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Don Giuseppe Marangoni

Testimoni

4 agosto 1913 - 15 febbraio 1991


Cattolica la sua famiglia, che guardava agli "insorgenti", di fine Settecento, quando nella loro terra di Lugo di Romagna (Ravenna) i migliori credenti erano insorti contro gli invasori, soldati di Napoleone, che vanivano dalla Francia, con l’ideologia della rivoluzione francese, a rubare fede, Chiesa, opere d’arte e ragazze. Già: gli insorgenti: anche se i libri di storia li considerano dei reazionari, in realtà sono stati i veri patrioti.
Ecco, Giuseppe Marangoni nasce a S. Lorenzo di Lugo il 4 agosto 1913. La sua numerosa famiglia, 2 fratelli e 3 sorelle – lavorava un podere a mezzadria e si procurava il necessario per tutti. Fede vissuta con la preghiera quotidiana, la Messa tutte le domeniche, il continuo pensiero a Gesù Cristo, unico Amato. Rispetto della buona e santa Tradizione Cattolica.

"Dammi le anime"

Il piccolo Giuseppe cresce con Gesù al centro. A 12 anni, già frequenta la 1ª ginnasio a Lugo, entra nel Seminario di Imola per continuare il ginnasio e iniziare il liceo. I suoi coetanei lo ricorderanno come seminarista esemplare, di normale intelligenza, con qualche difficoltà negli studi che però superava facilmente con il suo impegno ottenendo sempre un buon profitto.
Soprattutto, colpiva in lui il suo amore a Gesù che voleva imitare sempre di più nell’avvicinarsi al sacerdozio. Sì, perché lui ha un solo pensiero da quando è nato: farsi prete ed essere prete luminoso e santo. Ben oltre la regola del Seminario, Giuseppe ama passare tutto il tempo che può in cappella davanti al Tabernacolo. Che cosa gli dice Gesù? Si vedrà quando sarà sacerdote.
La Teologia la frequenta al Seminario regionale di Bologna: sempre più studioso, sempre più appassionato a Gesù, devotissimo della Madonna. Ha un solo desiderio: non fare carriera, ma dedicarsi tutto alla salvezza delle anime. Nel libro della Genesi, ha trovato la parola che concentra tutto di se stesso: "Da mihi animas, Domine, coetera tolle" (Dammi le anime, Signore, prenditi il resto).
Fa scrivere queste parole – che erano state fatte proprie da don Bosco e da altri santi sacerdoti – sull’immagine ricordo della sua Ordinazione sacerdotale. Il 10 luglio 1938, a 24 anni, don Giuseppe è ordinato sacerdote dal Vescovo di Imola. Celebra la sua prima Messa solenne a S. Lorenzo di Lugo, il 17 dello stesso mese.
È mandato cappellano a Conselice, ma vi rimane breve tempo. Lì le sue prime Messe, il suo primo apostolato. La terra di Romagna è arida, difficile agire per il prete, anche il più appassionato. Quindi è mandato alla "vicaria" perpetua di S. Pantaleone in Balia, un piccolo incarico che fa pensare a scarse soddisfazioni, molta solitudine, tanto soffrire. La "vicaria" sarà poi elevata a parrocchia e don Giuseppe diventerà parroco.
A Balia, il sacerdote per molti è quasi un estraneo. La sua persona viene vista con indifferenza. È diffuso l’anticlericalismo dalla fine dell’Ottocento, con la triste "seminagione" da parte del socialcomunismo. Così molti tengono le distanze dal sacerdote, soprattutto se parla di fede vissuta, di Dio e del Figlio suo Gesù Cristo. Spesso il sacerdote è insultato per strada.
Quando don Giuseppe giunge a Balia, in pochi giorni sperimenta tutta questa sofferenza sulla sua pelle e sul suo cuore. Eppure lui li ama quei suoi parrocchiani che Dio, attraverso la sua Chiesa, gli ha affidato, tuttavia sente ora più che mai tutto il peso della sua richiesta a Dio, il giorno dell’ordinazione: "Dammi le anime, prenditi il resto". Come potrà avere le anime da salvare, se quelli non ne vogliono sapere di Dio né di lui, povero prete non ancora trentenne? Sarà un fallito? Dovrà rinunciare?
Va a inginocchiarsi davanti al Tabernacolo e ribadisce e offre a Gesù tutta la sua voglia di consumarsi per quelle anime, per rendere presente in mezzo a loro il Mistero della Redenzione operata da Gesù sulla croce. Pensa al S. Curato d’Ars, canonizzato da Pio XI in quegli anni e proposto a modello dei parroci: in una situazione così ad Ars, il S. Curato aveva cominciato a pregare Gesù Eucaristico e la Madonna per i suoi parrocchiani, a fare penitenza per loro.
Ebbene, don Giuseppe imita il S. Curato d’Ars, ma molti continuano a essere sordi ai suoi inviti e alle sue iniziative. Solo qualcuno, un po’ più generoso, offre la sua disponibilità alla voce del giovane buon Pastore.
Sente tutta la sua solitudine, la solitudine del prete non corrisposto nella sua azione. Allora, gli si accende in mente un’idea, come una lampada nella notte.

"Resta dove sei"


Andrà dal suo Vescovo e gli chiederà di essere trasferito altrove ché lui lì proprio non ce la fa. Ma prima va a S. Giovanni Rotondo (Foggia) a confessarsi e a consigliarsi da P. Pio da Pietrelcina, il santo Cappuccino, già noto in tutto il mondo: Riesce ad avvicinarsi al santo Frate, si confessa da lui, gli dice il dramma della sua parrocchia – povera piccola parrocchia dove Dio sembra assente – e gli domanda: "Padre, ma io vado via! Chiedo al Vescovo un altro incarico!. P. Pio lo guarda con infinito amore, gli sorride e gli dice: "No, resta dove sei. Continua a pregare davanti al Tabernacolo, a dire il Rosario, molti Rosari alla Madonna per le tue anime. Vedrai, vedrai!".
Don Giuseppe ritorna a Balia, sereno, molto sereno: se lui è capace a nulla, sarà Gesù stesso ad attirare le anime a Sé, anche la gioventù e l’amore. Riprende la sua vita di preghiera e di offerta. Fa tutto quello che può con quelli che già lo seguono, infervorandoli di Gesù Cristo. Il resto del tempo lo passa in preghiera davanti a Gesù Eucaristico: "Gesù, che io ti ami e ti faccia amare. Gesù, attirali tutti a Te, come hai promesso".
Comincia il miracolo: quelli che già lo frequentano, gli portano familiari ed amici. Si comincia a diffondere la fama di questo sacerdote ancora molto giovane che vive della sua Messa, che non cerca mai il suo tornaconto, che è là, quasi tutto il giorno – in preghiera per il suo piccolo popolo, per tutte le anime. "Che fa il prete?" – molti si domandano. Risposta: "Prega… e prega".
Gli arrivano davanti facce mai viste in chiesa. Facce che lo insultavano per strada. Gli chiedono un colloquio, poi di confessarsi, di intraprendere un camino di fede, di vita cristiana. Vengono anche da fuori parrocchia, da paesi lontani dalla sua diocesi. Succede a Balia, qualcosa di quanto è successo a Ars, nell’Ottocento, a S. Giovanni Rotondo con P. Pio.
Don Giuseppe può intraprendere un ministero straordinario. Comincia a far leva in particolare sui bambini, sugli adolescenti e sui giovani. Per mezzo di loro, arriva alle famiglie. Il suo primo pensiero, da sempre, va ai "lontani". Molti di costoro vincono "il rispetto umano", la "vergogna" di andare dal loro Pastore; superano la sfiducia dell’aver pensato che quello dei preti è tutto un imbroglio, "una bottega", come un’altra. L’amicizia con il "don" del luogo riprende, e attraverso di lui, l’amicizia con Gesù Cristo, che non si nega mai a chi lo cerca.
Allora sente il desiderio di organizzare un pellegrinaggio a S. Giovanni Rotondo, per ringraziare P. Pio e portargli le sue "conquiste". Quando giunge dal "terribile" e meraviglioso Frate con le stimmate, questi gli dice: "Uagliò, che ti avevo detto io, a teche te ne volevi andare? Sai, ha fatto la Madonna". Ora andrà sovente da P. Pio, a confessarsi, da lui, a servirgli la Messa, a portargli le anime dei suoi parrocchiani e dei molti che vengono da lui, a Balia, da ogni parte.

"Fervore di opere"

Nel 1948, a Balia fonda l’Azione Cattolica con i laici migliori che diventano apostoli di Gesù nella famiglia, nel lavoro e nella società. In pochi anni, l’A.C. si sviluppa e raccoglie molti di Balia e diventa una delle Associazioni più ferventi dalla Bassa Imolese. Con l’A.C. don Giuseppe punta a un’intensa formazione cristiano-cattolica, con l’istruzione religiosa approfondita, con una vita di amore al Signore, in grazia di Dio. Nel medesimo tempo, il parroco organizza attività ricreative e apostoliche per la gioventù: l’oratorio, la filodrammatica, la squadra di calcio, una banda musicale, ma tutto deve portare a Gesù, se no serve a nulla: lui è sacerdote, non un animatore sociale.
Dal pulpito, predica in modo semplice, insistendo sulla centralità di Gesù in ogni cosa, la sequela di Gesù, l’unione con Lui, il peccato da eliminare a ogni costo, la lotta contro le tentazioni, la vita in grazia di Dio, divinizzata dalla Vita stessa di Gesù, la Messa festiva sempre e, potendo anche durante i giorni feriali, la Confessione frequente regolare, la Comunione santamente ricevuta, anche tutti i giorni. Insiste sul buon esempio che deve dare ogni cristiano, sulla fedeltà agli impegni in famiglia, nella comunità religiosa e civile, nel servizio al bene comune.
"Ognuno di noi, al suo posto – spiega e rispiega – è chiamato alla santità, accettando il quotidiano dovere cui siamo chiamati, con i momenti belli e tristi o dolorosi, caricandosi come Gesù e con Gesù della croce". Il suo tempo è suddiviso tra la santa Messa e la sua preghiera, e molte ore – davvero molte – dedicate al ministero della Confessione. Chi lo avvicina, rimane conquistato da questo prete singolare, perché fa tutto ciò che deve fare un prete. Gran parte della notte, la passa in preghiera in chiesa. Tiene un apostolato epistolare con circa duemila indirizzi.
Fino al 1981, così, spendendo la vita come un’offerta totale con Gesù: sacerdote e ostia, come il Redentore. Poi con il morbo di Parkinson, è l’ora del Getsemani e del Calvario. Si ritira presso la casa del clero, dove nella sofferenza e nel declino fisico, brilla come un sole al tramonto. Su ogni anima che ancora avvicina, don Giuseppe Marangoni irradia ancora la luce di Gesù con immutato, anzi più grande ardore. Se ne va all’incontro con Dio il 15 febbraio 1991, a 77 anni.
Tra le cose lasciate, il cilicio e il Rosario consumati dall’uso. Era stato il "P. Pio della Romagna", come l’Ostia e il Calice, il braciere di Gesù. Per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, anche lui un’«insorgente».


Autore:
Paolo Risso

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Aggiunto/modificato il 2014-12-20

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