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> Home > Sezione Chiese Orientali Ortodosse > Santa Ol’ga Nikolaevna Romanova Condividi su Facebook Twitter

Santa Ol’ga Nikolaevna Romanova Granduchessa di Russia e martire

17 luglio (Chiese Orientali)

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Tsarskoe Selo, Russia, 15 novembre 1895 – Ekaterinburg, Russia, 17 luglio 1918

La granduchessa di Russia Olga Nikolaevna Romanov, figlia dello zar Nicola II Alexandrovich Romanov e della zarina Alexandra Fedorovna, fu trucidata con l’intera famiglia dai bolscevichi il 17 luglio 1918. Il giorno dell’ 80° anniversario del tragico evento si sono celebrati a San Pietroburgo i funerali solenni e la sepoltura presso la cattedrale dei Santi Pietro e Paolo. La canonizzazione della granduchessa Olga e dell’intera famiglia imperiale, non quali veri e propri martiri, bensì annoverati tra “coloro che subirono la Passione”, è avvenuta il 19 ottobre 1981 ad opera della Chiesa Ortodossa Russa all’Estero ed infine il 15 agosto 2000 da parte del Patriarcato di Mosca.



Nacque a Carskoe Selo il 15 novembre 1895, morì trucidata ad Ekaterinburg il 17 luglio 1918 con la famiglia. Era la figlia maggiore dello Zar Nikolaj Aleksandrovič e di Aleksandra Fëdorovna Romanova. Il titolo russo di Ol’ga era «Sua Altezza Imperiale, la Granprincipessa Ol’ga Nikolaevna» e tale titolo aveva una valenza maggiore rispetto a quello delle altre principesse europee. In famiglia era chiamata Oliška o Olya.
Lo Zar lascia scritto sul suo diario: «Un giorno che mai dimenticherò. Alle 21 sentii l’uggiolare di un bambino e tutti abbiamo avuto un grande sollievo. Con una preghiera chiamammo la bimba spedita da Dio Ol’ga, cioè Santa. Lei è una grande bambina di 4.5 chili e alta 55 cm. Io non posso credere proprio che è veramente la nostra bimba! Dio che felicità! Non sembra nata ora perché è talmente grande con una testa piena di capelli».
Ol’ga era molto legata alla sorella Tat’jana: occupavano la stessa stanza e vestivano in modo similare. Le due sorelle erano chiamate «la coppia grande»; mentre Marija e Anastasija erano «la coppia piccola». Usavano indossare abiti di merletto bianco o colorato, per l’inverno cappotti lunghi e raffinati, per la primavera vestiti alla marinara e per l’estate, vestiti bianchi, fluenti o semplici camicie e gonne. Ol’ga era di animo compassionevole, cristianamente caritatevole, sincera e talvolta mesta. Intelligente e volenterosa, amava l’onestà e la franchezza. Amava i gatti e la sua preferita era Vaska. Era semplice, talvolta un po’ irascibile; occhi blu e profondi e aveva molti capelli biondi.
Per lei i genitori presero in considerazione possibili unioni matrimoniali con il granduca Dmitrij Pavlovič Romanov, il principe Carol di Romania, il principe Edoardo, figlio più grande di Giorgio V d’Inghilterra e il principe Aleksandr di Serbia. Tuttavia Ol’ga avrebbe preferito sposarsi con un russo e rimanere nella propria patria.
Nel 1911 Ol’ga e Tat’jana testimoniarono a Kiev per l’assassinio del primo ministro Pëtr Stolypin. Tre anni dopo, durante la prima guerra mondiale, prestarono servizio volontario nella Croce Rossa, insieme alla madre, all’ospedale di Carskoe Selo. Non idonea ad essere infermiera, quell’ambiente così doloroso e cruento le causò un pesante esaurimento nervoso, perciò il 19 ottobre 1915 le fu assegnato un lavoro d’ufficio e le furono praticate iniezioni di arsenico, allora considerati trattamenti contro la depressione e i disturbi nervosi.
La rovinosa conoscenza della madre con Grigorij Efimovič Rasputin (1869-1916), al quale affidò il destino della sua famiglia, fu fatale per tutti i componenti. Anche Ol’ga e le sorelle si affezionarono al contadino siberiano. Rasputin, oltre che dare speranze alla famiglia imperiale circa una possibile guarigione dell’erede al trono, malato di emofilia trasmessagli dalla madre, pareva offrire scenari di concreta idealità russa. Egli, semplice figlio delle campagne, rappresentava ciò che Nikolaj e Aleksandra avevano sempre desiderato: contatto diretto con il popolo russo, senza intermediazioni di etichetta e convenzioni sociali. Con il trascorrere del tempo il mefistofelico Rasputin acquisì un’incredibile influenza sulla mistica zarina, offrendo consigli non solo “medici”, ma finanche etici (uomo amorale e vizioso) e politici.
Nel dicembre del 1916 un complotto di giovani aristocratici, fra i quali il Granduca Dmitrij Pavlovič, assassinò Rasputin, facendo scempio del corpo e gettandolo nella Neva. L’auspicio era quello di porre un freno, invano, al discredito in cui caduta la coppia imperiale presso il governo e il Paese.
Ol’ga fu l’unica, all’interno della famiglia, a comprendere che cosa stava per accadere. Nel leggere sulla stampa la negativa immagine dei genitori rimase scioccata. «Lei era di natura una pensatrice», ricorderà il figlio del medico dei Romanov, Gleb Botkin, «e capì la situazione generale meglio degli altri membri».
La famiglia reale fu arrestata durante la rivoluzione del 1917 e fu imprigionata in varie residenze, prima nella loro casa a Carskoe Selo, poi nelle regge private di Tobol’sk e infine ad Ekaterinburg, in Siberia. In questo periodo tutte le figlie contrassero il morbillo e ad Ol’ga venne la peritonite; mentre a Tat’jana si ruppe un timpano per il forte mal di testa e Marija dovette respirare con una bombola di ossigeno. Per il gran numero di farmaci perdettero molti dei loro lunghi capelli, così la madre decise il taglio.
Ol’ga amava la letteratura, leggeva molto e trovò conforto nella fede in Dio e nell’amore per la sua famiglia, come d’altra parte le sue sorelle e il fratello. Con sua madre, con la quale ebbe un rapporto non sempre facile, scrisse una poesia. Inoltre trovò conforto nell’ Aiglon di Edmond Rostand, un dramma in sei atti, pubblicato nel 1900, sulla vita del figlio di Napoleone, il quale rimase sempre fedele al padre deposto fino alla fine dei suoi giorni e nel quale Ol’ga vide riflessa la sua devozione all’amato padre.
I Romanov furono separati nell’aprile 1918 quando i bolscevichi trasferirono i genitori e Marija ad Ekaterinburg, mentre Aleksej, Ol’ga, Tat’jana e Anastasja rimasero indietro a causa di una forte emorragia del fratello avuta in seguito ad una caduta dalle scale mentre giocava su una slitta. L’imperatrice scelse Marija ad accompagnarla perché Ol’ga era molto depressa e Tat’jana doveva occuparsi di Aleksej. Nikolaj diede a Ol’ga una piccola rivoltella che lei celò in uno stivale a Carskoe Selo e a Tobol’sk. Il colonnello Eugenio Kobylynsky, comprensivo carceriere, la supplicò di cedere la sua rivoltella prima che lei, le sue sorelle e il fratello venissero trasferiti ad Ekaterinburg: a malincuore Ol’ga consegnò l’arma.
Nel maggio del 1918 la nave Rus ricongiunse  Ol’ga, Tat’jana, Anastasja e Aleksej ai genitori e alla sorella Marija, trasportandoli da Tobolsk ad Ekaterinburg. Prima di partire, Ol’ga e le sorelle cucirono nei corpetti i loro gioielli per sottrarli ai bolscevichi. Ma quella notte le guardie impedirono alle ragazze di chiudere le porte delle camere da letto a chiave e furono molestate dai carcerieri. Il loro tutore inglese Sydney Gibbes ricordò sempre le grida delle granduchesse e la sua incapacità di proteggerle.
Il carceriere Aleksander Strekotin racconterà  nelle sue memorie che  Ol’ga  era «pallida, magra e sembrava malata». Passeggiava poco nel giardino e trascorreva la maggior parte del tempo prendendosi cura del fratello. Un’altra guardia riportò che le rare volte in cui Ol’ga si tratteneva in giardino rimaneva immobile fissando tristemente in lontananza un punto imprecisato.
Il 14 luglio 1918 un prete locale celebrò una Messa privata per loro. Ol’ga aveva ventidue anni quando fu assassinata con i suoi cari nella palazzina Ipatiev a Ekaterinburg, la notte del 17 luglio 1918. L’assassinio fu compiuto da un commando di undici uomini della Čeka (la maggioranza dei quali ex-prigionieri di guerra austro-ungarici) sotto la guida di Jakov Jurovskij. Secondo un racconto dei testimoni, Ol’ga guardò Tat’jana morire prima che gli assassini la designassero come bersaglio.


Autore:
Cristina Siccardi


Fonte:
Europa Cristiana

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Aggiunto/modificato il 2018-08-05

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