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Giovanni Massaglia Seminarista

Testimoni

Aramengo, Asti, 1 maggio 1838 - 20 maggio 1856

Giovanni Massaglia di Marmorito non fu meno santo di Domenico Savio di Mondonio, del quale fu inseparabile amico. Tra le testimonianze che ce lo assicurano, la più autorevole resta quella di Don Bosco: “Avevano la stessa volontà di abbracciare lo stato ecclesiastico, con vero desiderio di farsi santi”. In sostanza, nella stagione della vita in cui si vive d’amicizia ed in cui le amicizie intime hanno un’influenza decisiva, i due furono amici del cuore. Giovanni era originario di Marmorito di Aramengo: nella borgata Romagnolo esiste ancora la casa che appartenne alla sua famiglia di origine, luogo che ambientò la sua nascita, la sua infanzia e la sua morte. Giovanni e Domenico si erano già conosciuti in precedenza a Mondonio (residenza dei Savio e dei Garesio, famiglia della madre del Massaglia), quindi convissero nell’ambito collegiale diretto da Don Bosco durante l’anno scolastico 1854/55 e nella prima metà del successivo. Giovanni fu qui ospite nel tempo del ginnasio superiore, della vestizione clericale e del primo anno incompiuto del superiore corso di filosofia. In precedenza nell’educandato di Cocconato frequentò il ginnasio inferiore. La loro breve e semplice storia dimostra che è più facile e gioioso raggiungere la vetta della santità scalandola insieme, ossia “facendosi vicendevolmente del bene, andando a gara coll’esempio e coi consigli, per aiutarsi a fuggire il male e praticare il bene”, coinvolgendo nell’impresa anche i compagni, specie i più bisognosi di assistenza morale e materiale. Esemplare in fatto di educazione, religiosità ed obbedienza alle regole, il Massaglia era noto anche per la robustezza fisica, dolcezza d’animo e resa scolastica. Essendo entrato a Valdocco un anno prima e contando quattro anni in più in fatto di età e studi compiuti, fu per il Savio una compagnia veramente provvidenziale, in grado di assicurargli un valido, tenero e signorile, nonché emancipante sostegno. Per aver condiviso tutto nella quotidianità, finirono per condividere anche la tubercolosi. La malattia costrinse entrambi a rientrare in famiglia. Giovanni morì il 20 maggio 1856, diciottenne. Domenico morì il 9 marzo 1857, quindicenne.



Lunghe e intime furono le relazioni del giovanetto Savio Domenico di Mondonio col giovane Massaglia Giovanni di Marmorito, paesi poco distanti.
Vennero amendue contemporaneamente nella casa dell’Oratorio di S. Francesco di Sales (nato nel 1838, Massaglia contava 4 anni in più d’età ed era parimenti più avanti negli studi; sempre rispetto al Savio, arrivava a Torino-Valdocco un anno prima e rientrava in famiglia un anno prima; dunque, il convitto ospitava entrambi nell’anno scolastico 1854/55 e nella prima metà del successivo); avevano amendue la stessa volontà di abbracciare lo stato ecclesiastico, con vero desiderio di farsi santi.
- Non basta, un giorno Domenico diceva al suo amico, non basta il dire che vogliamo farci ecclesiastici, ma bisogna, che ci adoperiamo per acquistare le virtù che a questo stato sono necessarie.
- È vero, rispondeva l’amico, ma se facciamo quello che possiamo dal canto nostro, Dio non mancherà di darci grazia e forza per meritarci un favore così grande quale si è diventar ministri di Gesù Cristo.
Venuto il tempo pasquale fecero cogli altri giovani gli spirituali esercizi con molta esemplarità. Terminati gli esercizi, Domenico disse al compagno:
- Voglio che noi siamo veri amici; veri amici per le cose dell’anima; perciò desidero che d’ora in avanti siamo l’uno monitore dell’altro in tutto ciò che può contribuire al bene spirituale. Quindi se tu scorgerai in me qualche difetto, dimmelo tosto, affinché me ne possa emendare; oppure se scorgerai qualche cosa di bene che io possa fare, non mancar di suggerirmelo.
- Lo farò volentieri per te, sebbene non ne abbisogni, ma tu lo devi fare assai più verso di me, che, come ben sai, per età, studio e scuola mi trovo esposto a maggiori pericoli.
- Lasciamo i complimenti da parte ed aiutiamoci vicendevolmente a farci del bene per l’anima.
Da quel tempo il Savio ed il Massaglia divennero veri amici, e la loro amicizia fu durevole, perché fondata sulla virtù; giacché andavano a gara coll’esempio e coi consigli per aiutarsi a fuggire il male e praticare il bene.
Non avvii cosa più santa al mondo che cooperare al bene delle anime. Il pensiero di guadagnare anime a Dio li accompagnava ovunque. In tempo libero erano l’animo della ricreazione; ma quanto dicevano o facevano tendeva sempre al bene morale o di sé o di altri.
Alcuni giovani dell’Oratorio rassodati nella virtù e amanti del bene de’ loro compagni si unirono in una società per darsi alla conversione dei discoli, e promuovere la divozione verso Maria SS. Immacolata e verso il SS. Sacramento. Savio e Massaglia vi appartenevano ed erano dei più zelanti.
Sapevano passarsela bene con tutti. Tuttavia quelli che erano inscritti nella società detta compagnia dell’Immacolata Concezione erano i loro amici particolari, coi quali si radunavano ora in conferenze spirituali, ora per compiere esercizi di cristiana pietà. Queste conferenze tenevansi con licenza dei superiori; ma erano assistite e regolate dagli stessi giovani. In esse trattavano del modo di celebrare le novene delle maggiori solennità, si ripartivano le comunioni, che ciascuno avrebbe avuto cura di fare in giorni determinati della settimana, si assegnavano a vicenda quei giovani che avevano maggior bisogno di assistenza morale, e ciascuno lo faceva suo cliente, ovvero protetto, e adoperavano tutti i mezzi che suggerisce la carità cristiana per avviarlo alla virtù.
Alla fine dell’anno scolastico, subiti gli esami, fu a ciascun giovane della casa data licenza di andar a passare le vacanze o coi genitori o con qualche altro parente. Alcuni, mossi dal desiderio di progredire nello studio ed attendere meglio agli esercizi di pietà, preferirono di rimanere all’Oratorio, e tra questi furono Savio e Massaglia. Sapendo io quanto fossero ansiosamente aspettati dai parenti, e quanto essi medesimi avessero bisogno di ristorare la loro stanchezza, dissi ad ambidue:
- Perché non andate a passare qualche giorno in vacanza?
Essi invece di rispondere si misero a ridere.
- Che cosa volete dirmi con questo ridere?
Domenico rispose:
- Noi sappiamo che i nostri parenti ci attendono con piacere; noi eziandio li amiamo e ci andremmo volentieri; ma sappiamo che l’uccello finché trovasi in gabbia non gode libertà, è vero; è per altro sicuro dal falcone. Al contrario se è fuori di gabbia, vola dove vuole, ma da un momento all’altro può cadere negli artigli del falcone infernale.
Ciò non ostante ho giudicato bene di mandarli qualche tempo a casa pel bene della loro sanità, e si arresero alla mia volontà soltanto per ubbidienza, restandovi quei soli giorni che erano stati strettamente loro comandati.
Se volessi scrivere i bei tratti di virtù del giovane Massaglia, dovrei ripetere in gran parte le cose dette del Savio (se Don Bosco avesse saputo che anche Giovanni era un mistico, gli avrebbe ascritto tutte le qualità di Domenico).
Egli godeva buona salute (era un bel giovane, di buona statura e costituzione forte), e dava ottima speranza di sé nella carriera degli studii. Compiuto il corso di rettorica (5a ginnasio), subì con esito felice l’esame per la vestizione chiericale (30 settembre 1855). Ma questo abito, da lui tanto amato e tanto rispettato, poté soltanto portarlo alcuni mesi. Colpito da una costipazione, che aveva aspetto di semplice raffreddore, non voleva nemmeno interrompere i suoi studi. Pel desiderio di fargli fare una cura radicale, e per toglierlo dall’occasione di studiare (a fine febbraio del 1856), i genitori lo condussero a casa. Fu nel tempo di questa sua dimora in patria che scrisse al suo amico una lettera del seguente tenore:

Caro amico,
Mi pensava di dover passare solamente alcuni giorni a casa e poi ritornare all’Oratorio, perciò ho lasciato tutti i miei arnesi di scuola costì. Ora per altro mi avveggo che le cose vanno a lungo e l’esito di mia malattia rendesi ognor più incerto. Il medico mi dice che va meglio. A me sembra che vada peggio. Vedremo chi ha ragione.
Caro Domenico, io provo grande afflizione lungi da te e dall’Oratorio, perché qui non ho comodità di attendere agli esercizi di divozione. Solo mi conforto rammentando quei giorni che noi fissavamo per prepararci ed accostarci insieme alla santa comunione.
Spero nulladimeno che, sebbene separati di corpo, nol saremo di spirito.
Intanto io ti prego di andare nello studio e di fare una visita da questore al mio cancello. Ivi troverai alcune carte manoscritte, là vicino havvi il mio amico, il Kempis, ossia, De imitatione Christi. Farai di tutto un pacco solo e me lo invierai. Bada bene che tal libro è latino; perché sebbene mi piaccia la traduzione, tuttavia è sempre una traduzione, ove non trovo il gusto che provo nell’originale latino.
Mi sento stanco dal fare niente; tuttavia il medico mi proibisce di studiare. Fo molte passeggiate per la mia camera, e spesso vado dicendo: Guarirò da questa malattia? Ritornerò a vedere i miei compagni? Sarà questa per me l’ultima malattia? Checché ne sia per essere di tutte queste cose, Dio solo il sa. Parmi di essere pronto a fare in tutti e tre i casi la santa ed amabile volontà di Dio.
Se hai qualche buon consiglio, procura di scrivermelo. Dimmi come va la tua sanità; ricordati di me nelle tue preghiere e specialmente quando fai la santa comunione.
Coraggio, amami di tutto cuore nel Signore; che se non potremo trattenerci insieme lungo tempo nella vita presente, spero che potremo un giorno vivere felici in dolce compagnia nella beata eternità.
Saluta i nostri amici e specialmente i confratelli della compagnia dell’Immacolata Concezione. Il Signore sia con te e credimi sempre il tuo affezionatissimo

Massaglia Giovanni


Domenico eseguì la commissione dell’amico, e, nel mandargli quanto gli chiedeva, univa la seguente lettera:

Mio caro Massaglia,
La tua lettera mi ha fatto piacere, perché con essa fui assicurato che tu vivi ancora, perciocché dopo la tua partenza noi non avevamo più avuto notizie di te e non sapeva se dovessi dirti il Gloria Patri o il De profundis.
Riceverai gli oggetti che mi hai richiesto. Debbo soltanto notarti che il Kempis è un buon amico, ma egli è morto, né mai si muove di posto. Bisogna adunque che tu lo cerchi, lo scuota, lo legga, adoperandoti per mettere in pratica quanto ivi andrai leggendo.
Tu sospiri la comodità che abbiamo qui per gli esercizi di pietà, ed hai ragione. Quando sono a Mondonio ho il medesimo fastidio. Io studiava di supplire con fare ogni giorno una visita al SS. Sacramento, procurando di condur meco quanti compagni poteva. Oltre al Kempis leggeva il Tesoro nascosto nella santa messa del beato Leonardo. Se ti par bene fa anche tu altrettanto.
Mi dici di non sapere se ritornerai all’Oratorio a farci visita; la mia carcassa apparisce anche assai logora, e tutto mi fa presagire che mi avvicino a gran passi al termine de’ miei studi e della mia vita. Ad ogni modo facciamo così: preghiamo l’uno per l’altro, perché ambidue possiamo fare una buona morte. Colui che sarà il primo di noi ad andarsene al Paradiso prepari un posto all’amico, e quando lo andrà a trovare, gli porga la mano per introdurlo nell’abitazione del Cielo.
Dio ci conservi sempre in grazia sua, e ci assista a farci santi, ma presto santi, perché temo che ci manchi il tempo.
Tutti i nostri amici sospirano il tuo ritorno all’Oratorio e ti salutano caramente nel Signore.
Io poi con fraterno amore ed affetto mi dichiaro sempre

Affezionatissimo amico
Savio Domenico.


La malattia del giovane Massaglia (tubercolosi, contratta dal Savio debole di polmoni per costituzione) dapprima sembrava leggiera; più volte parve perfettamente vinta, più volte ricadde, finché quasi inaspettatamente venne all’estremo della vita.
«Egli ebbe tempo, scriveva il suo Parroco, di ricevere colla massima esemplarità tutti i conforti di nostra santa cattolica religione; moriva della morte del giusto che lascia il mondo per volare al cielo (erano le dieci pomeridiane del 20 maggio 1856; aveva 18 anni appena compiuti)».
Alla perdita di quell’amico, il Savio fu profondamente addolorato, e sebbene rassegnato ai divini voleri lo pianse per più giorni. Questa è la prima volta che vidi quel volto angelico a rattristarsi e piangere di dolore. L’unico conforto fu di pregare e far pregare per l’amico defunto. Fu udito talvolta ad esclamare:
- Caro Massaglia, tu sei morto, ed io quando andrò a raggiungerti nell’immensa felicità del cielo?
Per tutto il tempo che Domenico sopravvisse al suo amico l’ebbe ognor presente nelle pratiche di pietà e soleva dire, che non poteva andar ad ascoltare la santa messa, od assistere a qualche esercizio divoto senza raccomandare a Dio l’anima di colui che in vita erasi cotanto adoperato pel suo bene. Questa perdita fu assai dolorosa al tenero cuor di Domenico, e la medesima sanità di lui fu notevolmente alterata.
Lo sfinimento di forze in cui si trovava non era tale da tenerlo continuamente a letto; perciò talvolta andava a scuola, allo studio; oppure si occupava in affari domestici.
In vista del suo stato di salute, tanto più che da alcuni giorni erasi in lui manifestata una ostinata tosse, se ne avvertì il padre, e si stabilì la partenza del Savio pel primo di marzo 1857.
Giunto a casa, veduto che la tosse si mostrava ognor più forte, fu giudicato bene di mandarlo a farsi visitare dal medico. Questi trovò il male assai più grave che non appariva. Fatti dieci salassi, la malattia sembrava volgere in meglio; così assicurava il medico, così credevano i parenti: ma Domenico giudicava altrimenti.
Noi quivi nella casa dell’Oratorio eravamo ansiosi di avere notizie, quando ricevetti dal padre di lui una lettera che incominciava così:
«Colle lagrime agli occhi le annunzio la più trista novella: il mio caro figliuolo Domenico, dopo di aver nel modo più consolante ricevuto i santi Sacramenti, rese l’anima al Signore ieri sera 9 del corrente mese di marzo (stava per compiere 15 anni)». ”.


Autore:
San Giovanni Bosco


Fonte:
www.massagliaesavio.altervista.org

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Aggiunto/modificato il 2020-03-18

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