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Marco Martinolli Laico

Testimoni

Cormons, Gorizia, 18 giugno 1970 - 26 febbraio 2010

Marco Martinolli, trasfigurato dalla grazia divina, è rimasto pur sempre umanissimo nel suo amore per la moglie, per la famiglia, per gli amici, per i poveri e i sofferenti, per la montagna con quella sua capacità di dare al quotidiano il profilo dell’espressione poetica, educato com’era a vedere in tutto la presenza amorevole del Signore. Nella sua breve esistenza Marco Martinolli ci mostra la bellezza e la vertigine di vita a cui siamo chiamati con il Battesimo. Costantemente attratto dal desiderio della Vita Eterna, vive totalmente impegnato nella realtà del mondo, che ama pur sapendosi straniero. Combatte in difesa della vita, della famiglia e dei "principi non negoziabili". Ma, soprattutto, è follemente innamorato delle Montagne, per lui segno dell'Amore di Dio che lo chiama all'Eternità.



“Perché te ne stai lì tutto solo?”, gli chiese la maestra. “Sono solo perché la mia amichetta Nancy è dovuta andar via, ma io rimango ancora per regalare questi fiori a Gesù quando passerà di qui”, rispose il bambino. “Sei sicuro che Gesù passerà proprio davanti a te?”, ribatté la donna. “Sì, sono sicuro che Gesù passerà per questa strada ed io potrò fargli questo bel regalo!”. Marco ha solo 4 anni, ne dovranno trascorrere altri 35 per scoprire che quel bimbetto sta semplicemente dicendo la verità. Accadrà in una sera di fine inverno, al termine di una solita giornata di lavoro. Marco, si accosterà alla sua auto e, accasciandosi al suolo, spirerà tra le braccia di uno sconosciuto viandante. Un malore improvviso e fatale, una tragedia imprevedibile che lascia tutti senza parole. Sarà solo il tempo che, inesorabilmente, farà riemergere tutti i segni, a ricomporre quel disegno d'Amore che il Mistero aveva pensato per Marco sin dall’Eternità. “E’ stato repentinamente rapito dal Cielo: Marco era pronto!”, i genitori si affidano al libro della Sapienza per comprendere l’incomprensibile: “La mattina stessa – raccontano - stringendo i pugni aveva ripetuto con forza all’amata moglie: “Sarò sempre fedele a Cristo!”. Ebbene, quel Gesù che da bambino aveva atteso con tanta certezza, davvero gli era passato dinnanzi e Marco subito, come a porgli un mazzolino di fiori, Gli aveva regalato la sua vita, tutta.

LA SALITA AL MONTE

E allora, quando si incontra un'anima bella, che ha risposto in pienezza a Dio ed in cui Dio stesso si è compiaciuto, vale la pena stargli un poco insieme per cercare di scrutare qualche segreto dell'Eterno Amore.
Per raccontare di questo ragazzo triestino che ha vissuto la sua vita come un’instancabile scalata verso il Cielo, non si può non parlare delle Montagne. La vita di Marco, nato a Cormons (Gorizia) il 18 giugno del 1970, sin dall'inizio, è un continuo salire e scendere da vette sempre più impegnative. Vivere, respirare, calcare le Cime è sempre stato per Marco un amore vitale perché insieme, simbolo ed essenza, dell’Amore per Dio. Nella scalata d’alta Montagna Marco vede ricapitolata tutta l’esperienza che l’uomo fa nel tentativo di guadagnarsi la felicità, fino a raggiungere quel pezzo di Cielo che si ritrova addosso quando, un bel dì, la Grazia gratuitamente lo investe.
Il giovane ben presto diventerà presidente del Cai di Monfalcone, avvicinando un’infinità di giovani all’amore per le Montagne ed, insieme, alla fedeltà per la Patria che in esse si ritrova e si riscopre. Lo fa, per esempio, portando alla luce “il Dolore non sepolto” delle Foibe che si è consumato proprio nella "sua" fetta d’Italia: calandosi in quegli anfratti noti per i crimini del comunismo, Marco vuole depositare sul fondo immagini e statue della Madonna di Medjugojie, per invocare con forza la presenza della Regina della Pace in quegli inferi della storia.
Emblematico è il gesto che Marco compie il 25 giugno del 2006 quando, sulla cima del Jof di Miezegnot (Alpi Giulie), il giovane riesce ad apporre una targa-omaggio a Giovanni Paolo II, in occasione della sua dipartita. Sulla targa si leggono le parole del Santo: “Eppure non muoio del tutto, ciò che in me è indistruttibile, ora sta faccia a faccia con Colui che E’”. E’ il Papa-Alpinista per cui nutre una grandissima devozione ed è l’icona di quella “guida” che Marco ritiene vitale per chiunque, sulla terra, intenda camminare verso il Cielo: “La scomparsa di Giovanni Paolo II - scrive Marco - priva il mondo di un alpinista particolare: alpinista in senso specifico, ma anche alpinista in un’accezione spirituale e morale straordinaria. Tutta la vita di Woytila è stata un’espressione di azioni esemplari, di gesti capaci di indicare la via, i sentieri ottimali per raggiungere la vetta che è sogno di ogni essere umano. Fino agli estremi battiti del suo cuore ha continuato a guidare, insegnare e confortare. (…) “Dite a tutti che sono lieto, che sono sereno”, ha mormorato il Papa morendo, ribadendo così quel suo motto: “Non abbiate paura!”. L’ultima ascensione di Papa Woytila, l’ultimo sforzo per raggiungere la Cima, resta per ognuno di noi, immerso nelle bufere del vivere quotidiano, un forte, saldo, indimenticabile dono. Un invito a sperare sempre!”.

IL QUOTIDIANO EROICO E L’EROICO QUOTIDIANO

Dentro ad una tensione costante alla Vita Eterna e ad un carattere di natura contemplativa, Marco è stato certamente un ragazzo che ha lasciato un segno concretissimo in questo mondo. Lo dimostrano le oltre 1300 persone stipate nella parrocchia di San Pio X a Trieste il 4 marzo 2010, giorno delle sue esequie, che hanno visto la concelebrazione di 13 sacerdoti e la partecipazione dell’Arcivescovo Gianpaolo Crepaldi.
A sostenere e correggere Marco in questo cammino verso il Cielo, mantenendo i piedi ben saldi a terra, è stata la Santa Madre Chiesa, nella forma particolare dei movimenti ecclesiali. Nella vita di Marco, infatti, si scorge tutta la delicatezza del Signore che lo viene a prendere seguendo il ritmo della sua personalità e intercettando le stagioni della sua vita.
E’ il carisma di Chiara Lubich e l’esperienza dei focolarini ad illuminare i primi passi di Marco sulla via della fede. Alla vigilia un’importante operazione al cuore subita durante l'infanzia, sarà lei a pregare affinché il piccolo Marco “viva e diventi un testimone di Dio”, segnando così nel profondo la sua fresca spiritualità.  Nella prima giovinezza, poi, le amicizie nate nei “Gen” (movimento giovanile dei focolarini, ndr) e il permanere in un ambiente ricco di forti sollecitazioni a vivere il Vangelo, fanno crescere nel ragazzino il desiderio di amare Gesù sempre di più e di seguirlo fino alla fine. E’ lo stesso Marco che, al termine di un ritiro, si commuove per la sintonia di quel pezzo di Chiesa con la sua “particolare sensibilità” del suo cuore, spiegandola così: “Ho scoperto la necessità di amare, di non giudicare a priori e se qualche volta vedo situazioni che non vanno, l’amore deve venir prima di ogni altra considerazione. (…) Ho capito che l’amore è come una costruzione, della quale noi vediamo solo le fondamenta, perché il soffitto è il Cielo stesso: l’Infinito”.
Diversi cambiamenti e circostanze di vita lo porteranno, anni più tardi, ad incontrare l’esperienza di Comunione e Liberazione. Marco abbraccerà con grande entusiasmo questa nuova avventura nella libertà, nella gratitudine e nella coscienza che tutti i Movimenti appartengono per Grazia all'unico Corpo Mistico di Cristo. Di don Luigi Giussani, lo colpisce un semplice, ma profondo programma di vita: “Che il quotidiano diventi eroico e che l’eroico diventi quotidiano”. E’ la concretezza di una proposta cristiana, che entra come giudizio e compagnia in tutti gli ambiti della vita, a conquistare questo giovane sempre alla ricerca di un “di più”.
Inizia così per Marco un instancabile impegno in ambito umano, sociale e politico. Eletto presidente del CAV (Centro Aiuto alla Vita) di Monfalcone, lascia un’impronta decisiva nel riporre il diritto alla vita come centro della società: “Finché distribuiremo latte e pannolini, non saremo altro che uno dei tanti centri di assistenza - dirà nel suo discorso d'insediamento -. Quando la nostra azione metterà in discussione l’aborto di Stato e la falsa scienza su cui pretende di fondarsi la soppressione della vita nascente, allora il nostro Impegno avrà una efficacia ed un’attendibilità indiscutibili”.
Molteplici sono poi le iniziative culturali e sociali che organizza in ambito locale, avviando anche un fitto dialogo con le forze politiche del territorio per promuovere, nei programmi di governo, la difesa della vita, della famiglia, della libertà religiosa e di tutti i cosiddetti “principi non negoziabili”. “Non abbiamo bisogno dei partiti e delle forze sociali, ma sono i partiti, le forze sociali, anzi è l’intera società che ha bisogno della nostra azione materiale e culturale”, così Marco intende l’appartenenza cristiana: una passione totale per Cristo che diviene presenza ed opera d'amore nella realtà del mondo.

“E VIDI IL CIELO RIBALTARSI SULLA TERRA”

Marco ama tutto della vita, eppur nulla gli basta: giorno dopo giorno, rapidamente, tutto viene assorbito nel suo grido d'Eternità. Negli ultimi tempi della sua vita terrena Marco fatica a stare a valle, ha lo zaino sempre pronto e sempre più vuoto del necessario, come a dire che ormai la sua casa è lassù in cima: il Cielo lo ha rapito ancor prima di rapirlo. Il cammino di purificazione dalle "cose del mondo", verso l'Abbraccio del Padre, è quasi giunto al culmine.
Il perché lo spiega il suo amico e alpinista, don Romano Valle: “Ogni tappa raggiunta lo assicura che urge partire, la Meta è più in alto. Ormai calamitato dall’Eterno Marco non sopporta più nessuna tappa. Distaccato da tutto come alla base della parete rocciosa, pronto a salire anche al di là delle possibilità fisiche, lui si accorge, e invece di moderare, accelera la corsa fino al balzo disormeggiato: è calamitato dall’Assoluto che finalmente ha raggiunto. Perchè? E' il mistero di Marco che conosceremo raggiungendolo, incontrando Dio”.
Ancora una volta è la Montagna ad esser metafora e immagine dell’Amore di Dio, come lo stesso Marco scriverà prima di partire per la Vetta Eterna: “Se vuoi vivere, fai della tua vita un dono, se vuoi che la tua vita abbia valore, fanne dono per Amore, se vuoi che abbia un valore eterno fanne dono per Amore, amando come Dio Ama”. Marco lo ha fatto, semplicemente vivendo in pienezza le promesse fatte nel Battesimo e rispondendo fino in fondo al desiderio di santità a cui tutti siamo chiamati nello Spirito Santo.

Autore: Costanza Signorelli

Fonte: www.lanuovabq.it

 


 

Marco nasce a Cormons (Gorizia) verso le 18.30 del 18 giugno 1970 da Giovanni ed Annamaria Cella e viene battezzato a Trieste nella Chiesa dei SS. Pietro e Paolo l’11 luglio 1970, nella ricorrenza di San Benedetto, patrono d’Europa.
E’ il quinto di cinque fratelli (Stefano del 1964, Paola del 1965, Chiara del 1966 e
Nazareno del 1967).
Marco, un bel bambino gioioso e dolcissimo, cresce serenamente, circondato dal grande affetto dei genitori, dei quattro fratelli e della nonna Nerina.
A questa nonna Marco è particolarmente legato e, quindicenne, se ne occuperà
pazientemente quando una malattia inesorabile la condurrà a concludere rapidamente l’esistenza.
A seguito di febbri ricorrenti viene sottoposto ad esami clinici che consentono di accertare una coartazione dell’arteria aortica. A otto anni Marco viene accompagnato dai genitori a Bergamo, dove il professor Parenzan esegue l’operazione di ricostruzione dell’arteria. L’intervento riesce perfettamente. Prima di entrare in sala operatoria Marco aveva detto alla mamma: “Non preoccuparti. Se l’operazione va male, vado in Paradiso”.
Il pensiero del Paradiso, della Vita Eterna, di Dio accompagneranno Marco sino alla fine dei suoi giorni terreni. Prima dell’operazione, il Vescovo del tempo concede a Marco il permesso di ricevere il dono della Prima Comunione a soli sei anni.
Uscito dall’ospedale, è accolto dai fratelli alla stazione di Trieste con un mazzo di rose ed inizia una lunga convalescenza, seguendo la famiglia nella località di Valbruna nel Tarvisiano.
In quella valle, chiusa dall’imponenza dello Jof di Montasio, Marco comincia i suoi primi  approcci  escursionistici  e  spirituali,  anche  se  il  suo  fisico,  ancora  fragile, risente subito degli sforzi.
Il suo cuore, reduce dall’intervento, “difficilmente  -e gli scrive - sopportava quelle fatiche”. Il suo rapporto con quelle montagne ha un grande respiro contemplativo.
Di controllo in controllo, Marco pare raggiungere livelli più che soddisfacenti di recupero. I medici si mostrano stupiti di quella evoluzione del fisico di Marco. La “pezza” che è stata apposta sull’arteria aorta regge benissimo. E Marco fiorisce in forza e determinazione.
Seguono anni di frequentazione ed amicizia con molti giovani che fanno riferimento alla spiritualità di Chiara Lubich, nel contesto di una famiglia molto unita dai valori fondamentali dell’esperienza cristiana: primato dell’amore, il sentimento della vita come “santo viaggio”, attuati con una gioia dolce e solare che conquista.
Spinto dalla generosità, offre i suoi talenti per la realizzazione di progetti concreti, come quello presso la cittadella Faro in Croazia, e l’organizzazione di momenti di incontro fra i ragazzi del Movimento di Gioventù Nuova. Stringe facilmente amicizie sincere e durature ed è un piccolo leader senza rendersene conto. Predilige i momenti di condivisione profonda e parla sempre schiettamente, contraddistinguendosi per la sua allegria contagiosa e fuori dagli schemi.
Affronta con una certa difficoltà l’impegno di studio perché ha perso lunghi periodi di scuola durante la sua malattia, ma si lascia guidare docilmente dai familiari ed insegnanti, riconoscendo con umiltà le sue carenze ed inadeguatezze. Non si confronta banalmente con i successi altrui ed anzi li segue con affettuosa premura. Sviluppa invece la capacità di riconoscere e valorizzare i doni degli altri proprio nei settori in cui lui fatica ad emergere.
Nel 1985 vive con dolore ed impegno la malattia della nonna Nerina, che, a tutti i costi, vorrebbe strappare da un declino di forze. Tutti lo ricordano mentre, con decisione, la sorregge e tenta di farle compiere ancora qualche passo.
Nel 1990 consegue la maturità magistrale presso l’Istituto Carducci di Trieste. Di quegli anni è particolarmente significativo il suo rapporto con il docente di religione professor don Antonio Dessanti, cui Marco si rivolge come ad un padre spirituale, collaborando anche alla diffusione del suo giornale Una  voce amica.
Nel 1992 alla mamma Annamaria viene diagnosticato un meningioma, cioè un tumore endocranico. La vicenda si risolve provvidenzialmente e Marco, per stare sempre accanto alla madre, si ritira per un anno dagli studi universitari di psicologia e si prodiga in ogni modo per assisterla ed aiutarla.
Nel frattempo, Marco si ritrova in un mondo del tutto in conflitto con il tesoro che misteriosamente vive, come dono di Dio, nel suo cuore. Anche nella sua esperienza ecclesiale cerca in ogni modo di scegliere luoghi, occasioni, anche associative, che esplicitamente lo mettano in un rapporto di radicale fedeltà a Cristo ed alla Chiesa. Progressivamente, percepisce la convinzione che, nei tempi attuali, la carità deve essere vissuta alla luce e nella prospettiva della verità.
Inizia così quel cammino che lo condurrà ad aderire a Comunione e Liberazione e, precisamente, alla Fraternità del movimento di don Giussani, alla quale si iscrive impegnandosi   in  una   forma  di  vita  che   sostenga  il  cammino  alla   santità, riconosciuta come autentico scopo dell’esistenza.
La montagna diventa il luogo delle sue    riflessioni e della sua costante contemplazione. Infatti, pur di natura socievole, Marco ritrova il meglio di se stesso nei silenzi delle vette, nella carezza del vento, negli spazi sconfinati ed azzurri che si offrono dal belvedere della conquista alpina.
Istintivamente  incline  a  mettere  in  primo  piano  il  valore  della  vita,  Marco  si distingue  come  un  campione  della  sua  difesa  fin  dal  suo  inizio.  Diventa  così
Presidente del Centro Aiuto alla Vita di Monfalcone.
Laureatosi  nel  frattempo  in  Psicologia  presso  l’Università  agli  Studi  di  Trieste, Marco utilizzerà le sue conoscenze e la sua naturale attitudine al colloquio, all’ascolto, all’incoraggiamento per orientare le donne in difficoltà a scegliere la vita secondo la legge di natura e l’insegnamento della Chiesa.
Esaurito il suo mandato nel Centro Aiuto alla Vita, Marco non desiste, tuttavia, dal suo impegno in difesa della vita e dei “valori non negoziabili”. In un incontro con il candidato governatore del Friuli-Venezia Giulia fa presente che l’impegno politico non  può  prescindere  dalla  formulazione  di  programmi  ed  impegni  nei  quali  i predetti valori siano prioritari. All’interno di Forza Italia, avendo come riferimento i cattolici più vicini agli insegnamenti del Magistero della Chiesa, si impegna attivamente, specialmente sul piano culturale, per l’affermazione dei suoi ideali.
In tal senso, vanno ricordate le numerose iniziative per diffondere la cultura della vita e della famiglia come è concepita da Dio. Egli, infatti, partecipa al Family Day ed a tutte le occasioni istituzionali che possano consentire di arginare la grande offensiva contro la vita.
Si ricordano ancora le lettere, cortesi, ma decise, inviate ai candidati delle nostre circoscrizioni in occasione delle elezioni politiche, in cui faceva presente la priorità dei valori non negoziabili. Al riguardo è importante anche ricordare i numerosi incontri organizzati per dare spessore culturale alla difesa della vita.
Contemporaneamente, accentua il suo impegno nel mondo dell’escursionismo e dell’alpinismo,   recando   nuovo   slancio   soprattutto   nel   settore   giovanile   e assumendo la presidenza del CAI di Monfalcone. In occasione del 60° anniversario della costituzione di detto sodalizio in sezione autonoma, Marco concepisce l’idea di celebrare l’evento collocando su una montagna delle Alpi Giulie (lo Jof di Miezegnot) una targa-omaggio a Giovanni Paolo II (“Eppure io non muoio del tutto…”), che diventerà la sua bandiera, il suo messaggio di fede. Di quell’evento resta   una   straordinaria   fotografia   che   costituisce   la   sua   eredità,   la   sua testimonianza in un mondo secolarizzato e disperato. Di quella foto (che taluni hanno ritenuto quasi un fotomontaggio) sono state distribuite ben 500 copie, senza contare un’analoga immagine-messaggio distribuita dagli amici della Fraternità di CL il giorno stesso delle sue esequie.
Come Presidente del CAI, grazie alla sua iniziativa e alla sua forza fisica (ormai sono lontani gli effetti dell’intervento del 1979),  Marco sale un numero straordinario di monti dalle Alpi Occidentali alle Alpi Giulie Occidentali e Orientali. In un diario appunta nomi di luoghi, ma soprattutto compagni di cordata e dediche, e in alcuni casi scrive addirittura riflessioni o poesie, che fanno percepire quelle imprese come
vere e proprie ascese spirituali.
Infatti, in ogni occasione Marco non si risparmia nel ricordare  che la Bellezza che l’alpinista, magari inconsciamente, cerca è Dio stesso, è quel Paradiso a cui nessuna realtà umana può paragonarsi.
A contatto con i giovani (e non solo giovani anagrafici) Marco trasmette questa esigenza di andare oltre le cime e di puntare alla Cima definitiva. Lo fa con discrezione, con semplicità, ma con straordinaria determinazione ed efficacia.
In un certo senso, ogni cima è per Marco una sorta di pulpito, da cui fa, senza che i suoi “fedeli” se ne avvedano, una predica di francescana edificazione: un cantico alla Creazione. Lo Jof di Miezegnot, dove ora si trova la “sua” targa che inneggia
all’immortalità dell’anima, viene da lui paragonato ad un altare.
Sensibile ai valori di patria, di appartenenza nazionale, di tradizione, intesa come il flusso di storia e di vita che viene dal passato e arricchisce il presente, Marco si avvicina alla Lega Nazionale e a tanti che ancora non dimenticano la tragedia delle foibe. Calandosi in quelle voragini tetre e tristemente ricordate per i crimini disumani ed efferati del comunismo ateo, Marco lascia sul loro fondo immagini della Madonna di  Medjugorje, quasi ad invocare la “Mater Misericordiae” e la “Regina  Pacis”.  Particolarmente  significativa  e ricca  di riferimenti  simbolici  è la realizzazione di un suo desiderio: collocare in una cavità carsica una statua della Madonna. A metà di marzo del 2009 Marco, infatti, fa apporre in una nicchia della roccia all’interno della grotta di Case Neri, presso il Monte San Michele del Carso, una bella immagine di Maria di Medjugorje, con a lato una targa che rivela l’autentico pensiero di Marco sugli spaventosi eventi che hanno contrassegnato i territori orientali d’Italia : Nelle ombre di questa cavità carsica/il Club Alpino Italiano di Monfalcone/nel sessantesimo anniversario della sua/costituzione in
Sezione autonoma/ questa immagine della/Regina della Pace/colloca ad auspicio di rinnovata/ concordia/e di amore alla Bellezza.
In quella tenebra Marco accende la luce della preghiera e del perdono.
Questo suo impegno, accanto alla difesa della vita nascente e nella sua fase terminale, si configura in termini di un limpido ed appassionato amore per la sua Patria: l’Italia. Ben lontano da atteggiamenti nazionalistici, rifuggendo da una retorica vuota e conflittuale, Marco, ispirandosi allo splendido modello del Beato Giovanni Paolo II, ha espresso la convinzione che l’arco dei valori di un cristiano non può escludere un legame forte con la sua Patria. Alla scuola di Chiara Lubich, ha altresì sottolineato con i suoi gesti e con le sue amicizie che occorre amare “la patria altrui come la propria”. Infatti, il suo interesse commosso e storicamente motivato  per  quella  terribile  tragedia,  che  ancor  oggi  costituisce  motivo  di rimozioni o di menzognere giustificazioni, non lo porta mai ad atteggiamenti ostili nei confronti delle popolazioni slovene e croate contermini. Al contrario la sua ricerca, che gli consente di accertare l’enorme sofferenza subita da sloveni e croati a causa della ferocia ideologica comunista, lo conduce a ritenere – come ha fatto scrivere   nella   detta   targa,   affissa   accanto   alla   statuetta   della   Madonna   di Medjugorje – che la pace e la riconciliazione autentica possono venire solo dalla Verità e dal comune affidarsi a Maria, Regina della Pace.
In  concomitanza  con  questi  impegni  altamente  civili  e  morali,  e  senza  alcun conflitto di ordine spirituale,  Marco, attraverso il suo incontro con la Fraternità di Comunione e Liberazione, approfondisce progressivamente la sua amicizia con Cristo.
All’inizio della sua giornata di lavoro, quando è possibile, egli assieme ad un giovane dello stesso movimento recita le lodi mattutine.
Tenuto conto della sua particolare capacità di intrattenere i ragazzi più piccoli, viene incaricato di occuparsi dei “Cavalieri del XXI secolo” , cioè dei giovani di Comunione e Liberazione che frequentano la scuola secondaria di primo grado e che sono accompagnati verso una scelta totalizzante ed eroica di Cristo (lui stesso in uno scritto si autodefinirà “cavaliere antico”).
La casa di Monfalcone, se pur di modesta ampiezza, è stata divisa in due parti e Marco vi abita dal 2005, dopo il matrimonio con Simona. Il suo amore per Simona è forte e profondo, ma vi domina sempre il richiamo ad un Amore più grande. Egli scrive: “…affogai i miei occhi nel tuo sguardo e fu un attimo eterno come il tuo sorriso,…capii la bellezza dell’Eterno”.
Vita, Bellezza e Verità sono dunque le tre stelle polari dell’esistenza di Marco e anche le ricerche nelle foibe, la difesa della Chiesa, del Papa, del Vescovo e dei Sacerdoti sono espressioni di questi suoi fondamentali punti di riferimento.
Suo padre Giovanni, qualche giorno prima della sua vera nascita, gli dice: “Marco, ignora le persecuzioni che tu hai subito! Io sento che la tua sofferenza è finita e che
puoi stare adesso sereno”. Il papà non si rendeva conto della portata di quell’augurio.
In effetti, sul posto di lavoro, Marco ha fatto l’esperienza di un autentico purgatorio: umiliazioni,  osservazioni  e  rimproveri  pretestuosi,  vere  e  proprie  ingiustizie, decisioni a lui sfavorevoli. Ad uno ad uno molti colleghi fanno carriera (se così si può dire) e gli passano avanti. Marco, con la sua franchezza e coraggio, con la sua onestà e giustizia, non era ben visto da taluni personaggi, certamente ostili ai suoi valori e alla Chiesa, che non si vergogna di difendere.
Dopo  la  sua  morte  avverrà  nell’ambiente  di  lavoro  una  sorta  di  miracolo.  Un numero consistente fra dipendenti e dirigenti si troveranno insieme a ricordarlo con accenti di autentica pensosità e commozione. Alla fine dell’incontro un giovane, l’amico spiritualmente più vicino a Marco, inviterà i presenti a recitare l’Ave Maria, facendo così risuonare in quegli ambienti, dominati dall’imperativo categorico del lavoro e dalla logica del profitto, le dolci parole che l’Angelo ha rivolto alla nostra Corredentrice: “Il Signore è con te”. E dunque vuol essere con tutti i Suoi figli.
Dopo la sua partenza continuano a pervenire messaggi, preghiere e riflessioni di quanti  (oltre un  migliaio di persone) hanno partecipato alle sue esequie. Nella stessa sede di lavoro sono stati raccolti immediatamente molti biglietti, fogli, mail, ecc…, attraverso i quali i colleghi hanno voluto ringraziare Marco per il suo amore, la sua amicizia e, forse, per averli costretti a volgere più in alto il loro sguardo ed i loro progetti di vita.
Di questi messaggi rimangono alcuni che  meritano una particolare menzione per la loro forza morale, come: “Marco mi ha dato uno schiaffo…devo cambiare vita” oppure “Perché correre dietro ai soldi se la vita ha un altro senso?”
Numerose altresì sono le testimonianze di riavvicinamento a Cristo e alla Chiesa degli amici che lo frequentavano.
Ma da che cosa sono nate queste forti spinte a contemplare il mondo più vero? Si tratta semplicemente di una emozione momentanea o di una commozione collettiva? Leggendo i semplici, ma profondi scritti che Marco ci ha lasciato scopriamo  una  incredibile profondità e capacità  di  contemplazione di Dio.  Una capacità di pregare attraverso la poesia, come testimoniano le numerose composizioni che sono state rinvenute dai familiari, persino su una montagna che domina   l’abitato  di   Valbruna   (Nebria),   resistendo   per   molti  anni  dentro   il contenitore del libro di vetta. Considerando il tempo in cui viviamo così complesso
e tormentato, Marco afferma: …questo è il nostro tempo, il tempo di amare, questo e non altro tempo, …di credere Oltre…questo tempo. Amare soltanto il presente, perché questo nostro volare sia eterno ed ancora, pensando al Paradiso, Marco afferma con forza che Lassù ritroveremo tutto.
Il Mistero vissuto da Marco è esploso in tutta evidenza in quello che doveva essere un funerale e che invece è risultato tutt’altra cosa: una corale sofferenza e partecipazione di tanti amici, specialmente giovani, che sono stati coinvolti nella grande luce dell’Eternità, che era diffusa nello spazio sacro della chiesa dedicata a San Pio X in Trieste.
Risulta allora difficile elencare in dettaglio le virtù di Marco: generosità, capacità di andare avanti nonostante le persecuzioni, fedeltà alla Chiesa, coerenza, compassione nel senso più autentico.
E’ più facile percepire l’Amore di Dio che gli ha donato un tesoro così grande e che, poi, per i suoi imperscrutabili disegni, lo ha “rapito”, regalandogli, come ci sembra chiaro, l’infinita gioia del suo abbraccio.
Non indifferente agli eventi politici e culturali del suo tempo, Marco aveva detto: “Per sconfiggere le forze del nichilismo, occorre una schiera di persone assolutamente pulite, perché l’avversario non è di carne, ma è di perversa natura spirituale”.
Marco è stato amato da Dio, perché era un “puro di cuore” fin dalla sua giovinezza.
Pochi minuti prima di volare in Paradiso, Marco si era interessato di un giovane in cerca di lavoro. Al collega che gli aveva semplicemente dato un numero telefonico Marco aveva detto: “Ti voglio bene”. Ecco Marco! Uno che voleva bene a tutti.
Nel suo amore al Bene, Marco ha conosciuto impegni molto diversi fra di loro. Dalla difesa della Vita alla contemplazione della Bellezza, fino alla ricerca della Verità e della Giustizia, Marco ha vissuto, in una sorta di rapida corsa, i grandi valori che oggi sono più urgenti. Ha conosciuto così tanti e vari amici di cultura, concezioni e sensibilità spesso diverse, che lo ricordano e lo amano e che compongono una vasta famiglia.
La sua casa è stata la Chiesa. E la Chiesa nel giorno del commiato gli ha tributato, con il Vescovo e tanti sacerdoti un omaggio, che chiaramente si collocava fuori dai consueti cerimoniali per assumere un significato forte e pieno di speranza. Quanti
lo amano ricordano il 26 febbraio 2010, giorno del suo rapimento al Cielo (Sapienza,
4, 11), come un giorno di nascita alla vera Vita.


Fonte:
www.marcomartinolli.org


Note:
Per approfondire: Annamaria e Giovanni Martinolli - Marco Martinolli “Io sempre fedele alla vita abbraccio il Cielo” - Velar

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Aggiunto/modificato il 2019-01-27

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