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Servo di Dio Alexandre To Sacerdote camilliano

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Boromo, Burkina Faso, 2 dicembre 1967 - Roma, 9 dicembre 1996


È una storia di “ordinaria” santità, quella di Alessandro Toè, che inizia in Burkina Faso il 2 dicembre 1967, quando vede la luce, quinto degli undici figli di Samuel e Judith Paré. La famiglia cambia spesso abitazione, ma nel bambino, anche senza radici in una specifica comunità parrocchiale, spunta presto la vocazione sacerdotale: la faceva risalire ai 9 anni e ad una profonda amicizia con un giovane prete, di cui per gioco imitava i gesti e le celebrazioni, malgrado i rimproveri di mamma.  A 20 anni e con il diploma di maturità in tasca, si innamora dei Camilliani e comincia presso di loro un anno di spiritualità, al termine del quale inizia a frequentare regolarmente i corsi di filosofia in seminario. Quasi in contemporanea con i primi voti (8 settembre 1991) gli viene diagnosticata un’epatite di tipo “B”, che i Superiori ritengono possa esser meglio curata in Italia: di qui il suo trasferimento a Roma, dove frequenta con ottimi risultati la Lateranense e dove il 16 ottobre 1994 fa la sua Professione perpetua. Il 15 gennaio 1995 riceve il diaconato e il 1° luglio dello stesso anno viene ordinato prete nella sua terra. Tornato in Italia, è nominato vice-maestro dei Professi e Maestro dei Postulanti, proprio mentre l’epatite con cui sta combattendo evolve in tumore maligno, che lo porta alla morte il 9 dicembre 1996. Fin qui la sua semplice vita, racchiusa in appena 17 mesi di sacerdozio e 29 anni di vita. Ancora più semplice ed intenso il suo itinerario spirituale, che sembra avanzare di pari passo con la malattia.
Le testimonianze lo dipingono “intelligente e brillante, pieno di entusiasmo per qualunque cosa buona o che in qualche modo facilitasse l’amicizia e la fraternità”; superiori e compagni del seminario lo notano “sempre con il sorriso sulle labbra, pieno di delicatezza, animato da spirito di servizio” e finiscono per dargli il soprannome di "Samon le bon", per cercare in qualche modo di esprimere tutta la carica umana di questo ragazzo dal cuore aperto e disponibile al punto da perdere alcune volte perfino la nozione del tempo nel suo lasciarsi “mangiare” dagli altri. Sente che la sua “missione nel mondo è di essere dovunque il riflesso di Cristo” , che per lui significa “perdere tempo” con chi fatica a studiare le lingue, chi ha bisogno di un aiuto al computer, chi lo contatta anche solo per lettera. Ha un intensissimo rapporto epistolare con amici sparsi nel mondo ed al quale cerca di essere fedele anche scrivendo di notte, perché, dice, “per colui o colei che scrive, è uno sforzo e una speranza, non posso deluderli non rispondendo".  Il suo sogno è di poter diventare prete e medico per poter “sollevare i malati partendo dall'anima”, ma da vero figlio di San Camillo, che i malati se li caricava sulle spalle, desidera portarli “nel mio cuore, nelle mie mani, sulle mie spalle come fece Gesù. Fa’, o Signore, che io rafforzi bene i miei reni fin da adesso”. “Aveva fretta di diventare prete” ricordano gli amici, “voleva fare tante cose, dare agli altri, far condividere la sua fede e dopo i suoi studi voleva ritornare in patria per essere vicino ai suoi”. “Sono aperto alla vita, ma non mi nutro di illusioni”, sussurra, perché la sua passione per la medicina non gli consente di non conoscere la gravità e i rischi della malattia e anche il suo probabile epilogo.
Tuttavia non si spegne la sua voglia di vivere, sottoponendosi anche a cure sperimentali ed accettando nuovi farmaci. Pur sapendo che “Cristo, se vuole, può guarirmi”, non lo sfiora l’idea di chiedere la guarigione, neppure di fronte alla grotta di Lourdes, convinto che “la mia morte prematura può essere una grazia perché il Signore sa quel che fa”. La sua preghiera si trasforma dunque in offerta: “i miei mali fisici siano per te un dono semplice. Desidererei riacquistare la salute, ma non te la chiedo, se è volontà di Dio che io porti questo male per tutta la vita; però concedimi la guarigione dell’anima e una vita conforme ai miei voti e per me sarà tutto”, arrivando a stipulare un patto con il buon Dio e la Madonna: “Sono deciso ad essere gioioso fino alla fine… purché voi mi siate accanto”. Suo desiderio era “restare ‘il povero burkinabé’ solidale e amante del suo popolo nella ‘ricca’ Roma”, e per questo aveva praticato una povertà semplice e gioiosa, lasciandosi spogliare di tutto, a cominciare dal suo tempo. L’ultima spogliazione completa la opera la morte, che arriva dolcemente, dopo un calvario atroce; per suo espresso desiderio viene sepolto in Burkina, dove avrebbe voluto tornare da prete e da camilliano.

Autore: Gianpiero Pettiti

 


 

Padre Alexandre Toé nacque il 2 dicembre 1967 ed era il quinto di undici figli. I suoi genitori, Samuel e Judith Paré, si trasferirono a Boromo (Burkina Faso) dove il padre svolgeva la professione di insegnante.
A sei anni iniziò a frequentare la scuola a Ziga (Ouhigauya) dove si era trasferita la famiglia e, dopo il conseguimento del C.E.P. (Certificat d'Etude Primaire) nel 1979, a dodici anni, entrò in collegio.
Ebbe come modello i suoi genitori e fin da piccolo guardò con favore ai poveri e ai diseredati. Intelligente e al tempo stesso simpatico, otteneva ottimi risultati a scuola ed era sempre pronto ad aiutare i suoi compagni in difficoltà. Il suo carattere estroverso e vivace, però, gli creava qualche problema disciplinare.
Anche a casa il suo sostegno nei confronti dei fratelli più piccoli non veniva mai meno e per questo era considerato un ragazzo modello.
Si iscrisse al Liceo scientifico Zinda e si diplomò nel 1987, anno in cui superò, a pieni voti, l'esame di maturità (BAC). Nello stesso anno prese la decisione di entrare a far parte dei Religiosi Camilliani. Aveva venti anni.
Il Servo di Dio avvertì il primo segno di vocazione a nove anni quando strinse una grande amicizia con il giovane sacerdote Don Alexandre che aveva battezzato l'ultimo fratellino. Alex imitava la celebrazione della Messa, i gesti del battesimo, malgrado tutti i rimproveri della mamma.
Nel 1985 ricevette la Prima Comunione e un anno dopo, la Cresima. Il motivo di questo ritardo sta nel fatto che la famiglia dovette trasferirsi in un villaggio in cui non era possibile frequentare la vita della comunità. L'allontanamento della famiglia dalla città durò circa 10 anni.
Dopo un anno di postulato cominciò lo studio della filosofia nel seminario "St. Jean". La sua professione temporanea ebbe luogo 1'8 settembre 1991 nella parrocchia San Camillo fondata dagli stessi Religiosi Camilliani.
Il proseguimento della sua formazione, avvenuto in Italia, fu dovuto alla sua salute già debole. Infatti P. Alexandre aveva avvertito le prime manifestazioni dell'epatite nel 1990-1991. Per una cura più efficace i suoi superiori optarono per il suo trasferimento. In Italia trovò in P. Scalfino un punto di riferimento e presto nacque una profonda amicizia.
Si iscrisse all'Università Pontificia di S. Giovanni in Laterano concludendo brillantemente il ciclo di studi nel 1994, anno in cui ebbe luogo, proprio il 16 ottobre, la sua Professione Perpetua presso la Maddalena. P. Alexandre aveva voluto fare la sua donazione totale al Signore sotto la protezione della nuova Beata Madre Giuseppina Vannini.
Il 15 gennaio 1995 ricevette da Sua Eccellenza Mons. Armando Brambilla il diaconato e, tornato in Africa, il 1° luglio dello stesso anno, ricevette l'ordinazione sacerdotale da Mons. Jean Baptiste Kiendrebeogo insieme ad altri due confratelli.
Celebrò la sua prima Messa a Kodougou il 9 luglio 1995 insieme ad un suo amico d'infanzia Don Patrice Yomeago. Dopo questo avvenimento lasciò di nuovo la sua terra e tornò in Italia dove gli furono assegnati incarichi di rilievo: fu nominato vice-maestro dei professi e Maestro dei Postulanti.
Purtroppo però il Servo di Dio soffrì per sei anni di epatite che si rivelò presto incurabile. Infatti durante uno dei consueti controlli gli fu riscontrato un tumore maligno al fegato . Da quel momento P. Alex iniziò il suo lungo calvario che si concluse il 9 dicembre 1996.
Nonostante la grave malattia riusciva a confortare con il suo sorriso e con la sua serenità tutti quelli che si avvicinavano a lui e accettò la sua sofferenza come volontà divina. Celebrava quotidianamente la S. Messa, eccetto i giorni in cui il dolore non glielo permetteva. Nella messa pregava per gli altri ma mai per se stesso: i paesi in guerra, le vittime della violenza, i bambini innocenti e malati, glí amici, e tutti quelli che si raccomandavano a lui.
Il momento della S. Messa era prezioso. Non ammetteva le visite, staccava il telefono, faceva mettere un bigliettino alla porta che diceva: "S. Messa, si prega di non disturbare. Grazie." La sua stanza era sempre occupata dai visitatori e spesso diventava un oratorio perché tanti volevano pregare per lui e con lui. Era ben voluto da tutti e ciò gli dava sollievo nel dolore.
Esattamente 15 giorni prima di morire, il 24 novembre 1996, mi confidò: "La vita non è fine a se stessa ma un mezzo come tutte le altre cose ricevute per vivere il nostro rapporto con Dio. Quindi non importa che sia lunga o corta, ciò che importa è come è stata vissuta, se in bene o in male. Il giorno del giudizio finale il Signore non ci chiederà se abbiamo vissuto poco o tanto; chiederà se in questo tempo lo hai amato! Sì amare! Amare Dio e i fratelli, fedele al suo proposito "ma mission dans le monde est d'etre portout le rifflet du Christ..." cioè la mia missione nel mondo è di essere dovunque il riflesso di Cristo...".
Il 7 novembre chiese di essere ricoverato all'ospedale Madre Giuseppina Vannini dalle sue sorelle le Figlie di S. Camillo. Celebrò la sua ultima funzione l'8 dicembre 1996, giorno dell'Immacolata Concezione di Maria. Sì la Vergine Maria, l'Immacolata che P. Alex era andato a trovare a Lourdes nel 1994, era venuta a prenderlo dopo una lunga agonia. Infatti dopo l'estrema unzione, il 9 dicembre, lasciò in pace questa terra.


Fonte:
www.postulazionecausesanti.it


Note:
Per maggiori informazioni: info@postulazionecausesanti.it

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Aggiunto il 2015-02-07

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