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San Basilio (Veniamin Sergeevich Preobrazhenskij) Vescovo e martire

(Chiese Orientali)

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1876 - 13 agosto 1945


Vasilij, al secolo Veniamin Sergeevich Preobrazhenskij, vescovo di Kineshma, nacque a Kineshma, governatorato d Kostroma, nel 1876. Entra nell’Accademia teologica di Kiev dove termina gli studi nel 1901. Per un anno è a Londra per approfondire la conoscenza delle lingue straniere. Ritornato in patria è insegnante di lingue straniere in varie città, compresa Mosca. Nel 1917 si stabilisce a Kineshma dove, oltre all’insegnamento, è intento a fondare circoli – fraternità sia nella sua città che nei villaggi circostanti, preoccupazione che conserverà per tutta la sua avventurosa e non facile vita. Non morirà martire, ma come tanti altri vescovi, sacerdoti e fedeli ortodossi, testimonierà la sua fede nella croce e con fedeltà, così da essere esemplare non meno dei martiri.
Nel 1918, dopo l’abolizione dell’insegnamento della religione nelle scuole da parte del potere sovietico, egli, da laico, tiene lezioni di catechismo sia per ragazzi che per adulti all’interno della chiesa, dove era parroco suo padre.
Il 16 luglio 1920 Veniamin è ordinato sacerdote, prende il nome monastico di Vasilij e, dopo poco più di un anno, il 19 settembre 1921 è consacrato vescovo. La persecuzione che eliminava con disinvoltura vescovi e, nei casi più benevoli, li collocava a riposo senza procedure burocratiche, obbligava la Chiesa ad essere altrettanto sbrigativa nel provvedere alle sedi vacanti. Il neo eletto vescovo non si lascia montare la testa dalla ‘brillante’ carriera: Non erano i tempi. Sceglie come abitazione una modestissima casetta alla periferia della città natale, rinuncia ad ogni proprietà e, forse in prospettiva alle situazioni che l’attendono, dorme sul pavimento. Inizialmente dedica gran pare del suo tempo alla preghiera. La fama della sua santità si diffonde fra il popolo e molti ricorrono a lui per la confessione e la direzione spirituale. Nascono così, quasi spontaneamente, ma non del tutto, gruppi di fraternità, non necessariamente legati alla parrocchia, ma seriamente impegnati, e meno in vista all’occhio vigile della polizia segreta (i santi sono sempre anche un po’ ingenui).
Nel 1922, quando infuria la carestia che miete migliaia di vittime ogni giorno, il Vescovo Vasilij invita le comunità e tutti i fedeli ad accogliere i figli dei genitori morti di fame, e lui stesso organizza un asilo per questi orfani.
Nei villaggi dove erano state chiuse le chiese da bolscevichi il giovane vescovo invita i fedeli a raccogliersi sulle piazze per pregare insieme, insieme cantare: Lui non solo canta insieme, ma accompagna i canti popolari con la ‘citra’ (una cetra ridotta), contro tutte le norme della dignità vescovile; tanto…erano già state calpestate dai compagni rossi.
Il ministero così popolare del vescovo Vasilij, non durò a lungo; c’era d’aspettarselo. Viene arrestato la prima volta il 10 magio 1923 e condannato, per incominciare, a due anni di confino. Ritornò nella sua diocesi nel maggio del 1925, e non perse tempo: Riprese la sua attività e la gente immediatamente rispose agli appelli del vescovo, ma neppure la polizia dormiva. Il vescovo fu obbligato a lasciare la sua diocesi e cercare dimora in un paese sufficientemente lontano da non poter influenzare il suo popolo. Per un anno e mezzo trova da sistemarsi nel villaggio Anapol’ poi il metropolita Sergij, luogotenente del Patriarcato di Mosca propone ad Aleksij di insediarsi temporaneamente nella diocesi di Vjaznikov. Il vescovo accetta, ma non le autorità sovietiche le quali aspettano soltanto che Vasilij giunga in sede della nuova diocesi per ingiungergli di ritornare alla sua prima sede (qui c’è stata probabilmente un po’ di sonnolenza all’interno della polizia rossa; ma il sonno non durò a lungo). Qui giunto ha appena il tempo per sistemarsi che già è costretto a fare nuovamente valigie. Nel giugno del 1927 il nostro vescovo trova rifugio a Kostroma in attesa di eventi più stabilizzanti. Nell’agosto del 1928 tenta di ritornare a Kineshma, ma dopo un mese viene arrestato. Con lui vengono arrestati altri due sacerdoti e rinchiuse insieme nella prigione di Ivanovo dove rimangono per un anno e mezzo dopo di che sono condannati a tre anni di confino nella provincia di Ekaterinburg in un piccolo villaggio Malorechka. Non è una situazione ideale, il vescovo è costretto a lavorare nel bosco in operazioni pesanti, ma con la preghiera, come scrive lui stesso, ogni situazione può diventare serena.
Allo scadere della pena il vescovo Vasilij deve trovarsi una nuova residenza, escludendo le città non concesse agli ex detenuti. Nel settembre del 1932 risiede a Orlov con la proibizione di svolgere la sua missione di vescovo. Non ha molto tempo per lamentarsi perché il 31 marzo 1933 viene convocato dal GFU (la polizia segreta) di Orlov, arrestato e portato nella prigione di Kineshma. Siamo di nuovo tornati a casa, in prigione, ma l’aria è quella di casa.
Durante il processo il vescovo si dichiara innocente e si rifiuta a rispondere a domande che possono coinvolgere altre persone. Il giudice è così costretto ad interessarsi di lui stesso.

Giudice: Che cosa pensa del potere sovietico?
Vescovo: Sono convinto che il potere sovietico è temporaneo. Non credo alla costruzione della società socialista – comunista, idea promossa dal potere sovietico e dal partito comunista. Questa idea non sarà mai realizzata. Il comunismo può essere realizzato soltanto in parte, a causa delle stesse contraddizioni interne della stessa ideologia.
Giudice: Che pensa delle istituzioni sovietiche?
Vescovo: I kolchow, i sindacati ecc. le considero semplicemente forme organizzative del lavoro, che dal punto di vista della religione, possono essere del tutto ammissibili, almeno nella situazione attuale. La lotta contro la religione che si svolge da queste istituzioni è permessa dalla volontà di Dio in funzione di una educazione morale religiosa della vita del popolo. Attualmente questa prova produce indubbiamente una divisione nel popolo stesso fra credenti e non credenti. I credenti possono forse trovarsi in minoranza. Ma ciononostante la Chiesa vincerà, e le porte dell’inferno non prevarranno su di essa.
Giudice: Quando avverrà questo?
Vescovo: La vittoria della Chiesa di Cristo seguirà soltanto dopo il periodo conclusivo della storia del mondo.


A conclusione del processo, nel luglio del 1933 il vescovo Vasilii fu condannato a cinque anni di lager “per essere contrario al potere sovietico e per aver creato circoli controrivoluzionari”.
Della vita nel lager non ci sono rimaste testimonianze, ma non deve essere stata molto allegra. Scontata la pena, il gennaio del 1938 il vescovo Vasilij, liberato dal lager di Rybinsk, trova alloggio nello stesso villaggio, poco distante dal lager, presso l’appartamento di una famiglia che gli riserva una camera. Il vescovo ha perso la speranza di poter avere una propria diocesi tanto più che gli anni 1937 – 1938 sono gli anni più terribili per la Chiesa; la stragrande maggioranza dei vescovi sono nei lager, o in prigioni, i più fortunati collocati a riposo forzato. Il nostro vescovo, nella sua consueta ingenuità, crede di poter vivere relativamente in pace al confino liberamente scelto. Anche qui però non riesce a perdere il suo inveterato ‘vizio’, crea fraternità, la qual cosa non garba alla polizia rossa che costringe il vescovo a cercarsi liberamente una nuova residenza. Inizia per il nostro un nuovo vagabondaggio finché il 5 novembre 1943 viene nuovamente arrestato mentre si trovava in un villaggio presso Jaroslavl e rinchiuso nella prigione di Jaroslavl. Il 9 novembre ha inizio l’interrogatorio che si protrae per giorni e notti senza interruzione. A questo punto il vescovo Vasilij, stremato dalla fatica sottoscrive il protocollo che il giudice gli consegna, in cui si dichiara colpevole di tutto quello che la maligna fantasia dei persecutori aveva inventato.
Nel gennaio 1944 Vasilij è trasferito nella prigione Butyrka di Mosca e il 5 luglio gli viene letta la sentenza: 5 anni di confino in Siberia. Il vescovo ha un arresto cardiaco e rimane parzialmente paralizzato. Deve affrontare egualmente il lungo viaggio per la Siberia. Giunto nel villaggio destinatogli, Biriljussy viene accolto brutalmente dalla popolazione. Perfino i bambini lo insultano: è arrivato un nuovo delinquente. A fatica trova una famiglia che gli affitta una camera. Di questo periodo ci è rimasta una lettera scritta ad una sua figlia spirituale

Cara figliola, Ancora, per l’ultima volta, ti mando il mio augurio pasquale: Cristo è veramente risorto… Sia ringraziato il Creatore per la sua misericordia e la sua generosità. Non preoccuparti eccessivamente. Tutto si compie nella volontà di Dio: Io ho già raggiunto il limite della mia vita terrena, ho 70 anni; una vita più lunga mi interessa poco. Una cosa è certa: cinque anni a Biriljussy non sono in grado di sopportarli. La morte non mi fa paura. Vorrei morire circondato dai miei cari figli spirituali e fra i miei cari, parlare con loro e benedirli. Vorrei avere accanto a me almeno una persona cara. Purtroppo non c’è neppure un’anima. Soffro la totale solitudine… Ringrazio il Signore per tutte le gioie e le consolazioni che mi ha concesso…Addio, cara figlia, lo scrivere mi ha stancato…Non abbatterti. Affidati completamente alla volontà di Dio. Abbassa la testa e ripeti: Sia fatta la tua volontà. Prega. Io credo nella preghiera infantile, mi ha molto aiutato. Nella preghiera trovi la consolazione. Ti desidero una lunga vita felice.
Tuo aff.mo vescovo Vasilij
PS. Trasmetti a tutti i miei figlioli il mio saluto e i miei auguri.


Morì il 13 agosto 1945.


Autore:
Padre Romano Scalfi

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Aggiunto/modificato il 2020-05-14

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