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Venerabile Anna Maria Marovich Fondatrice

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Venezia, 7 febbraio 1815 – 3 ottobre 1887

Anna Maria Marovich fu anzitutto una poetessa e letterata molto celebre nella Venezia di metà Ottocento. Le sue opere in poesia e in prosa costituivano uno sfogo per lei, desiderosa di entrare in convento ma esortata da più parti ad attendere. Insieme a don Daniele Canal, diede inizio nel 1864 alle Suore Riparatrici del Cuore Santissimo di Gesù, per l’assistenza alle donne uscite dal carcere. A seguito dei contatti con don Carlo Salerio, fondatore a Milano delle Suore della Riparazione, accettò di fondere la sua opera con quella, cambiando divisa e comportandosi esattamente come una novizia. Morì a Venezia il 3 ottobre 1887.



Anna Maria Marovich (in croato, Ana Marija Marović) nacque a Venezia, il 7 febbraio 1815, Martedì Grasso, mentre la sua città era in festa per il famoso Carnevale. I suoi genitori, Giuseppe (Josip, Guardian Grande della Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone) e Marija Ivanovic, erano di origini montenegrine, per la precisione di Dobrota, una piccola città sulle Bocche di Cattaro (Boka Kotorska), e si erano trasferiti nella Serenissima per ragioni commerciali, come molti loro conterranei. Sin dai primi anni mostrò un’intelligenza molto vivida e fu presto orientata dai suoi parenti a vivere seriamente il rapporto con Dio. La madre, ad esempio, le insegnava a pregare, mentre il nonno la conduceva spesso in chiesa. Un giorno, mentre assisteva alla Messa con lui presso la chiesa di Santa Maria Gloriosa dei Frari, gli chiese di essere presa in braccio, per guardare oltre la folla. Ai suoi occhi di bambina, parve che l’Ostia consacrata fosse fatta di fuoco e che le persone che la ricevevano tornassero al posto con gli occhi bassi perché si sentivano bruciare dentro. Per provvedere alla sua formazione culturale, i genitori contattarono un amico di famiglia, don Daniele Canal, che era già molto famoso in città per la sua assistenza ai bisognosi. La sua prima preoccupazione fu di preparare Anna a ricevere i Sacramenti, temprando il suo carattere impetuoso e collerico. A nove anni fece la prima Confessione, a dieci la Cresima e l’anno successivo la Comunione, che don Canal stesso le amministrò nella chiesa parrocchiale di San Giovanni in Bragora. Quel giorno fu per Anna l’inizio di una nuova vita: per imitare le sante di cui amava leggere le vite su un «Leggendario delle Vergini» e che l’attraevano più dei romanzi di finzione, promise a Gesù che si sarebbe consacrata a Lui. In casa, tutti notarono che aveva imparato a tenersi a freno e a raddolcirsi. Il senso di rimorso per il comportamento degli anni precedenti le fece pensare di entrare in monastero, precisamente in quello detto delle “Penitenti”. Tuttavia don Canal, che era anche il suo direttore spirituale, si limitò a dirle di non decidere così in fretta, pur senza spiegarle il perché. Intanto, proseguiva con i suoi insegnamenti: passò a farle leggere i classici e a darle nozioni di musica e pittura. Crescendo, Anna era diventata una potenziale fidanzata per molti giovani, tra i quali un amico di famiglia. Fedele all’impegno preso il giorno della Prima Comunione, lo respinse dicendogli che era stato anticipato da uno Sposo migliore. I genitori, di parere contrario, individuarono in don Canal il responsabile di quella scelta e l’allontanarono da casa. L’aspirazione di Anna restava una sola: il chiostro, stavolta tra le Cappuccine. Ma un dialogo tra lei e una voce interiore, registrato nel suo diario spirituale, diceva tutt’altro: «Voglio farti madre di un Ordine che mi glorifichi; voglio che questo Ordine sia addetto alla Riparazione». «E quando, Signore, sarà questo?». «Quando vorrò io, nel modo che ti farò conoscere quando il tempo sarà stabilito». Certa che Gesù volesse così, Anna si dispose ad attendere, ma non nell’inerzia. Per mettere a frutto le lezioni scolastiche ricevute e, allo stesso tempo, sfogare quello che l’Amore di Dio le metteva in cuore, cominciò a scrivere. Dalla sua penna uscirono trattati in prosa, come «Il mese di luglio consacrato a Gesù Redentore», «Pie conversazioni sulla vita di santa Dorotea» (1839), e le «Lettere morali», edite col nome di «Pia giovane”. Si occupò anche di poesia: i suoi sonetti, di sapore petrarchesco, e le canzoni di stile metastasiano vennero raccolti nel 1843 come «Versi di Filotea». Don Canal, entusiasta per come la sua pupilla avesse un talento simile, fece arrivare i suoi lavori al Patriarca di Venezia, il cardinal Jacopo Monico, anch’egli letterato. Sulle prime, al sapere che erano opera di una donna, si stupì, ma poi, osservando un dipinto che raffigurava il Redentore, le rispose per le rime, nel vero senso della parola: «Donde togliesti la sublime idea / Delle vaghe sembianze uniche al mondo?», le scrisse in un sonetto che le fece avere. Inoltre, al sentire che lei riteneva di non meritare gli elogi che le arrivavano perfino dal Papa e dall’imperatrice d’Austria, le disse: «Sta a voi, cara figliola, il tarpar le ali alla buona fama che vola intorno a voi... Se non volete far altro che filare, e cucire, e far da massaia, sarà finito ogni elogio». Forse perché i suoi desideri più autentici erano ancora frenati, dopo i trent’anni la giovane cominciò a star male di salute, mentre suo padre, a causa delle rivolte anti-austriache, aveva subito un grave tracollo finanziario, che lo costrinse a vendere il proprio palazzo. Morì nel 1854; tre anni prima, Anna aveva perso uno dei suoi maggiori sostenitori, il cardinal Monico. Pur in quella situazione dolorosa, ci fu un insperato cambiamento. Don Canal, che già aveva fondato l’Istituto di Santa Maria del Pianto per le bambine abbandonate, ricevette la proposta di impiegare Anna in una nuova iniziativa, per la quale esistevano già fondi e strutture. Lei, da parte sua, si sentiva inadeguata: ci volle l’esortazione del nuovo Patriarca, monsignor Angelo Ramazzotti (per il quale è in corso il processo di beatificazione), per riconoscere che quella poteva essere l’opera di cui le aveva detto il Signore in quei colloqui interiori. Il suo direttore spirituale, inoltre, aveva istituito una Pia Unione i cui aderenti, Anna inclusa, pregavano per i peccatori allo scopo di riparare le offese fatte a Dio. Con notevoli sforzi, venne riscattata l’area dell’ex convento dei Servi di Maria. Una volta terminati i lavori di ricostruzione, nel luglio 1864, Anna, sua madre e quattro compagne vi si insediarono. Il 21 novembre dello stesso anno, con la vestizione religiosa, dalla Pia Unione si passò alle “Suore Riparatrici del Cuore Santissimo di Gesù”. La loro Regola era stata scritta da Anna, ormai riconosciuta come Madre fondatrice, due anni prima. Le prime persone accolte furono quelle donne che, terminata la detenzione nel carcere femminile della Giudecca, non avevano un posto dove andare. L’avrebbero trovato in quella che venne denominata “Casa della Sacra Famiglia”. In quel periodo risiedeva a Venezia fratel Prosdocimo (al secolo Pietro) Salerio, religioso dell’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio. Al sentir parlare di un’opera religiosa dedita alla riparazione, informò subito suo fratello don Carlo, il quale, dopo essere stato tra gli iniziatori del Seminario Lombardo per le Missioni Estere ed essere stato costretto al rimpatrio dall’Oceania per malattia, aveva da poco fondato, insieme a madre Carolina Orsenigo, le “Pie Signore Riparatrici”, la cui casa principale era detta “Casa di Nazareth”. Don Carlo rimase piacevolmente sorpreso: lui stesso aveva attinto l’ideale della Riparazione leggendo, quand’era ancora seminarista, i versi e le prose della Marovich. Colse quindi l’occasione dell’inaugurazione della cappella della nuova casa, in corso Magenta a Milano, per invitarla e conoscerla di persona. Dal 1864 al 1867 gli scambi tra le due realtà furono numerosi, anche a livello di personale: tre suore vennero accompagnate a Milano da monsignor Canal, che ritornò a Venezia con altre sei, inclusa la Madre Vicaria Angiolina Arnaboldi. Nel gennaio 1868 fu Madre Orsenigo a giungere, in gondola, alla Casa della Sacra Famiglia. Appena sbarcata, si vide davanti Anna, che le domandò di essere ammessa tra le sue religiose. In segno di totale disponibilità, lei chiese anche di poter cambiare la propria divisa con quella adottata a Milano. Monsignor Canal ne fu particolarmente dispiaciuto, ma don Salerio provvide a rassicurarlo: tutto avveniva per aiutare il maggior numero di ragazze possibili. In un’adunanza delle suore, l’11 novembre 1867, aveva dichiarato: «La signora Marovich è dispostissima a venire qui come l’ultima delle novizie, sebbene possa esser Maestra a tutte. È anima fornita di tali e tante virtù di cui può dirsi che la minore, che in lei traspare è una profondissima umiltà. Qual tesoro non è pel nostro Istituto, quale Sorella acquistate. Basterebbe quasi questo solo motivo a farci benedire Iddio del pensiero che le ha ispirato!». Di conseguenza, il 27 ottobre 1868 si compì l’ “Atto formale di unione”, suggellato dalla cerimonia presieduta da monsignor Canal, ormai tranquillizzato per la buona accoglienza ricevuta dalla sua protetta. Madre Anna tornò a Venezia, ma da allora non dipinse più, né scrisse altro che non fossero lettere dal contenuto semplice ed elevato al tempo stesso. Nel 1884 monsignor Canal morì, ma lei non poté assistere ai suoi funerali: da quattro anni ormai, la sua salute era in declino. Un anno dopo la perdita della sua guida, venne colpita da una malattia incurabile, che l’obbligò a cedere l’amministrazione del suo istituto. Nel maggio 1887 iniziò la pratica dei Quindici Sabati in onore della Madonna del Rosario, per ottenere la grazia di una buona morte: terminato quel periodo, capì che davvero stava per andarsene. Si accomiatò quindi dalle sue ragazze, che sfilarono lentamente nella sua stanza e ricevettero tutte un ultimo consiglio. Fu quindi il turno delle autorità religiose e civili. Monsignor Giuseppe Bordoni, Superiore delle Suore della Riparazione, aveva dovuto tornare a Milano, però madre Anna lo assicurò che non sarebbe andata via per sempre in sua assenza. Il 3 ottobre, alle cinque del mattino, rese l’anima a Dio, mentre monsignor Bordoni le diceva: «Madre, son qua. Dica: Gesù mio, io vi amo!». Forse, però, le era venuto in mente uno dei suoi sonetti, il XIV, nel quale, secondo uno schema poetico che in quel momento diventava vero, pregava: «O morte, o prezioso almo conforto […] vientene, che per gire al mio Diletto ogni indugio mi par molesto e grave. Su, vibra il colpo omai; vedi che aspetto». Il nome di madre Anna rimase indissolubilmente legato all’istituto che aveva contribuito a fondare, noto come Istituto Canal-Marovich. La fase diocesana del suo processo di beatificazione si è svolta a Venezia dal 17 gennaio 1926 al 30 aprile 1951, convalidata con decreto del 16 dicembre 1988; il 27 gennaio 1962, invece, era stato promulgato il decreto sugli scritti. Un’inchiesta suppletiva venne inaugurata il 30 settembre 1992 e chiusa un mese dopo, il 31 ottobre; venne convalidata il 19 febbraio 1993, anno nel quale la “Positio super virtutibus” venne trasmessa alla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi. In seguito alla riunione dei periti teologi, il 2 dicembre 2005, e di quella dei cardinali e vescovi membri della Congregazione, il 16 ottobre 2007, papa Benedetto XVI ha firmato il decreto, reso noto il 17 dicembre 2007, col quale è stata affermata l’eroicità delle virtù di madre Anna. PREGHIERA (con approvazione ecclesiastica) Cuore dolcissimo di Gesù che promettesti di glorificare chi ti diede gloria in terra, Tu che tanto fosti onorato dall’umile tua Serva Anna Maria Marovich, degnati di manifestare quanto essa ti fu accetta concedendoci la grazia che tanto desideriamo. Gloria al Padre ... E tu, Vergine Addolorata, che profondamente imprimesti nel cuore di Lei la compassione e l’affetto ai tuoi dolori, interponi la tua mediazione affinché, se così piace a Dio, quell’anima cara risplenda presto come stella nel cielo della Chiesa. Amen. Ave, o Maria...


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2014-06-01

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