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Venerabile Alberto Capellán Zuazo Laico

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Santo Domingo de la Calzada, Spagna, 7 agosto 1888 - 24 febbraio 1965

Papa Giovanni Paolo II lo ha dichiarato Venerabile il 6 aprile 1998.



La prova che dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna ce la offre Alberto Capellán Zuazo, che nel 1998 la Chiesa ha proclamato venerabile e che pertanto, presto o tardi, potremmo ritrovare sugli altari. Ma se ne parliamo in questa rubrica è soprattutto perché siamo convinti che la sua testimonianza, oltre che paradigmatica per chiunque, è autentica “buona notizia” per chi è tentato di sfiducia verso se stesso o verso chi gli vive accanto. Nasce il 7 agosto 1888 a Santo Domingo de la Calzada, provincia di La Rioja (Spagna), da due genitori che per tradizione familiare non brillano in pratica religiosa, anche se non gli impediscono di frequentare la chiesa, andare a catechismo e fare il chierichetto come tutti gli altri bambini. Da adulto potrà così riconoscere che furono proprio queste esperienze “forti” della sua infanzia a lasciare in lui impronte indelebili. Il carattere, per natura, è istintivo e tendenzialmente portato a scatti d’ira: ne sanno qualcosa gli amici ed i compagni di lavoro, che lo vedono (e lo sentono) spesso andare “in bestia”  se le cose non vanno come dovrebbero; testimoniano anche la sua abitudine, in questi frangenti, a “prendersela con Dio, la Madonna e i santi”, che in fondo altro non è che un eufemismo per dire la sua inclinazione alla bestemmia. Gli piace ballare (il che, per la sua epoca, non è certo una virtù) e nella danza dà libero sfogo alla sua prorompente vitalità e alle sue arti amatorie; non si lascia sfuggire neppure un’occasione per far festa, anche oltre il lecito ed il conveniente, tanto che una volta va con gli amici a terminare in cella una notte “brava”, iniziata sotto i migliori auspici e ben presto scaduta in schiamazzo notturno. Oggi avrebbe buone possibilità di essere uno degli “ultras”, per il tifo rumoroso con cui segue le corride, anche in trasferte trasgressive e pericolose. Infine è gelosissimo, al punto da tendere un agguato, che solo per caso non finisce in tragedia, ad un rivale in amore che avrebbe voluto ballare con la ragazza che piace a lui. Tutto questo fino a quando resta “single”; perché se è vero, per sua stessa ammissione, che la sua conversione viene “ufficializzata” a gennaio 1919, il lungo cammino del suo cambiamento incomincia il 30 giugno 1909, cioè il giorno del suo matrimonio con  Isabel Arenas Mahave. Di lei si è innamorato a 16 anni e l’amore è andato crescendo nel tempo fino a diventare “esagerato”, quasi a rasentare l’ossessione. Isabel, da tanti ammirata per la sua bellezza, contraccambia l’amore esclusivo del suo uomo non solo dandogli otto figli, ma innanzitutto l’esempio di un amore devoto e premuroso, conquistandoselo con la sua allegria e la sua dolcezza, non facendo mistero della sua pratica religiosa, al punto che Alberto, da vero innamorato, pian piano ricomincia a frequentare la chiesa con l’assiduità della sua infanzia, con la segreta speranza che ciò faccia piacere alla moglie. C’è anche un buon libro, prestatogli al momento giusto da un amico, che contribuisce al suo riavvicinamento alla fede, ma l’inizio è proprio in quella presenza discreta e fedele di una moglie innamorata. Il cammino, che dura dieci anni, approda dunque, sui trent’anni di Alberto, ad una fede matura e convinta che egli testimonia fino alla morte, avvenuta il 24 febbraio 1965. Riaffiorano, così, anche le buone qualità che in lui erano presenti, pur se celate da una giovinezza un po’ troppo “esuberante”.  Lavoratore instancabile, si fa ammirare per la sua onestà, il senso di giustizia, la correttezza verso tutti. Adoratore notturno generoso, organizza e propaganda la devozione eucaristica, precedendo con l’esempio e con la testimonianza delle sue 660 notti trascorse in adorazione. Ma è soprattutto nella carità che si esprime tutto l’eroismo di questo semplice cristiano: convinto che “l’amore di Dio e del prossimo sono un unico precetto”, si dedica con particolare premura a soccorrere i più poveri, convinto, come dice spesso, che “il modo di donare sia più importante di ciò che si dona”. Lo vedono caricarsi sulle spalle i poveri, con la delicatezza con cui prenderebbe in braccio Cristo stesso, e portarli al “rifugio” che ha creato per offrire un riparo notturno al senzatetto, in ciò contestato da chi trova eccessivo e pericoloso questo suo farsi tutto a tutti. E pensare che tutto era cominciato da quel matrimonio con una donna innamorata, che non  aveva perso la fiducia in lui e nel suo ritorno alla fede.
E poi ditemi se questo non può dare speranza a ciascuno di noi!


Autore:
Gianpiero Pettiti

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Aggiunto il 2014-03-04

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