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Mons. Cristoforo Arduino Terzi Vescovo

Testimoni

Petrella Salto, Rieti, 29 settembre 1884 - Rieti, 11 luglio 1971


Cristoforo Arduino Terzi fu vescovo di Massa e Carrara (la diocesi all'epoca si chiamava Apuania e non comprendeva la maggior parte della lunigiana) dal 1934 al 1945. Decise di rinunciare all'incarico al termine della II guerra mondiale, poichè il  rapporto con la popolazione, nel periodo difficile della guerra civile, e soprattutto durante l'ultimo anno, era ormai (parzialmente o totalmente) compromesso. Nell'ambito della storia di monsignor Arduino Terzi come pastore della diocesi, la vicenda delle sue dimissioni ha un'importanza centrale. Giusto o sbagliato che sia, il ricordo del vescovo è infatti legato principalmente al triste epilogo della sua permanenza nella nostra terra. Il giudizio sul suo operato pastorale durante il conflitto mondiale è comunque tutt'ora oggetto di giudizi contrastanti, e per questo la nostra narrazione gli dedicherà uno spazio notevole.
Ma partiamo dall'inizio: il piccolo Cristoforo nacque il 29 settembre 1884 a Capradosso, frazione di Petrella Salto, piccolo comune in provincia di Rieti. Iniziò a frequentare la scuola presso i frati del Piglio ed Artena e vestì l'abito francescano il 7 novembre 1899 nel santuario di santa Maria delle Grazie in Ponticelli, nel comune di Scandriglia. In seguito, compì gli studi liceali a Civitavecchia e poi, tra Frascati e Roma, si perfezionò in filosofia e in teologia. Fu ordinato sacerdote il 25 maggio 1907, dopo aver preso la confessione francescana l'anno precedente. Subito dopo l'ordinazione presbiteriale trascorse tre ulteriori anni di studi al collegio internazionale sant'Antonio di Roma, conseguendo così il titolo di Lettore generale in santa Scrittura. Apprezzato dai superiori per le sue competenze culturali, nel 1922 fu eletto ministro provinciale dell'ordine dei frati minori. In questo ruolo seppe distinguersi per le capacità organizzative e soprattutto per il suo impegno nel restauro di alcuni conventi antichi: come vedremo, padre Arduino Terzi è considerato non a caso uno dei massimi studiosi dell'arte conventuale francescana, in particolar modo dell'Italia centrale, nonchè uno dei più brillanti biografi di san Francesco. Non ci stupisce pertanto scoprire che nel 1926 egli fu uno dei promotori delle celebrazioni per il 700° anniversario della morte del poverello di Assisi, riuscendo persino a far emettere dalle poste italiane una serie di sei francobolli commemorativi. Successivamente, e fino al 1934, fu rettore  del serafico collegio di Artena: l'estate di quell'anno fu ordinato vescovo e destinato alla diocesi di Apuania, dove fece il suo ingresso trionfale il 9 settembre 1934. Dopo oltre un anno di sede vacante (il  precedente vescovo, monsignor Bertazzoni, era mancato il 2 luglio 1933 ), le genti apuane accolsero infatti la loro nuova guida con grande giubilo: “Rallegrati, o nobil popolo d'Apuania e garfagnana, che ne hai ben donde. Figlio del più italiano dei santi e del più santo degli italiani, di Colui che salutò fratelli e sorelle il sole, la luna, l'acqua, le fiere. Egli viene a portare nelle tue pittoresche città e villaggi il soffio generatore del poverello d'Assisi...” Così, ad esempio, si leggeva nel periodico della cattedrale, uscito in forma di numero unico proprio in occasione dell'arrivo a Massa di monsignor Arduino Terzi.
Purtroppo, poco è stato riportato dalle cronache storiografiche per quanto riguarda l'azione pastorale del vescovo dall'insediamento alla guerra civile, cioè lungo quei nove anni in cui ha retto, in condizioni più o meno normali, la diocesi. In attesa che qualche studioso realizzi una biografia completa del vescovo (negli anni scorsi in Umbria l'ordine francescano ha organizzato dei convegni sulla figura di Arduino Terzi: la speranza è che ne scaturisca una pubblicazione) possiamo intuire qualche aspetto della sua personalità grazie alla lettura di alcuni documenti, riportati dal professor Ragonesi in un polemico saggio su Arduino Terzi pubblicato nel 2003. Ad esempio, il viscerale anticomunismo che animava il vescovo, ma anche la sua grande attenzione ai rischi legati agli eccessi del liberalismo. Monsignor Terzi apparirebbe dunque come uno spirito abbastanza legato ad una visione tradizionale della religione e della politica: “Il pensiero teologico politico di Cristoforo Terzi- ha scritto Ragonesi- è enucleato dalle sue lettere pastorali (…) Con uno stile elegante, frutto di buona educazione letteraria, il presule esprime le sue opinioni contro i pericoli delle dottrine liberali e social-comuniste. Questo motivo ricorre in tutti i documenti e gli atti disponibili (…) Negli anni del suo episcopato a Massa mantiene un particolare furore teologico verso la dottrina socialcomunista...”
Caliamoci allora nel contesto della guerra civile che investì completamente, come noto, le città di Massa e Carrara, le quali dall'autunno del 1944 fino al termine della guerra costituirono l'immediata retrovia del fronte. In previsione di ciò, già da luglio il comando germanico aveva imposto alla popolazione carrarese e massese di evacuare verso nord, per ragioni strategico-militari, non curandosi però delle difficoltà che avrebbero dovuto affrontare migliaia di persone, tra cui donne, bambini e anziani, nell' affrontare un viaggio proibitivo senza mezzi adeguati. Alla fine, l'ordine di sfollamento di Carrara fu revocato, mentre quello di Massa, anche dopo una serie di contrattazioni tra clero e tedeschi (non privo di incomprensioni e difficoltà), fu attuato ma solo in parte. E' in questo contesto di drammatica assenza di autorità che il clero massese, come emerge da diversi studi pubblicati nel dopoguerra, si rivelò all'altezza della situazione e rimase a fianco della popolazione stretta tra i vari contendenti, non facendo mancare sostegno morale e concreto e pagando in prima persone un tributo di sangue elevato.
E il vescovo Arduino Terzi? Perchè la consultazione che lui stesso promosse al termine della guerra tra i parroci e i loro fedeli fece emergere la rottura dell'idillio tra pastore e popolazione apuana? Principalmente, perchè egli aveva accettato passivamente gli ordini di evacuazione, e dal settembre '44 fino a maggio dell'anno successivo aveva retto la diocesi dal piccolo comune lunigianese di Podenzana, lasciando il popolo a se stesso, quando avrebbe invece potuto stabilirsi a Carrara. Ma a questi punti le opinioni si dividono.
Secondo, ad esempio, lo storico monsignor Berti, la scelta del vescovo è stata fatta “ad vitanda mala maiora”, volta cioè a evitare rappresaglie e mali maggiori sulla popolazione e sul clero. La sua voce - ha spiegato monsignor Berti - si fece tuttavia sentire in varie circostanze: quando nel dicembre del '43 protestò contro le autorità di Lucca per l'arresto di un sacerdote che aveva protetto dei militari sbandati e alcuni prigionieri alleati; nel gennaio '44, quando fece fuggire un sacerdote che ospitava un prigioniero inglese; dopo l'eccidio di Forno, quando fu l'unica autorità a recarsi in paese, e fece avere alla popolazione denaro e biancheria, così come avrebbe poi fatto a Resceto e a Guadine. In seguito, quando diede facoltà ai parroci di prestare assistenza religiosa ai partigiani. E, non ultimo, quando chiese ripetutamente ai tedeschi di non imporre lo sfollamento ai massesi ma di limitarsi a consigliarlo.
Il prof. Ragonesi, dal canto suo, ha visto invece nella decisione di trasferirsi a Podenzana un atto di sottomissione alle autorità naziste, compiute da uno spirito reazionario e lontano dalle problematiche e dalle sofferenze della popolazione. Filofascista fino alla guerra civile, poi colpevolmente assente nei mesi più difficili.
Per quanto ci riguarda, lasciamo libero ogni lettore di documentarsi e addivenire autonomamente a un suo giudizio sul vescovo, ricordando però che ogni paragone polemico effettuto con la condotta del vescovo Giovanni Sismondo di Pontremoli è inadeguata, perchè a lui non era stato imposto nessun tipo di sfollamento.
Lasciamo allora parlare direttamete il vescovo Arduino Terzi, tramite la lettera che scrisse alla fine della guerra a Papa Pio XII:
“Beatissimo padre, in seguito all'evacuazione obbligatoria della città episcopale ed alla conseguente mia dimora in Podenzana, si è creata in molti fedeli d'Apuania una certa avversione circa il mio ritorno in sede. In tali condizioni temo che potrebbe riuscire inefficace il mio ministero episcopale, almeno nelle città di Apuania, per cui sento il  dovere di riporre  nella mani della Santità Vostra la diocesi, affidata alle mie cure dalla bontà del venerato vostro predecessore Pio XI di felice memoria. Dato poi le mie condizioni di salute, chiedo di poter fare subito ritorno nell'ordine francescano. Essendo sprovvisto di mezzi pecuniari, mi permetto richiedere un aiuto straordinario per farmi almeno una tunica, e acquistare il corredo personale perduto in seguito all'apertura dei rifugi del seminario di Apuania, dove era  custodito […] Chiedo perdono se con la mia condotta ho amareggiato il vostro cuore e scandalizzato i fedeli della diocesi”.
E al cardinale Rossi:
“Eminentissimo principe (…) Durante il mese che ci separa dalla liberazione vi è nel popolo, vivo sempre, un mormorio contro di me, dato il naturale sfogo che si vuole avere di fronte al disastro toccato alla città di Massa e sobborghi e volendosi trovare a tutti i costi un capro espiatorio. E questi è il Vescovo, colpevole (dicono) di aver voluto l'evacuazione della città episcopale e della sua zona. I maligni hanno sempre qualcosa da dire: ieri gridavano contro il Papa che voleva la guerra, oggi inveiscono contro il vescovo che ha voluto l'evacuazione ! Cosicchè a Massa, oltre all'opposizione dei partiti che mi rimproverano di non essermi ribellato agli ordini emanati dal comando tedesco nei riguardi dell'evacuazione, vi è anche il risentimento di molti fedeli, specialmente sfollati nel centro della città, per il fatto che, ritornati alle proprie case, avendole ritrovare saccheggiate dai tedeschi o dai ladri, non la finiscono di mormorare. Mentre, se vi è stato uno che ha continuamente insistito perchè l'evacuazione fosse libera e non obbligatoria sono stato proprio io, certo com'ero delle dolorose conseguenze che avrebbe portato con sé l'allontanamento forzoso della popolazione. I carraresi, poi, si mostrano ostili per un senso di amor proprio bramando di vedere stabilita la sede vescovile presso di loro. Non nego che la mia presenza in Carrara sarebbe stata, oltrechè di ornamento, utile, ma non indispensabile, avendo provveduto ai suoi bisogno spirituali per mezzo di un delegato vescovile: però di fronte ai gravi pericoli che incombevano sia nei riguardi miei che del clero, i carraresi avrebbero dovuto privarsi volentieri della mia presenza (…) Capivo bene che la mia partenza avrebbe dato luogo alle più svariate e maligne intepretazioni: ciononostante giudicai miglior partito mettermi nel terreno della legalità, e, tra tanti mali che si sospettavano, scegliere il minore. Minore, dico, perchè quando il capitano tedesco interprete, riferendo il pensiero del comando, cinicamente asseriva: “Noi vogliamo l'evacuazione ordinata per il bene del popolo, poichè se all'ultimo momento dovessimo attuarla improvvisamente, la morte che potrebbe causare da 50 a 60 mila persone non potrebbe essere imputata a noi”. Di fronte a tale situazione disperata, che non ammetteva tergiversazioni, è chiaro che bisognava decidersi: o rimanere a dispetto dei tedeschi, accettando le conseguenze anche estreme, a cui avrebbero potuto ricorrere le famigerate SS contro di me e gli altri, specialmente il clero; o partire, certo di sacrificare solo me stesso (come di fatti è avvenuto), ma di ciò non porto alcun rammarico, avendo fatta al Signore la misera offerta di me stesso, purchè salvasse la diocesi e in modo particolare le città di Massa e Carrara (…) Mi sia anche permesso di avanzare la dannata ipotesi, se cioè io avessi resistito ai tedeschi e consigliato a rimanere in loco, e le SS avessero fatto sentire tutto il loro truce furore, gli alleati, avendo trovato resistenza alla loro avanzata, avessero distrutti- come usavano fare- anche i più modesti casolari coi loro apocalittici bombardamenti: in questo caso nessuno certo avrebbe potuto salvarmi dall'ira divina (…) Confesso davanti a Dio che una sola cosa mi spinse a partire dalla sede, il bene del clero e del popolo, onde risparmiare loro gl'imminente pericoli delle rappresaglie”.
E ancora al Papa, il 28 maggio 1945: “ ….approfittando di tale occasione, pregai insistemente di far presente al comando supremo germanico di desistere dall'obbligo dell'evacuazione lasciando al buon senso del popolo di prendere la decisione di partire, qualora la necessità lo avesse richiesto. Il maggiore comandante annuì alla mi richiesta e a tale scopo si recò presso il comando supremo: di ritorno (…) mi riferì che gli ordini erano di evacuare a tutti i costi (…) le autorità e gli istituti civili e religiosi fossero i primi a partire e io stesso dovessi partire subito, concedendomi al massimo di recarmi in lunigiana. Risposi che il vescovo non sarebbe dovuto partire per primo ma per ultimo, quindi era inutile insistere: “partirò- soggiunsi- l'ultimo giorno utile” (…) Ad  accrescere in me le preoccupazione e il timore di grandi mali e di atroci rappresaglie per il clero e per il popolo, mi risuonava all'orecchio l'eco dei fatti dolorosi avvenuti in lunigiana e in versilia...”
Dalle dimissioni fino alla morte, padre Arduino Terzi fu vescovo della sede titolare di Diocleziana, in Macedonia. In questi anni (morì a Rieti molto anziano, l'11 luglio 1971) rientrò in convento e rivestì il saio francescano. Riprese gli studi sulla storia dell'ordine francescano e sulla vita di san Francesco, fino a raggiungere risultati scientifici di altissimo livello. In ambito filologico, ad esempio, dove con un arguto saggio, frutto di anni e anni di studi, riuscì a dimostrare che il “cantico delle creature” non fu composto ad Assisi ma a san Fabiano.


Autore:
Simone Ziviani

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Aggiunto/modificato il 2014-07-13

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