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Albino Badinelli Carabiniere

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Allegrezze, Santo Stefano d’Aveto, Genova, 6 marzo 1920 - 2 settembre 1944

Carabiniere ventiquattrenne fucilato dai nazi-fascisti, dopo essersi consegnato spontaneamente in cambio di alcuni civili e dopo aver perdonato i suoi uccisori. E' una storia grande di umanità e di fede, “non c' è amore più grande di questo: dare la propria vita per gli altri” (Gv 15,13).



Albino Badinelli nasce la mattina del 6 marzo 1920, ad Allegrezze, frazione del comune di Santo Stefano d’Aveto. Settimo degli undici figli di Vittorio Badinelli e Caterina Ginocchio, si dedica subito al lavoro in campagna, non esente dalle fatiche e dai sacrifici.
Le sue giornate si spendono tra casa, campagna e chiesa, ma soprattutto alla luce di un tenero ed affettuoso confronto con le figure di mamma e papà. Grazie alla testimonianza dei suoi genitori Albino matura da subito un forte senso di religiosità, arricchito dai valori cristiani e, quindi, umani, quali la generosità, la carità, la bontà d’animo e lo spirito di servizio.
Egli rimane sempre affezionato alle tradizioni religiose proprie della nostra montagna. Dotato di una discreta voce, contribuisce con il canto a dare solennità alle celebrazioni liturgiche in occasione delle festività e per, quanto possibile, ogni mattina alle messe feriali, mentre nel tempo libero si dedica, grazie alle sue doti e abilità, all' arte e al disegno.
All’età di cinque anni inizia gli studi elementari, che lo introducono al cammino ed alla “vocazione” che, sin dalla tenera età, sente maggiormente valida per la sua vita: fare il carabiniere! Nell’anno 1939 incomincia gli studi all’Accademia Militare di Torino e, in seguito, una volta terminato il corso, diventa carabiniere. E' l’anno 1941. Subito viene mandato in servizio a Scicli, in Sicilia, dove rimane per circa tre mesi. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale viene chiamato a prestare servizio militare a Zagabria, in Croazia. In seguito viene spostato a Santa Maria del Taro (PR) dove rimane per un lungo periodo.
Nel 1944 è vittima di un attacco alla sua caserma, che resta così isolata e senza collegamenti.
In mancanza di comando è invitato a tornare a casa, dove lo aspettano la madre, il padre e le quattro sorelle, che da mesi sono sulle tracce di un altro fratello disperso in Russia, per la cui ricerca si preoccupa perfino San Pio da Pietrelcina.
Arriva così l'estate del 1944, periodo in cui la comunità avetana, unita ai numerosi sfollati presenti sul territorio, vive i suoi momenti di dolore.
Sono i primi giorni di agosto, quando Albino, di ritorno dall’abitato di La Villa, vede divampare improvvisamente una fiamma dal terreno antistante il cancello del cimitero parrocchiale. La paura di quella visione lo fa correre a casa, per domandare aiuto al padre.
I giorni seguenti sono per tutti i più terribili e sofferti. Molti paesi – tra cui la stessa Allegrezze – vengono incendiati e numerose persone perdono la vita negli scontri che si combattono tra nazi- fascisti e uomini appartenenti alla resistenza.
A seguito di questi avvenimenti, il Comandante della Divisione Monte Rosa annuncia che se non si presenteranno tutti i giovani 'sbandati' appartenenti alla resistenza e al movimento partigiano, darà ordine di fucilare gli ostaggi e i prigionieri, nonché di incendiare il borgo di Santo Stefano d’Aveto. Albino, pur non facendo parte attivamente della resistenza, mosso da uno spirito di responsabilità nei confronti dei suoi amici, compaesani e parenti, che nella fede erano fratelli, si presenta spontaneamente al Comando fascista, con sede nella Casa Littoria di Santo Stefano. Egli, infatti, visto che in pochissimi si costituiscono ai fascisti, afferma con i famigliari: <<Devo presentarmi prima che venga ucciso qualcuno, perché non avrei più pace. Io devo essere il primo!>>.
Dopo un colloquio con il Comandante, detto “Caramella”, con il quale Albino sottolinea i suoi desideri e propositi di pace, uniti alla sua spontanea consegna, lo stesso ufficiale, senza esitare e accusandolo di essere un disertore, pronuncia con voce ferma il suo comando: "Plotone di esecuzione!". E' il 2 settembre del 1944, verso mezzogiorno. Albino chiede di potersi confessare: il permesso non gli viene condonato, ma ha la possibilità di confidarsi con Mons. Giuseppe Monteverde sulla via verso il luogo dell’uccisione. Al prete egli ricorda l’affetto che prova per la
mamma, la sua famiglia e la sua gente, domandandogli inoltre di far presente che egli stesso perdona i suoi uccisori. Il Sacerdote, allora, consegnatoli un crocifisso e impartitagli la benedizione, lo raccomanda a Maria, Vergine di Guadalupe.
Arrivati dinnanzi al cimitero di Santo Stefano, Albino viene posto con le spalle al muro, pronto per essere freddato. In quel momento il giovane carabiniere, baciato con riverenza il crocifisso e guardando il Cristo che stringe forte a sé, ripete, con profonda fede e umiltà, le stesse parole che il Signore dalla Croce rivolse a Dio: “Perdonali, Padre, perché non sanno quello che fanno!”.
A quel punto tre colpi di arma da fuoco, due al cuore ed uno alla testa, separano per sempre Albino dalla sua vita terrena.
Su quel muro oggi sorge una lapide che dice: “Sotto il plotone di esecuzione, vittima innocente, il 2 settembre 1944, qui cadeva serenamente perdonando, il Carabiniere Badinelli Albino, figlio della vicina Allegrezze. Oh tu che passi, chinati al suo ricordo e prega per lui e per il mondo la pace.” Mons. Casimiro Todeschini, allora Arciprete di Santo Stefano, commentando questa fine cruenta, illuminata dalla luce del perdono, esclama: “Con serena e cristiana fortezza, e con le labbra rivolte al Crocifisso, affrontò il plotone di esecuzione perdonando tutti, offrendo il suo sangue per la Chiesa, per la Patria, per la Pace e la redenzione dei popoli.”
Questo suo gesto di amore supremo, con cui a 24 anni, il 2 settembre del '44, chiuse la sua esistenza terrena, servì a salvare da morte certa i 20 ostaggi ed il paese dalla distruzione. Da quel giorno il ricordo del sacrificio del Badinelli non si è ancora spento: a suo nome è stata intitolata una via del Comune, dove si trovano la stazione dei carabinieri e la scuola.
“In questo modo - come afferma una dichiarazione di un testimone - il Carabiniere Albino Badinelli entrò nel novero di quegli eletti che, con il loro sacrificio supremo, resero possibile il nostro riscatto.”


Autore:
Tommaso Mazza

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Aggiunto il 2016-01-14

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