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Don Adriano Filippi Missionario

Testimoni

Mulazzo, Massa Carrara, 16 luglio 1944 Wantiguera, Repubblica Centrafricana, 27 luglio 2003


Il 28 luglio 2003 una notizia, inattesa e triste, ha viaggiato veloce attraverso telefoni, cellulari, passa parola da un confine all’altro della Diocesi di Massa Carrara – Pontremoli. Nella notte era deceduto, nella Repubblica Centrafricana, don Adriano. Una tromboflebite lo ha stroncato nel pieno della sua attività missionaria e mentre si accingeva a rientrare in patria per un periodo di riposo.
Don Adriano, nei suoi 36 anni di sacerdozio, non ha mai cessato di stupire e la sua persona, la sua testimonianza di prete, la sua sete di annuncio del Regno di Dio resteranno impressi nella mente e nel cuore dei tantissimi (vescovi, sacerdoti, laici, credenti e non credenti) che hanno avuto la gioia di incrociarlo sulle strade, anche tortuose, della loro vita. Da qualcuno è stato, a volte, visto con diffidenza. E non poteva essere altrimenti con quel suo modo di presentarsi apparentemente fuori dalle righe e dai canoni tradizionali della figura del sacerdote. Con quella sua barba, con quel suo andare quasi dinoccolato, con quel suo presentarsi dimesso, con quella chitarra che è stata la compagna della sua vita, con quel suo viaggiare con una vespa non troppo affidabile che lo ha portato anche per le strade di una Europa non ancora del tutto sicura si è gettato senza incertezze nell’avventura più straordinaria che si possa immaginare quando si ha un animo come quello dei bambini del Vangelo: andare sulle tracce degli uomini per portare gioia, speranza e… fede.
I piccoli, i poveri, i giovani sono stati i grandi amori che hanno sostenuto la sua ansia “missionaria”. La chitarra diventava così strumento di incontro, di dialogo, di animazione. Mai ha suonato per l’esibizione, per l’applauso, per lo spettacolo fine a se stesso. Ci sono canti da lui composti che in un certo momento difficile per la pastorale giovanile hanno fatto il giro di mezza Italia. I suoi doni li ha messi a servizio delle comunità cristiane che lo hanno visto pastore. Non grosse comunità. Egli è stato un nomade della fede in tanti piccoli paesi della nostra Lunigiana. E questo aspetto della sua vita pastorale dice dello spessore sacerdotale di don Adriano. I superficiali possono giudicare basandosi sull’esteriorità e sugli aspetti più folkloristici della persona, chi conosce la fatica dell’essere prete sa che l’obbedienza è una delle virtù più difficili, ma sostanziali. Don Adriano era l’uomo del “sì”, l’uomo del servizio. Ed è sempre andato dove i suoi superiori gli hanno chiesto di andare. I suoi superiori gli hanno sempre chiesto servizi pastorali che spesso erano stati rifiutati da altri. Così la sua obbedienza lo ha portato ad essere “missionario” a Bassone, a Fornoli, a Riccò, a Rossano, a Coloretta, a Patigno, ad Adelano, a Sassalbo, a Cotto, a Posara, a Spicciano, a Terenzano, a Fivizzano. Per tanti sono anche nomi di paesi sconosciuti. Ma là c’era un servizio da prestare, c’erano figli di Dio che chiedevano la presenza di un prete. Anche questo era un modo per servire i poveri. Aveva capacità e intelligenza straordinarie e le metteva a servizio di quella Chiesa che egli amava e che lo mandava dove c’era una necessità. E probabilmente questa sua disponibilità all’obbedienza e ai “piccoli” servizi è stata la molla che lo ha lanciato nella sua ultima “avventura” evangelica, quella africana.
Don Adriano mai è stato un uomo banale. Nelle chiacchierate tra amici, come nelle assemblee, ecclesiali e non, i suoi interventi riuscivano sempre a spiazzare argomentazioni apparentemente convincenti. Riusciva quasi sempre a far emergere aspetti inattesi che portavano ad ulteriori riflessioni. Ed è inutile dire che conversare con lui era cosa assolutamente piacevole, anche se a volte faticosa.
Improvvisamente l’Africa ha invaso la sua vita. Dovevano essere due anni, poi sono diventati cinque, poi otto… Non c’era nessuno che avesse il coraggio di andare a dare il cambio, ma neppure gli amici più intimi sono riusciti a capire se la cosa gli dispiacesse. Wantiguera gli era entrata nel sangue ed i villaggi, la savana, le chiese, le scuole (soprattutto le scuole), i catechisti, i bambini, le donne, il dispensario, la promozione umana, l’educazione dei giovani (gli ultimi incontri di cui si hanno notizie erano incentrati sull’educazione all’amore in un mondo in cui l’Aids fa strage) erano le sue costanti preoccupazioni. Ed il fiore all’occhiello di una vita spesa, in Italia e in Africa, per la missione, per portare l’amore di Cristo nel cuore dell’uomo.
Wantiguera, parrocchia nuova nel cuore dell’Africa, è il suo capolavoro, il “monumento” che resterà a ricordo del suo passaggio terreno.


Autore:
Don Giovanni Barbieri


Fonte:
Il Corriere Apuano


Note:
Per approfondire: www.donadrianofilippi.blogspot.com

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Aggiunto il 2016-08-11

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