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Beata Josefa Monrabal Montaner Vergine e martire

29 agosto

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Gandía, Spagna, 3 luglio 1901 – Xeresa, Valencia, Spagna, 29 agosto 1936

Josefa Monrabal Montaner, nativa di Gandía in Spagna, maturò la sua vocazione religiosa tramite il servizio ai poveri e la frequentazione delle Figlie di Maria. All’arrivo nella sua città di una comunità delle Suore di San Giuseppe di Gerona, fu conquistata dal loro stile di vita e, dopo aver affrontato un periodo difficile per via del diniego del padre, ne entrò a far parte cominciando il noviziato il 18 marzo 1929; professò i voti perpetui cinque anni dopo. Allo scoppio della guerra civile spagnola tornò nella sua città per rifugiarsi da sua madre. Dopo aver trovato sua madre ed essere venuta a sapere che la superiora della comunità, madre Fidelia (al secolo Dolores) Oller Angelats, era stata messa al sicuro in un’abitazione privata, la raggiunse. Non l’abbandonò nemmeno quando entrambe furono scoperte dai miliziani. Furono fucilate il 29 agosto 1936 a Xeresa. Sono state beatificate insieme alla consorella Faconda Margenat Roura (al secolo Caterina, uccisa a Barcellona tre giorni prima), il 5 settembre 2015, nella cattedrale di Santa Maria Assunta a Gerona. I resti mortali di madre Fidelia e suor Josefa sono venerati presso la cappella della comunità delle Suore di San Giuseppe di Gerona a Gandía.



Josefa Monrabal Montaner nacque il 3 luglio 1901 a Gandía, nella parte meridionale della provincia di Valencia in Spagna. Era la penultima del sei figli di Vicente Monrabal Puig, di professione conciapelli, e Clara Montaner Chafer. Fu battezzata nella parrocchia di San Giuseppe del Arrabal il giorno stesso della nascita, mentre il 27 luglio ricevette il sacramento della Confermazione nella chiesa Collegiata per mano del vescovo di Teruel, monsignor Juan Comes Vidal.
Trascorse l’infanzia giocando con molta vivacità con le altre bambine del suo quartiere. Frequentò la scuola, dove imparò a leggere, scrivere e far di conto. Dalla madre imparò le attività tipiche femminili. I familiari la circondarono di affetto, specie quando cadde malata di varicella, in quanto avevano già perso due figli in tenera età; fortunatamente, si riprese.
Le sue amiche raccontavano che Pepita, così era soprannominata, era molto generosa: suo padre le regalava del denaro perché comprasse dei dolciumi o andasse al cinema, però lei lo dava ai poveri, senza che lui se ne accorgesse.
Si preparò con zelo ed entusiasmo a ricevere la Prima Comunione, assistendo alla catechesi in parrocchia, completata con l’aiuto della madre, con la quale condivideva ciò che aveva imparato. Continuò la propria formazione entrando tra le Figlie di Maria della sua parrocchia; in seguito divenne anche catechista. Si distingueva per la sua umiltà e per la carità che mostrava verso tutti. Era comunque una ragazza molto socievole, che prendeva parte alle feste di quartiere e alle rappresentazioni teatrali.
La sua vita serena ebbe uno scossone nel 1918 con la morte di Vicente, suo fratello maggiore, a 29 anni, che lasciava la moglie e tre figli in tenera età. Josefa, diciassettenne, fece da seconda mamma ai nipotini, mentre la loro madre andava a lavorare per pesare di meno sul bilancio della famiglia del marito, che l’aveva accolta. Quando la più piccola dei nipoti, Sara, fu in età da Prima Comunione, si trasferì coi fratelli e la madre presso i nonni materni. Josefa, rimasta più libera, poté dedicarsi ad altri passatempi: imparò a ricamare prima a mano, poi con la macchina da cucire.
La domenica mattina, dopo la Messa, andava a visitare gli ammalati del quartiere e altri di sua conoscenza. Parlava con loro, li assisteva e osservava la situazione in cui si trovavano per fornire loro vestiario, medicine, alimenti e quant’altro potesse servire. La sera si recava nella scuola retta dalle Carmelitane, anche se non ne era alunna, per passare del tempo con altre ragazze.
Sperava di poter entrare in quel convento perché ammirava la dedizione delle monache verso le giovani, ma suo padre si oppose perché diceva di aver bisogno di lei. Di fronte alla sua insistenza, rispose: «Ho soltanto una figlia e quanto le voglio bene!». A quel punto, Josefa si affidò alla volontà di Dio, certa che al momento opportuno si sarebbe rivelata. Intanto, continuò a vivere in famiglia e a esercitare le sue opere di carità.
Il 4 giugno 1927 arrivarono a Gandía le Suore di San Giuseppe di Gerona, per l’assistenza domiciliare dei malati. Il gruppo era composto dalla superiora, madre Fidelia (al secolo Dolores) Oller Angelats, e da sei consorelle. Ben presto socializzarono coi cittadini, i quali le aiutarono in tutto. La stessa Josefa, che aveva 26 anni, si diede da fare insieme ad altre donne per procurare loro il necessario per vivere e, nel frattempo, s’interrogava se che Dio la chiamasse a servirlo come loro. Madre Fidelia, con la quale aveva stretto un intenso legame, si accorse del suo dissidio interiore e le fu vicina.
Il 9 marzo 1928, per un’emorragia cerebrale, morì il signor Vicente, padre di Josefa.La madre sopportò cristianamente l’accaduto e incoraggiò in tal senso i figli, in particolare lei che, essendo la minore, era amatissima da lui. Un ulteriore sostegno le venne dall’amicizia con le suore.
Josefa continuò a vivere con la madre, che tuttavia, dopo alcuni mesi dal lutto, l’esortò a seguire la sua strada. I fratelli avrebbero preferito di no, ma, siccome le volevano un gran bene, acconsentirono. La giovane fu così contenta che organizzò una festicciola per le sue amiche, alle quali aveva confidato più di una volta le sue aspirazioni. Molte rimasero impressionate dal suo contegno: «Pepita era raggiante, con una gioia che non arrivavamo a comprendere».
Nel mese di settembre 1928, Josefa entrò nell’Istituto delle Suore di San Giuseppe, che il 7 aprile, quell’anno vigilia di Pasqua, ricevette il Decreto di approvazione pontificia, datato però al 16 gennaio. Per cominciare il noviziato, tuttavia, dovete aspettare l’approvazione del vescovo di Gerona per via del fatto che aveva più di 25 anni, età massima per l’ingresso. Una volta ottenuta, iniziò il suo percorso il 18 marzo 1929, stesso periodo in cui vennero instaurate le nuove Costituzioni.
Compì la sua prima professione il 18 marzo 1931, dopo la quale venne destinata a Villarreal. Alcuni mesi prima della professione perpetua, rientrò in Casa madre per gli Esercizi spirituali in preparazione di quel passo solenne, compiuto il 18 marzo 1934, poi tornò a Villarreal, dove si trovava allo scoppio della guerra civile spagnola.
Inizialmente, le autorità municipali rispettarono le suore e consentirono loro di servire i malati, ma senza segni religiosi esterni: assunsero quindi abiti secolari e rimasero a vivere nella loro casa. Poco tempo dopo, comunque, la situazione si volse al peggio: gruppetti di rivoluzionari le spinsero a lasciare la casa armi in pugno. Non permisero loro di prelevare nulla e diedero fuoco alla cappella, con tutto quel che conteneva.
Una volta dissolta la comunità, le sue componenti si rifugiarono in case di familiari e a Castellón, nella clinica operatoria San Giuseppe, dove le Suore di San Giuseppe avevano un’altra comunità. Di fronte a quella condizione di pericolo, suor Josefa andava dicendo: «Quanto mi piacerebbe essere martire, offrire la mia vita per la conversione dei peccatori e la salvezza della Spagna, se è volontà di Dio!».
La superiora generale dell’Istituto, madre Elena Campmol, inviò alle comunità una circolare dove le autorizzava a rifugiarsi presso i familiari o in altri luoghi sicuri fino a nuovo avviso. Suor Josefa pensò allora di tornare a casa a Gandía, che era nelle vicinanze; con lei, suor Maria Cortés. Suor Fortunata Parés, che risiedeva a Castellón, mise all’erta entrambe circa il pericolo cui andavano incontro, ma lei rispose serenamente: «Se ci uccidono, saremo delle martiri».
Una volta raggiunta la madre, suor Josefa si nascose da lei, aiutandola nelle faccende domestiche e, in pari tempo, assistendo una giovane farmacista che aveva un bambino piccolo e alla quale era stato ucciso il marito da qualche giorno.
Appena possibile, la suora, insieme a sua madre, andò a trovare le consorelle: le trovarono impaurite per via delle perquisizioni da parte dei miliziani. Chiese di madre Fidelia Oller Angelats, che era ancora la superiora, ma non si trovava più lì. Indirizzata dalle altre suore al suo rifugio, le chiese di rifugiarsi in casa di suo fratello Andrés. Di fronte a quell’insistenza, lei dovette cedere.
Nel nuovo ricovero le due religiose trascorsero pochi giorni, senza mai uscire, continuamente immerse nella preghiera. Per i pasti, calavano un cestino al piano inferiore e lo tiravano su quando arrivava il cibo da parte della madre di suor Josefa.
In una notte di agosto, mentre la famiglia che abitava al piano di sotto stava cenando sulla porta di casa, si presentarono alcuni miliziani, scesi da un’automobile tristemente nota come “La Pepa”. Impaurito dalle loro minacce, il capofamiglia, José María Aparisi, li lasciò forzare la porta delle scale: salirono al piano superiore e prelevarono le suore, le quali, al sentirli arrivare, aprirono personalmente. Furono caricate sull’auto con tale violenza che a madre Fidelia fu spezzato un braccio.
I persecutori volevano portar via solo la madre superiora, ma suor Josefa non voleva separarsi da lei. Fu avvertita di non farlo, perché rischiava di fare la sua stessa fine, ma ribatté: «Dove va la madre vado anch’io, non l’abbandono». Con loro fu catturato il signor Aparisi, poi rilasciato lungo la strada grazie a “El Reyet”, un miliziano che lo conosceva.
La vettura, giunta all’incrocio tra la strada per Valencia e quella per Xeresa, nel punto detto “La Crehueta”, si fermò. In quello stesso luogo le suore furono colpite: madre Fidelia fu raggiunta da uno sparo nella spalla e da uno nella tempia destra, mentre suor Josefa ebbe una forte emorragia per essere stata ferita sul lato sinistro del collo e nella regione lombare.
I vicini, che si erano rifugiati in casa per paura, udirono gli spari nella notte; poco dopo, qualcuno avvertì dei gemiti di dolore, poi più nulla. Al mattino dopo, trovarono i cadaveri delle due suore, che rimasero sul luogo del martirio fino al mattino inoltrato del 30 agosto 1936. A mezzogiorno, furono prelevati per essere sepolti nel cimitero di Xeresa.
Terminata la guerra, nel 1939, i resti delle due religiose vennero riesumati e collocati nel cimitero di Gandía. Attualmente si trovano nella cappella della comunità delle Suore di San Giuseppe di Gerona a Gandía.
La causa di beatificazione di madre Fidelia e suor Josefa fu unita a quella di suor Faconda (al secolo Catalina) Margenat Roura, morta come loro verso la fine dell’agosto 1936, ma nei pressi di Barcellona. Ottenuto il trasferimento dalla diocesi di Barcellona il 18 maggio 2001 e il nulla osta da parte della Santa Sede due settimane dopo, fu avviata l’inchiesta diocesana a Valencia, durata dal 24 novembre 2001 all’11 gennaio 2003 e convalidata il 28 marzo 2003. La “Positio super martyrio” fu trasmessa alla Congregazione vaticana per le Cause dei Santi nel 2004.
A seguito del congresso peculiare dei consultori teologi, il 10 dicembre 2013, e della sessione dei cardinali e vescovi membri della Congregazione, papa Francesco ha firmato il 22 gennaio 2015 il decreto che riconosce tutte e tre le suore come martiri.
La loro beatificazione si è svolta il 5 settembre 2015nella cattedrale di Santa Maria Assunta a Gerona, presieduta dal cardinal Angelo Amato come inviato del Santo Padre.


Autore:
Emilia Flocchini

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Aggiunto il 2015-09-05

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