla rappacificazione.

La persecuzione sotto Tokugawa Ieyasu
Tuttavia, nel 1597, 26 cattolici, sia stranieri sia autoctoni, furono crocifissi sulla collina di Nagasaki e un nuovo editto bandì i cristiani dal Giappone. La morte improvvisa dello shogun sembrò aprire qualche speranza, ma il suo successore, Tokugawa Ieyasu, si sostituì gradualmente all’erede legittimo.
Dopo un’iniziale fase di accondiscendenza verso la religione cristiana, cominciò a proibire ai vari dignitari e nobili di ricevere il battesimo. Infine, nel 1614, emanò l’ordine di espulsione di tutti i missionari, col quale i cristiani giapponesi venivano obbligati a riprendere le usanze dei loro avi.

La prigionia, poi l’esilio
Giusto, che dopo le prime proibizioni si era trasferito a Kanazawa, fu subito raggiunto dall’ordinanza. Gli amici gli suggerivano di compiere degli atti di abiura formale, come calpestare le immagini sacre, ma lui rispondeva invariabilmente di essere consapevole di quale tesoro costituisse la religione cristiana e che, quindi, non dovevano fargli quella proposta neanche per scherzo.
Insieme ai suoi familiari, venne quindi condotto sotto scorta a Nagasaki, dove venivano radunati anche i missionari e i cristiani che non avevano abiurato. Trascorse sette mesi in attesa di morire da martire, ma l’8 novembre 1614 fu imbarcato, insieme a un gruppo di circa 300 cristiani, su una giunca che faceva vela verso Manila, nelle Filippine. Durante il viaggio fu capace di confortare gli altri, ammassati su quella piccola imbarcazione. Una volta sbarcato, ebbe un’accoglienza trionfale, da vero eroe della fede.

La morte
Tuttavia, appena quaranta giorni dopo, iniziò ad avere la febbre molto alta. Certo di essere alla fine della vita, fece chiamare il suo direttore spirituale, padre Morejón, e ricevette gli ultimi sacramenti. Incoraggiò ancora una volta quanti gli stavano attorno a perseverare nella fede e, infine, morì ripetendo il nome di Gesù. Era verso la mezzanotte del 3 febbraio 1615; Giusto aveva circa 62 anni.
Gli spagnoli, che al tempo governavano le Filippine e che gli avevano proposto di assisterli per abbattere lo shogun Tokugawa, ma ottennero il suo rifiuto, gli riservarono un funerale solenne con gli onori militari. Tempo dopo, in piazza Dilao a Manila, è stata posta una sua statua, nella quale veste gli abiti tipici del suo rango, ma alla katana (la spada tradizionale giapponese) che regge in mano è sovrapposto il Crocifisso.

Un percorso complicato verso la beatificazione
La Chiesa cattolica giapponese lo ha sempre considerato un autentico testimone della fede e ha più volte cercato di avviare il suo processo di beatificazione. Il primo tentativo rimonta già a pochi anni dalla sua morte, ad opera dei sacerdoti di Manila: tuttavia, la politica isolazionista sotto i Tokugawa impedì la raccolta delle prove documentali a riguardo. Nel 1965, poi, alcuni vizi di forma nelle fasi preliminari ne causarono l’arresto.
L’ultimo e più proficuo intervento in tal senso parte dall’ottobre 2012, monsignor Leone Jun Ikenaga, arcivescovo di Osaka e all’epoca presidente della Conferenza episcopale giapponese, ha consegnato a papa Benedetto XVI una lettera per chiedere l’esame della causa. L’agosto dell’anno successivo, la Conferenza episcopale del Giappone ha inviato alla Congregazione delle Cause dei Santi i documenti del processo.
Nel 2015 è stata quindi trasmessa la “Positio”: in essa Giusto Takayama figurava come martire, in quanto la sua morte appariva come conseguenza delle privazioni e dei maltrattamenti subiti in patria. Infine, il 20 gennaio 2016, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui effettivamente veniva riconosciuto il suo martirio.

La beatificazione
Il rito della beatificazione di Giusto Takayama si è svolto nella Osaka-jō Hall di Kyōbashi, presso Osaka, presieduto dal cardinal Angelo Amato come inviato del Santo Padre.
È la prima volta per un singolo candidato agli altari come martire originario del Giappone: questo Paese conta infatti già 42 Santi e 393 Beati, tutti martiri e uccisi in prevalenza durante il periodo Edo, ossia dal 1603 al 1867; sono tutti ricordati in gruppo.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2017-02-06

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